Settimana 4: asteroidi zero, dubbi a valanga. Mi è bastato andare al cinema a vedere Giulio Regeni – Tutto il male del mondo per ritrovarmi singhiozzante sulla poltrona, in una sala altrettanto umida in cui perfetti sconosciuti si scambiavano fazzoletti. Quel che passava davanti ai nostri occhi era noto sotto ogni aspetto fattuale, ma nella mitridatizzazione quotidiana – un po’ di veleno ogni giorno, tutti i giorni della nostra vita – avevo dimenticato quanto fosse contagioso il dolore di una madre che, privata del figlio, chiede giustizia. La compostezza chirurgica con cui Paola Deffendi si rivolge di volta in volta ai suoi interlocutori, con parole affilate ma senza alcun artificio retorico né traccia di vittimismo – lucida coerenza del dolore – è una rinnovata epifania: ecco una persona per cui vale la pena di lottare. Poi ho rivissuto il mondo attorno a lei che fa spallucce, svia, rintuzza, soffoca, nasconde. E ho capito che piangevo per rabbia. Per quel che siamo, per lo schifo che siamo. Per quel che di buono potremmo ma no…
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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni.
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi.
Noi che ci pensiamo migliori.
Noi così migliori da desiderare che l’auto che ci precede non si fermi sulle strisce per poterci fermare noi. Hai visto quanto sono migliore?
Noi che abbiamo bisogno di un impermeabile, di un grande amore, di una telefonata (cit.)
Noi che ci svegliamo nella notte chiamando per nome una figlia che non abbiamo mai avuto.
Noi che a 17 anni eravamo innamorati di quella bella bellissima della IV I e non glielo abbiamo mai confessato.
Noi che a 41 abbiamo confessato il nostro amore a quella bella bellissima della IV I – o era IV G? – e abbiamo fatto un casino.
Noi perdenti, perché chi vince prevarica.
Noi avvolti nelle coperte ad aspettare che un’oscurità senza nome ci copra con il suo manto (cit.)
Noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me”.
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
PROLOGO – Turn it on, turn it on again (cit.)
Qualche numero buttato lì per ottundere il cervello: nel corso del 2025 il consumo energetico globale è aumentato del 3%. Ma è solo l’inizio: il 17% dell’incremento è stato generato dai data center. Durante lo stesso 2025 è stata avviata la costruzione di centrali atomiche per 12 gigawatt. I data center di tutto il mondo hanno comunque consumato qualcosa come 460 Twh, più o meno come l’intera Francia. Di qui al 2030 – quattro anni, mica cento eh – è previsto che il consumo dei data center sfiori i 945 Twh. Come se alla Francia aggiungessimo una Francia bis, con tutte le sue luci accese ma fatta di solo silicio, oppure un’altra Italia e mezzo. Ah, certo, una buona notizia: nel 2025 l’aumento di disponibilità delle cosiddette rinnovabili è stato superiore all’aumento del fabbisogno. Ma è l’unica. E considerarla una buona notizia significa desiderare un’altra ripassata sul secondo principio della termodinamica (che vi risparmio).
PARODO – Water, water, everywhere. And not any drop to drink (cit.)
Per raffreddare i data center in giro per il mondo nel corso del 2025 pare siano serviti qualcosa come 764 miliardi di litri di acqua. Cioè più di tutta l’acqua in bottiglia bevuta nel mondo nello stesso periodo. In Virginia, epicentro della maggior concentrazione di data center americani, il consumo è aumentato del 66% in 4 anni. In Georgia il costo è salito del 33% in un biennio. E in alcune contee ha già portato al prosciugamento dei pozzi. By the way: 166 milioni di persone in Africa vivono senza accesso a risorse idriche. E sono tre volte tante quelle che vivono in uno stato di “stress idrico”.
EPISODI – La risposta è 42 (cit.)
Se il ragionamento sottinteso nel paragrafo precedente vi appare sciocco e persino populista – cosa che mi fregio di non essere mai stato ed epiteto che nessuno mi ha mai rivolto – andiamo oltre: nel 2025 il 73% delle richieste a Chat Gpt è stato di natura “non professionale”. Che poi è l’uso che ne fa Trump, per capirci. Mentre l’ambito di utilizzo con il maggior aumento passa sotto l’etichetta di “terapia”. Che poi è l’ambito che a Trump servirebbe, in effetti.
Traduco, sintetizzo, proietto (e un po’ estremizzo, certo): navighiamo verso un mondo totalmente disintermediato e smaterializzato, in cui persone sempre più sole, impoverite e tristi, hanno per migliore amica la macchina che gli ha fregato o gli sta fregando il lavoro. Viviamo in monolocali dell’anima in cui l’intelligenza artificiale decide le nostre vacanze, fa piani di marketing, risponde alla nostra posta, programma la nostra vita, il nostro lavoro, cura la nostra salute. Risponde ogni giorno alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, solo che noi non sappiamo più cosa le abbiamo chiesto.
STASIMI – Stupido è chi lo stupido fa (cit.)
Che poi, se in tutto questo fossimo più felici, più appagati, più sereni, scopassimo di più, io non avrei niente da dire. Invece veleggiamo verso l’estinzione senza nemmeno il compiacimento che la causa meriterebbe:
– C’è la questione della singolarità tecnologica, vale a dire il momento in cui l’Ai supererà la capacità dell’intelligenza umana di comprenderne le operazioni. E trovo un sottile sarcasmo nella parola “singolarità”, la stessa utilizzata per denotare i buchi neri.
– C’è il rischio Doomsday, anche se a me piace di più il richiamo a Terminator 2: alle 2.14 del 19 agosto 1997 Skynet diventa autocosciente e lancia l’attacco nucleare. Con qualche decina di anni di ritardo, ma il calduccio sulla pelle è quello.
– C’è il rischio Matrix, ed è quello più tangibile e vicino: non c’è bisogno di essere attaccati a un cavo e vivere in un bozzolo per diventare schiavi. Quanto alle pillole blu e rosse, ce le siamo già ingoiate tutte.
E poi c’è il presente – l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà (cit.): si chiama Effetto Flynn inverso ed è il risultato del sovraccarico che il nostro cervello subisce per la sovraesposizione tecnologica. Banalmente: da inizio anni 2000 abbiamo smesso di progredire e anzi, stiamo diventando più coglioni. Contemporaneamente sono in aumento le patologie cognitive (popolazione più vecchia + maggiore aspettativa di vita = più anni di vita di minore qualità) e sta diminuendo la capacità dei giovani di “usare” le macchine. Insomma, abbiamo aperto così tante finestre che non sappiamo da quale buttarci (cit.).
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Quest’ultimo rischio mi pare il più promettente: a un maggiore utilizzo delle tecnologie non corrisponde per niente una maggiore comprensione della grammatica di base. Anzi: gli oggetti tecnologici sono dati talmente per “scontati” che l’assimilazione dei processi che li animano è negletta. Con il risultato che la supposta democrazia digitale è solo la facciata di quel che a tutti gli effetti è un mandarinato ancora più elitario. Chi ha in mano le chiavi della tecnologia domina. Gli altri ne sono semplicemente dipendenti. Guardate l’Iran che spegne la rete, guardate la Russia che lo prevede per legge, guardate quel che i guru dei social network fanno con le idee sgradite, anche dentro le nostre tanto acclamate democrazie occidentali.
Chiariamoci, io non ce l’ho con l’intelligenza artificiale. Ce l’ho con voi (lettori esclusi, ça va sans dire).
E ciononostante mi sento generoso e vi saluto con una dei miei brani preferiti. È il capitolo 14 di Furore di John Steinbeck, nella sua prima obsoleta ma affascinante traduzione. Togliete il trattore, anzi, la trattrice, e mettete AI o IA e, zac, il gioco è fatto:
Gli Stati del West, inquieti per la nuova situazione. Texas e Oklahoma, Kansas e Arkansas, Nuovo Messico, Arizona, California. Una famiglia è sfrattata. Il babbo aveva fatto un’ipoteca, e ora la banca esige la terra. La società immobiliare, ossia l’ipotecaria banca usuraia, ha bisogno di trattrici, non di coloni. La trattrice è un male? È ingiusta, illegittima, la forza meccanica che coltiva la terra? Dipende. Se la trattrice è nostra, non mia, ma nostra, è un bene. Se la nostra trattrice coltiva la terra, non la mia terra, ma la nostra, è un bene. La potremmo amare come prima amavamo la terra quando era nostra. Ma la trattrice fa due cose: coltiva la terra, e a noi dà lo sfratto. C’è ben poca differenza tra questa trattrice e il carro armato. Entrambi spaventano ledono calpestano le masse. E questo è un pensiero che merita riflessione.
Un uomo spodestato, una famiglia sul lastrico, un catenaccio rugginoso che scricchiola sullo stradone che conduce nel West. Io ho perso il mio pezzo di terra; me l’ha preso la trattrice. Sono rovinato, solo, esterrefatto. E la notte la famiglia s’attenda sulla proda del fosso; e un’altra famiglia arriva e rizza la tenda. I due uomini s’accoccolano sui talloni, e le donne e i bambini stanno ad ascoltare. Il nodo è qui, o voi che avete paura del mutamento in atto, che tremate all’idea d’una rivoluzione! Impedire, impedire dovete a tutti i costi, che i due spodestati s’accoccolino l’uno accanto all’altro. Instillare in ciascuno di loro l’odio reciproco, la paura, la diffidenza. Perché allora non si tratta più di “Io ho perso il mio pezzo di terra.” La cellula si biparte e genera quel “Noi abbiamo perso il nostro pezzo di terra” che v’illividisce. Qui è il pericolo: perché due uomini insieme sono sempre meno perplessi di un individuo solo. E da questo primo “noi” trae origine un altro, e maggiore, pericolo, che è rappresentato dalla somma dei due termini “Ho qualcosa da mangiare” e “Non ho da mangiare”. Se il totale dà “Abbiamo qualcosa da mangiare”, la valanga si avvia, il movimento prende una direzione. Ora basta una piccola moltiplicazione per far sì che questa terra e questa trattrice diventino nostre. Questo il quadro: due uomini accoccolati sull’orlo della strada, il miserabile fuoco sotto la pentola comune, la pancetta che frigge in una padella sola, le tacite donne dagli sguardi pietrificati, e i marmocchi intenti a parole che i loro cervelli non intendono. Si fa notte, il bambino ha freddo: ecco, prendi questa coperta, è di lana, era di mia madre, tienila per il bambino. Questo l’obiettivo che dovete bombardare: questa transizione dall’“io” al “noi”.
Se voi, che possedete le cose che le masse hanno bisogno assoluto di detenere, poteste rendervi conto di questa realtà, allora sareste in grado di salvarvi. Se foste capaci di distinguere le cause dagli effetti, di persuadervi che Paine, Marx, Jefferson, Lenin furono effetti e non cause, allora potreste sopravvivere. Ma non ne siete assolutamente capaci. Perché il possesso vi congela in altrettanti “io” e vi aliena i “noi”.
Gli stati del West sono nervosi sotto il mutamento in atto. Il bisogno origina l’idea, e l’idea stimola l’azione. Mezzo milione di persone erranti per il paese; un altro milione ancora ferme ma pronte a muoversi; altri dieci milioni che cominciano ad agitarsi. E le trattrici insensibili coltivano le terre deserte.
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Le altre citazioni di questo numero, a Cesare quel che è di Cesare: La Strada di Cormac McCarthy, The Rime of the Ancient Mariner di Samuel Coleridge, Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams (e il mio gatto 42), i Counting Crows, i Genesis, i Ministri, il cinema di James Cameron, il cinema dei fratelli/sorelle Wachowski, Forrest Gump e Lenny Bruce.
Io sono Fabio Amato e, tra una idiosincrasia e l’altra, colleziono anche accendini. Esclusivamente Bic, tendenzialmente piccoli.
Questa settimana, tra i tre motivi per desiderare la scomparsa del genere umano piazzo un terno su:
– La deprimente involuzione cognitiva dei sapiens
– La deprimente involuzione cognitiva di Donald Trump
– La mancanza di consapevolezza dello spazio dell’individuo medio
Qui trovate la classifica degli Estintori, ma devo confessare che non ho fatto in tempo ad aggiornarla perché proprio mentre questa newsletter esce sono in viaggio per lavoro (ve lo dicevo che ho anche un lavoro). Ne riparliamo la prossima settimana, a dio piacendo direbbe Guerrino. Scrivete i vostri tre motivi qui: f.amato@ilfattoquotidiano.it
¡Hasta el fin del mundo!
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