Estintori, di Fabio Amato
22 Ottobre 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 30 – Mercoledì scorso, negli istanti in cui il mio collo imponeva il reboot di tutto il sistema, il mio cervello era altrettanto incriccato su una notizia in grado da sola di convincere 2025TF a cambiare la sua orbita, formare una gang di asteroidi-maranza e venire a schiantare le vetrine del nostro pianeta. Un singolo evento – la tonitruante presentazione della Tesla Roadster, con il ketaminico Elon intento a riciclare pezzi avanzati di SpaceX per fare macchine – riassume l’inversione totale del capitalismo americano nell’arco di un secolo. Dal fordismo – “Costruirò auto per le masse, ogni uomo con un buon salario potrà comprarsene una” (cit.) – siamo arrivati all’auto dei miliardari, dai miliardari, per i miliardari (semicit.). E infatti per prenotarla si anticipano subito 250mila dollari. Se poi l’auto arriverà è un mistero: dipende da Musk. Ora, che ci crediate o no, c’è molto in comune tra i capricci di un trilionario che assume anestetici per cavalli e l’allucinazione collettiva che stiamo vivendo in questi giorni, culminata (per ora) nell’ennesimo decreto sicurezza. E anche non fosse: di certo io ho di nuovo la nausea. E non è la cervicale.

Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

PROLOGO – Burn burn, yes ya gonna burn (cit.)

Nel 1990 la mia famiglia evacuò forzosamente dal centro storico. Fummo sfrattati, per farla breve, e finimmo in periferia, mentre una nuova generazione di ricchi si appropriava del cardo e del decumano. Da piazza Duomo, parco Ducale e giardini di San Paolo, i miei giochi traslocarono nel campetto di Via Colombo, rinomato soprattutto per l’incidenza di distorsioni alla caviglia e la concentrazione di officine meccaniche. Conobbi l’esclusione sociale e la violenza, spesso indirizzata dai miei nuovi amici verso di me, in quanto impacciato preadolescente del centro che suonava il violino. Riconobbi subito il brutto e poco più tardi incrociai la morte una prima volta, quando i traffici del mio amico Bicchio lo condussero nel bagagliaio di un’auto, randellato fino al coma. Smisi di suonare il violino, imparai a difendermi, ad aprire una Renault 4 con la chiave di un Peugeot Metropolis, a cambiare il carburatore di un Bravo, a nascondere le sigarette, imboscare l’alcol e i sentimenti. Imparai a mentire ai miei genitori, saltai sui cofani delle macchine, feci esplodere i lunotti con i detonanti collegati in serie con una miccia, vendetti fango spacciandolo per fumo a degli stupidi, comprai fango spacciato per fumo da dei furboni. Presi pugni in faccia ai concerti, fuori dai concerti, in Cittadella, in Via Colombo. Spesi migliaia di ore nelle sale giochi, mi ubriacai di Cointreau e prosecco, vomitai prosecco e biscotti al limone davanti a mia madre. Rubai videogiochi nel negozio di Zanichelli. Distrussi uno scooter (non mio) e per poco non mi distrussi io, schiantandomi contro un taxi. Mi aprii la testa volando da un palco. In dieci anni vidi i miei genitori invecchiare mentre i miei amici morivano: in carcere, di botte, di eroina, di malattia, per mano propria.

PARODO – Appetite for destruction (cit.)

Nel 1990 non c’erano i maranza. O forse eravamo noi, ma mancava la parola. Non c’era nemmeno Internet, e di conseguenza nel 1990 non c’erano i social, non ti istupidivi su Tik Tok, Instagram e X. Non c’erano gli smartphone, del resto non c’erano nemmeno i cellulari. I confini dell’invidia sociale erano la televisione e le relazioni personali. Vedevi Italia 1 e volevi la felpa della Best Company. Arrivavi a scuola e il tuo compagno ricco aveva il nuovo Casio, poi lo Swatch, poi i Levi’s, poi la cintura di El Charro. Il mio amico Nicola aveva tutte queste cose, io quasi nessuna, a parte quando mio zio Davide me le portava dalla Svizzera. Quindi io odiavo il mondo, cioè Nicola. Nel 1990 il Pci stava per morire dentro il Pds, Seattle stava per seppellire l’edonismo degli anni 80. Negli anni 90, dice il World Inequality Database, il 10% più ricco degli italiani possedeva circa il 45% della ricchezza complessiva del Paese. L’1% più ricco della popolazione aveva il 16% di tutto, maledetti loro. Ma negli anni 90 una famiglia monoreddito – lavoratore dipendente – poteva permettersi di acquistare una casa in periferia e sostenere un mutuo. Le assicurazioni sanitarie non servivano, andare a scuola era motivo di vanto e arrivare alla laurea era il massimo momento di emancipazione per un’intera famiglia. Nel 1990 Elon Musk aveva solo 19 anni e se fosse passato per Via Colombo ne avrebbe prese tante. Magari non da me, dal Cozza sicuramente. La società globale era solo un’ombra sull’orizzonte.

EPISODI – Possiamo andare sulle stelle più lontane, anche se le metropolitane sono circondate (cit.)

Trentacinque anni più tardi la percentuale di ricchezza mondiale in mano all’Europa è crollata dal 25 al 16%. Siamo un continente a perdere. In compenso, la ricchezza dell’1% dei nostri concittadini è salita al 22% del totale e il 10% ha quasi il 60% di tutto. Negli Stati Uniti – da cui tutto origina, no? – questa quota è superiore al 70% ed esiste un uomo, un singolo esemplare della specie, che vale due volte e mezzo il Pil del Paese da cui proviene, il Sudafrica. Provo a immaginare mio padre che oggi cerca di comprare una casa con il suo stipendio da programmatore. Non ci riesco. Provo a proiettare il me stesso di allora – parcheggiato tra officine di lamiera e campi da calcio sgangherati – mentre cerca una lanterna qualsiasi che indichi la via d’uscita. Non riesco nemmeno in quello. E non è la cervicale, ma la consapevolezza di vivere nel mondo delle guerre scatenate dalla demenza senile di Taco Trump, dei genocidi impuniti, dei servizi sempre più privatizzati e scadenti, del capitalismo predatorio e spione che premia sistematicamente il più forte a scapito degli altri e che ci accompagna dal risveglio al sonno. Mentre il tessuto sociale si slabbra, l’intelligenza artificiale ci ricatta – con il suo successo come con il suo insuccesso – e la paura di chi ha qualcosa si proietta sotto forma di razzismo su chi non ha niente. Nemmeno la speranza.

STASIMI – We suck young blood (cit.)

Di fronte a un tale fallimento si dovrebbe quanto meno chinare il capo. Chiunque ne sia stato responsabile dovrebbe presentarsi ai cittadini e dire: abbiamo fatto un bel mondo di merda, ci scusiamo e ce ne andiamo affanculo. Morte ai cretini? Vasto programma… (cit.). Invece, in una sorta di versione omnibus dell’Avversario (cit.) viviamo una realtà alternativa in cui si scambiano le cause con le conseguenze. La violenza di pochi disperati senza sogni, senza seguito, senza strumenti, senza una guida, senza nemmeno la consapevolezza della disperazione, viene spacciata per l’impedimento che ci preclude il Bengodi. E allora si innalzano le pene, si conferiscono poteri speciali, si fanno tintinnare le manette. Una intera generazione – una generazione che anche solo numericamente pesa meno della precedente e più di quella che verrà – viene lasciata a rimbambire davanti allo schermo, con il miraggio sgargiante di consumi che non potrà permettersi. La loro rabbia deve rimanere pre-politica, non sia mai che trovino una strada, una via, una causa. Il popolo vuole il decoro, vuole l’ordine pubblico. Il popolo vuole le vetrine. Vuole la macchina volante. E deve continuare a credere che potrà averla.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Dagli anni novanta uscii grazie alla musica, all’amore, per culo. Mi salvai – mi salvai? – perché qualcuno mi coprì le spalle. Ne uscii prendendomi cura di qualcosa, grazie alla cura di qualcuno, perché il germoglio di ciò che sono era stato piantato prima che la rabbia, una rabbia sorda, si impossessasse di me. Un giorno mi intrufolai da Zanichelli e senza farmi vedere rimisi a posto i dischetti dei videogiochi che avevo rubato. Ma nessuno si prese cura del Bicchio, del Cozza, del Geppo, di Max, dell’altro Max, di Fede, del Multa. La loro rabbia li bruciò nell’indifferenza collettiva. Senza nemmeno aver mai spaccato una vetrina.

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Da Furore, di John Steinbeck

“Nell’anima degli affamati i semi del furore sono diventati acini, e gli acini grappoli ormai pronti per la vendemmia”

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Le altre citazioni della settimana, ché qui non si ruba niente a nessuno: Henry Ford; il discorso di Gettysburg di Abramo Lincoln; Charles De Gaulle; L’avversario di Emmanuel Carrère; Bombtrack dei Rage Against the Machine; i Radiohead; i Guns ’N’ Roses; A forma di fulmine de Le luci della centrale elettrica; Lenny Bruce alla moda di Don DeLillo

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Io sono Fabio Amato. E ogni santo giorno mi chiedo perché. Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la scomparsa del genere umano.

Qui sotto i miei:

– Io
– La vittoria del capitalismo
– Il fottuto trionfo del capitalismo

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera


¡Hasta el fin del mundo!

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