Estintori, di Fabio Amato
21 Maggio 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 8 – Alzi la mano chi si ricorda dell’Hantavirus. Dimenticato, abbandonato, tradito. Allo scadere del quarto d’ora, l’allarme globale è stato ritirato e sostituito con uno nuovo. E il povero pongone delle Ande, assurto a celebrità du jour, è tornato reietto nell’ombra a cibarsi dei nostri rifiuti. Me lo immagino anelare vendetta, tthththtttt..tttt.. tremenda vendetta (cit.), insieme al pangolino e al pipistrello di Wuhan.
Le tragedie moderne sono come le coscienze cantate da Frank Hi-Nrg: labili e lavabili. Hormuz? Macchissenefrega! Gaza? La Flotilla? Ma vai in mona! Le millemila guerre sparse per il pianeta? Ma sti gran c… Persino Garlasco ha esaurito la sua vena. Per non dire di Modena, declassata a incidente stradale dopo che le varie destre e destracce hanno scoperto che non c’era niente su cui lucrare. E sì, i poveri morti alle Maldive saranno i prossimi.

Viviamo immersi in una edizione permanente della Vita in Diretta: hanno dovuto drogarci per farci rimaner svegli (cit.). Solo che, ormai tossici di dolore e di clamore, da una dose al giorno siamo passati a una ogni ora, da ogni ora a ogni minuto. E in fondo non ci frega di niente a parte noi stessi. A volte nemmeno di noi stessi. E la social catena (cit.) si allenta sempre più.

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Noi che resistiamo insieme, cadiamo soli (cit.)
Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi che sguazziamo nel sangue e nel fango con gli altri maiali (
cit.)
Noi che non riusciamo più a immaginare le nostre anime di notte (
semicit.)
Noi che non vi sopportiamo più
Noi che il dolore reclama le nostre ossa, impera sui nostri muscoli (
cit.)
Noi che abbiamo cercato di ripescare dal cesso ciò che avevamo di più caro (semi-semicit)
Noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me”
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

PROLOGO – Casino totale (cit.)

La mia più grande paura è trovarmi solo in una enorme piazza, nel mezzo di una città sconosciuta, con una sigaretta in mano e niente per accenderla. Oltre all’ansia di perdere l’accendino, sono affetto da un disturbo agorafobico-antropofobico sui generis. L’ho razionalizzato tanto tempo fa, in anni di bighellonate alticce sui colli romani. L’incubo di Fede era svegliarsi la mattina davanti a una bella ragazza: “Sono incinta ed è tuo”. Marta, claustrofobica, non sapeva risolversi nel sonno tra l’ascensore e le scale: “E se poi ho sbagliato?”. L’uno temeva la responsabilità verso gli altri, l’altra verso se stessa.
Io temevo il mondo. Mi sentivo un Fabio Montale disarmato, ma con lo stesso implacabile dolore e senza nemmeno la consolazione degli scogli di Les Goudes. Che cosa tiene insieme le persone? Che cosa impedisce agli altri di farmi del male, di farsi del male a vicenda? Qual è il valore deterrente delle norme? È tutto così aleatorio, come la convinzione che il sole sorgerà anche domani. E cosa si può fare per spingere le persone a desiderare di rammendare il tessuto sociale, anziché slabbrarlo? L’inferno dei viventi, l’inferno dei viventi…
Avevo paura che le persone vedessero in me questa paura. E quindi avevo paura delle persone.
Non potevo ritrovarmi senza accendino.

PARODO – The day I tried to live (cit.)

Non ho mai elaborato una risposta a queste domande, ho solo imparato a convivere con la paura. Ancora ci pensavo pochi giorni fa, disteso su una barella di un pronto soccorso dopo l’ennesima colica renale. Dovrei occuparmi dei miei reni che producono inutili sassi ogni due anni, anziché preziosi diamanti dal valore eterno. E invece, grazie a una dose abbondante di Toradol l’unica cosa che notavo era il brutto in cui sono costretti a lavorare medici, infermieri e oss: luci sparate, muri sporchi, ingialliti e chiazzati di umidità. Ambienti che trasmettono abbandono e ammalano di abbandono chi li frequenta. In quattro ore di cure (puntuali, esemplari), ho sentito almeno cinque volte inveire contro il personale. In un paio di occasioni minacce dirette che hanno richiesto il passaggio a volo radente del personale di sicurezza (privato). Intanto un medico raccontava a colleghi e non come aveva redistribuito l’arredamento del suo ambulatorio: tutto da un lato, diceva, per creare un corridoio in caso di fuga. Ma ho anche sentito una infermiera riferirsi a un paziente [nero] chiamandolo Chewbacca davanti a me e molti altri. E al di là della citazione – ci vuole comunque una scintilla creativa per essere razzisti con Guerre Stellari invece di fare riferimento al classico orango – mi ha fatto ribollire il sangue (e gli oppioidi sintetici) nelle vene. Brutto chiama brutto, cinismo chiama cinismo. E nemmeno mi sono azzardato a citare la questione del sottodimensionamento, dei turni massacranti: abbandono chiama abbandono.

EPISODI – Quando il mondo apre gli occhi, la realtà riprende i suoi diritti. E riappare il merdaio (cit.)

Nella mia testa brutto è il contrario di cura, non di bello. Non stiamo parlando della bruttezza formale spiegata da Umberto Eco, non stiamo nemmeno parlando del solo valore estetico di un luogo, di un edificio o di chissà cos’altro. Stiamo parlando del suo non essere pensato: non essere concepito per chi lo dovrà vivere e fruire, in termini tanto funzionali quanto emotivi. O forse proprio dell’essere stato pensato per dividere e separare. Mi viene in mente il magistrale e misconosciuto Come stare soli, di Jonathan Franzen. Il grande romanziere è anche un grande saggista: che sia l’eccezionale racconto del disastro delle poste di Chicago – nato sulle fondamenta di razzismo, corruzione e corporativismo – o il paradosso del “mercato” delle carceri, in cui le contee si contendono i contratti per ospitare nuove strutture ma finiscono per impoverirsi l’una con l’altra, senza modificare di uno zerovirgola l’incidenza dei reati. Ma il primo e più evidente male americano – e, dico io, con un delay di qualche decennio di tutto il mondo occidentale – è quello della assenza di tessuto sociale, barattato con l’ossessione per la “privacy”. La riflessione di Franzen, semplificata all’estremo, è che la società degli individui digitali ha disimparato a comportarsi in pubblico, perché il pubblico è stato assassinato dal privato che tutto domina. Un isolazionismo collettivo visibile a occhio nudo già decenni fa nelle grandi periferie suburbane americane assediate da pickup e centri commerciali e oggi replicato in quelle nostrane, solo con proporzioni (ancora) leggermente inferiori.

STASIMI – The bold and the beautiful (cit.)

Facciamola breve: metti le persone in un ambiente brutto e le abituerai al brutto. Mettile in un ambiente bello condiviso e avranno cura di quel bello. Separale e non avranno idea del bene comune. Questo penso e per questo ho sempre discusso con un pezzo dei miei amici più di sinistra di me che descrivono il “decoro urbano” come lo strumento del Capitale per prendersi le città. Vero, certamente, in certe aziende e in certi luoghi, dove il bello serve a intrappolare i dipendenti nel lavoro chiudendo il mondo all’esterno, o a espellere ai margini chi sta sotto la soglia della ricchezza minima consentita. Ma se guardiamo alla storia dell’urbanistica è vero il contrario. Il brutto ha anticipato la povertà, il degrado sociale, la dissoluzione dei legami. Dalle citate megalopoli Usa a ogni luogo delle ex repubbliche sovietiche, dalle periferie francesi a quelle di Dresda, Roma, Milano, Berlino, Praga, Budapest o dove cavolo volete voi.
Fanno mirabile eccezione alcuni luoghi dell’edilizia “socialista” o di sua derivazione: a Marsiglia (la Cité Radieuse di Le Corbusier) e a Vienna (Karl-Marx-Hof), ma solo perché qualcuno si è impegnato per tempo – in nome dell’idea che li aveva fatti nascere – a salvare i progetti dal degrado che ha invece segnato luoghi come Corviale o le Vele di Scampia. Andiamo al succo: il “brutto” è la prova del disinteresse dello Stato per il benessere dei suoi cittadini. E i cittadini, prima o poi, si vendicano.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Ovvero, peggio, se ne fottono, perché sono tutti così strafatti di bruttezza, di Io e di emergenze che non lo erano che non comprendono più di esserne diventati a loro volta agenti patogeni. E se lo spazio pubblico è abbandonato, quello privato è ornato come la casa di un parvenu cafone. Prendete l’ultimo, disperante casino: la ben nota collaborazione tra due marchi di orologi famosi a livello planetario. Code globali, risse, spray al peperoncino, gente presa a sediate. Per cosa? Per un orologio, simulacro di bellezza ormai lontano da ogni funzione d’uso: esibizione di prestigio, importanza sociale, ricchezza. Che altro? Cosa c’è in gioco quando mezzo mondo si mette in fila per potersi procurare un gingillo colorato da 385 euro? Che cosa spinge una azienda a definire “successo” il lancio globale di un oggetto insignificante che ha creato caos e violenza “in soli 20 punti vendita”? E chi garantisce che il fortunato possessore di uno dei 160 esemplari messi in vendita a Milano non sarà malmenato in metropolitana per fregargli lo status symbol? E quando infine il malcapitato approderà in pronto soccorso, con che pensieri i suoi occhi assimileranno tanta bruttezza, tanta incomprensibile attesa, tanto abbandono?

Da L’autostrada, di Daniele Silvestri:

A volte, succede qualcosa di dolce e fatale
Come svegliarsi e trovare la neve
O come quel giorno che lei mi sorrise
Ma senza voltarsi e fuggire
Vederla venirmi vicino fu quasi morire
Trovare per caso il destino
E non sapere che dire
Ma invece fu lei a parlare
“Mi piace guardare la faccia nascosta del sole”
“Vedere che in fondo si muove”
“Dormire distesa su un letto di viole”, mi disse
“E a te cosa piace?”
“Mi piace sentire la forza di un’ala che si apre volare lontano”
“Sentirmi rapace, capace di dirti ti amo”
“Aspettiamola insieme l’estate”
E intanto volevo sparire
Pensando alle cose che avevo da offrire
L’incrocio, la casa, la chiesa, la croce
L’incrocio, la casa, la chiesa, la croce
Ed in più lo spettacolo atroce di tutta la gente
Che passa ci guarda e prosegue veloce

Le altre citazioni della settimana, per chi era in Gae Aulenti a reclamare la sua cipolla: Casino Totale di Jean-Claude Izzo, Le città invisibili di Italo Calvino, Le nostre anime di notte di Kent Haruf, L’estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel, Come stare soli e Libertà di Jonathan Franzen, La Ginestra di Giacomo Leopardi, Storia della bruttezza di Umberto Eco, Un pesce di nome Wanda, i Ministri, i Soundgarden, i Pink Floyd, Frankie Hi-Nrg MC, Beautiful (la soap, ovviamente) e l’immancabile Lenny Bruce.

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Io sono Fabio Amato, e quando non sono troppo in ansia faccio il caporedattore a ilfattoquotidiano.it. Se volete il mio accendino girate al largo. Se invece volete mandare i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo potete scrivere a f.amato@ilfattoquotidiano.it. I malintenzionati inclini a confermare le mie paure sul genere umano mi trovano qui e qui.

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare l’estinzione:

– Io
– I miei reni
– Il Royal pop, qualunque cosa sia

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

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