Estintori, di Fabio Amato
2 Luglio 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 14 – L’estintore è un ex umanista che non ce la fa più. Me ne rendo conto mentre ascolto compulsivamente Brian Cox che parla della fine dei tempi. Con Brian Cox, disclaimer, intendo il fisico delle particelle, non l’attore omonimo. Distinzione necessaria, giacché anche il primo non disdegna il piccolo schermo e talvolta persino il palco come tastierista di una band pop-dance asseritamente molto famosa. Questa sua natura di scienziato molto-ma-molto figo me lo ha reso inizialmente inviso e mi ritrovo a sentenziare che non è giusto che chi sa fare molto bene una cosa ne sappia fare molto bene due. Mi sento come quella mia amica dell’adolescenza che, sconfitta dalla rivale in amore, la apostrofò (euphemèo): “Sei più bella, più intelligente e più simpatica di me. Spero almeno che ti puzzi il fiato”. Scopro che Cox, oltre a insegnare, suonare e divulgare, lavora pure al Cern di Ginevra agli esperimenti del Large Hadron Collider, dove fasci di protoni vengono sparati gli uni contro gli altri al 99,9999991% della velocità della luce. Almeno lui, insomma, sa di cosa parla. Quel che mi affascina è l’entusiastica semplicità con cui spiega cose complicatissime. Tipo lo spazio-tempo, i buchi neri, la trama di Interstellar e la fine del nostro universo: tra circa 3 miliardi di anni, millennio più millennio meno, potremo scegliere se essere investiti da Andromeda (la galassia) o alternativamente da un Sole morente ormai poco più caldo di una boule che smarmellerà la sua massa in ogni dove, cancellando ogni traccia di noi per l’infinito tempo a venire.

—

Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

—

PROLOGO – Critica della capacità di giudizio (cit.)

In questo punto le strade mie e di Cox divergono una prima volta: questa consapevolezza della nostra insignificanza è dove io mi inchiodo. Siamo un puntino, un puntino qualsiasi su un puntino che galleggia sopra un universo potenzialmente infinito. Un giorno tutto questo finirà. Prima per me e per voi, inesorabilmente per tutti: siamo fondamentalmente irrilevanti. Per il cosmologo, al contrario, la stessa identica formulazione è la massima possibile espressione di senso: siamo un puntino, un puntino qualsiasi su un puntino che galleggia sopra un universo potenzialmente infinito. Ma per quanto ci è concesso di sapere qui c’è la vita, solo qui. Solo in questo minuscolo ed esatto incrocio dello spazio-tempo. Ammetto che è una visione disarmante. E può anche andare peggio. Perché io e Cox condividiamo da posizioni agli antipodi anche la risposta alla seguente domanda: “Qual è la minaccia principale alla sopravvivenza dell’uomo?”. Risposta: “La sua stupidità”. Mi scoccia concederlo, ma trovo meraviglioso che in queste tre parole riecheggi la famosissima massima di Albert Einstein: “Non so con quali armi si combatterà la Terza Guerra Mondiale, ma so che la Quarta si combatterà con pietre e bastoni”. Mi scoccia perché per me non c’è evidenza maggiore della nostra vacuità. Per la fisica, invece, qui si concentra tutta la tensione del senso: siamo la vita, ne siamo oggetto, soggetto, creatori, carnefici.

PARODO – Is this the world we created? (cit.)

Vado in cerca di altri che non siano Cox e mi avvedo che i matematici e i fisici sono gli ultimi veri umanisti. Il che non significa antropocentrici, tutt’al più illusi. Da Lemaître a Einstein, da Einstein a Sagan, da Sagan a Cox, da Jules Verne al dottor Emmett Brown (cit.): bambini che guardano il cielo stellato cercando di carpirne i segreti. Solo che il cielo è così grande da conservare in loro un infinito stupore: le cose che non sanno saranno sempre di più di quelle conosciute. E, al contrario di quanto il senso comune possa far pensare, non vivono di certezze: è l’applicazione stessa del metodo scientifico a infondere in loro meraviglia e incertezza continue. Ricordate la matematica delle superiori, no? Un teorema è vero solo se è dimostrato in tutti i casi previsti dalla sua ipotesi. Ne discende che in linea di principio tutti questi grandi portatori di dubbio non possono essere atei. Non possono perché la loro vera religione – la scienza – impone di non esserlo. Non possono credere in dio, ma non possono nemmeno non crederci, perché nessuna legge conosciuta della natura, del cielo, della matematica e della fisica è in grado di confermare una tesi o il suo contrario. L’agnosticismo è d’obbligo, se vuoi essere un fisico delle particelle credibile… Il caso di Georges Lemaître è l’eccezione che conferma la regola. Perché Lemaître, oltre ad essere un fisico e un astronomo, era anche un sacerdote cattolico. E a chi sottolineava la contraddizione rispondeva con una frase che andrebbe rievocata più spesso di fronte ai negazionisti dei nostri tempi: “Due sono le vie che portano alla verità, Dio e la scienza. E io scelgo di percorrerle entrambe”.

EPISODI – The great gig in the sky (cit.)

Lemaître, peraltro, non è uno scienziato qualsiasi. Pur non avendo mai ricevuto il Nobel, è considerato ancora oggi “il padre del Big Bang”e dell’atomo primordiale. Fu lui, lavorando alla teoria della relatività generale, ad arrivare all’idea che se l’universo era in espansione (come scoperto da Edwin Hubble) nello spazio-tempo ci doveva essere stato un punto zero da “qualche parte”. Il sacerdote mandò una accorata lettera ad Einstein: se le tue teorie sono giuste, gli scrisse, allora possiamo riavvolgere il nastro della vita fino a un “giorno senza ieri”. Lo scopritore della relatività – siamo nel 1927 – accolse queste parole più o meno come il prete una bestemmia e bollò la teoria di Lemaître definendola “un abominio della fisica”, un tentativo surrettizio di passare per buona la Genesi. Sei anni, diversi pregiudizi e molti scambi dopo – siamo arrivati al 1933 – la marcia indietro di Einstein fu completa e l’atomo primordiale divenne “la più bella e soddisfacente spiegazione della creazione”.
Curioso e affascinante mondo quello in cui la più credibile teoria sull’origine dell’universo somiglia tremendamente a quella meno credibile.

STASIMI – Se puoi vedere guarda, se puoi guardare osserva (cit.)

C’è una donna che cammina vicino alla redazione con un carrello della spesa pieno di piantine di basilico. Sarà sulla settantina, non mi pare malmessa, non più di tutti noi ecco. Di colpo si ferma e urla: “Vuole una pianta?”. Il destinatario dello sbraito la guarda confuso, trattiene il cane e con imbarazzo replica, il dito puntato a incolpare la bestia: “Grazie signora, ma non saprei come fare”. Seguo le mosse della donna aspettando che si rivolga a me, ma non lo fa. In compenso si gira sconsolata sul proprio asse, fa una piroetta completa e prorompe: “La gente è cattiva. La gente che non vuole le piante è cattiva. Per questo il mondo sta finendo”. Penso che sia matta. È certamente matta. Ha ragione da vendere. L’estemporaneità della scena distopica, unita alla pioggia arrivata a benedire le città infuocate, mi catapulta dentro il mondo di Saramago e, perso in un punto tra Cecità e Saggio sulla Lucidità capisco perché la sensazione di asfissia non mi abbandoni da qualche settimana, nonostante le temperature abbiano iniziato a scendere. Una impellente necessità di speranza buca il muro del mio cinismo: in questo mondo di ciechi che vedono (cit.), ho bisogno di qualcuno che veda davvero mentre tutto il resto del mondo attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana (cit.). Qualcuno che guardi il cielo con occhi sempre nuovi. E poi riabbassi lo sguardo sul mondo e ci tranquillizzi: siamo ancora qui.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Sostiene Brian Cox che tutti i politici di questo mondo dovrebbero un giorno salire su una navicella spaziale ed essere sparati nel buio stellare. Non per essere espulsi come scarti e nemmeno per farsi un selfie con Katy Perry, preciso io a malincuore, ma per osservare la Terra da lontano, per vederla con gli occhi degli astronauti: alla prima orbita tutti cercano casa. Alla seconda il loro Paese, i propri luoghi sacri. Infine tutti, indistintamente, vedono solo il pianeta per intero. E più se ne allontanano più lo pesano nello spazio dell’universo. Finché, a sei miliardi di chilometri da casa, a una distanza così lontana da esserci ancora preclusa, di noi non resta che un puntino, un puntino azzurro pallido: the pale blue dot. Questo videro e immortalarono per sempre le telecamere della sonda Voyager-1 il 14 febbraio del 1990: un puntino azzurro che occupa 0.12 pixel nel panorama del cielo. Lo scatto faceva parte della collezione “Ritratto di famiglia” e a suggerirlo fu Carl Sagan. Il finale di Estintori questa settimana lo scrive lui. Io spero solo che nessuno faccia del male a quella signora che vede dentro i nostri cuori. E tanto meno al cane.

Da Pale Blue Dot, di Carl Sagan

La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.

Le altre citazioni di questa settimana: Interstellar di Christopher Nolan, Back to the Future, part III di Robert Zemeckis, Is This the World We Created dei Queen, The Great Gig in the Sky dei Pink Floyd, Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber, La Critica del giudizio di Immanuel Kant, Cecità e Saggio sulla lucidità di José Saramago, la Bibbia e un sacco di altri libri di fisica di cui ho capito molto poco, tipo il Caforio-Ferilli del liceo. Come sempre, a chiudere, Lenny Bruce.

Io sono Fabio Amato, purtroppo in tutti i multiversi. E infatti sono anche qui e qui. I vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo (questo e non altri) vanno indirizzati a f.amato@ilfattoquotidiano.it.

P.s. Estintori si prende una settimana di ferie: ci ritroviamo il 16 luglio

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– La deprimente retorica in cui sono scivolato
– Katy Perry

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

—

Iscriviti a Estintori, una newsletter infinitesima
Iscriviti alle altre newsletter del Fatto

Il Fatto Quotidiano
Disiscriviti
IL FATTO S.P.A. - C.F. E P.IVA 10460121006
VIA DI SANT'ERASMO, 2 ROMA