Estintori, di Fabio Amato
2 Aprile 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo. Ogni settimana tre motivi per desiderarla
di Fabio Amato

Sei mesi fa un asteroide ha sfiorato la terra. Nessuno l’aveva previsto. Si chiama 2025 TF e ci ha mancati per un soffio cosmico: 428 km. Quattrocentoventotto chilometri più in là e ci saremmo risparmiati questo sfinimento chiamato 2026.

Se la vostra prima e istintiva reazione è un sonoro “Peccato!”, allora questa newsletter fa per voi.

Se siete mortificati dal fatto che il tutto è avvenuto di notte e avete perso l’occasione di assistere all’estinzione, questa newsletter fa per voi.

Se avete superato i 45 anni e avete accumulato solo dubbi, anche in questo caso questa newsletter è per voi. E ancor di più se ne avete meno di 45.

Se poi pensate che il meglio sia alle vostre spalle e davanti ci siano solo occasioni di lutto e macerie, anche in questo caso siete dei nostri.

Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti.

Noi e il nostro ego frustrato e represso, noi che speriamo nell’entropia e nella ineluttabilità del caos, noi che non crediamo nella redimibilità dell’uomo, noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me!”.

Noi che in definitiva crediamo che la vita non sia all’altezza della sua fama (cit.), noi che tifiamo per gli alieni di Independence Day.

Noi che abbiamo chiuso gli occhi sull’infinito universo che scorre nella musica di Keith Jarrett e poi li abbiamo aperti sul nulla.

Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni.

Noi che la sera guardiamo il soffitto invece di leggere un libro, sfiniti dall’ennesima scintilla di passione civica bagnata dalla realtà.

Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi.

Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – Oggi

Trump che fa rastrellare gli immigrati da un gruppo di paramilitari incappucciati con più armi in mano che denti in bocca. Trump che rapisce un capo di Stato, per quanto malvagio, e lo porta negli Stati Uniti per farlo “processare”. Trump che bombarda un Paese sovrano, per quanto malvagio, perché Israele lo avrebbe attaccato, loro avrebbero risposto e quindi tanto vale sparare per primi. Su tutto il sospetto malvagio che ogni cosa avvenga per celare le marachelle con il suo amico, malvagio e pedofilo. E ancora: il ministro della Difesa di un Paese orpello che si fa trovare in vacanza sotto le bombe nel momento del botto. Il ministro degli Esteri che di esteri (ma non solo) non sa nulla e se ne vanta. Un dibattito sul referendum che manco all’osteria dopo il coma etilico e il governo che, dopo avere sostenuto le virtù taumaturgiche della riforma della Giustizia, giustizia politicamente i capri espiatori fino al giorno prima intoccabili perché siamo garantisti, noi. Neanche il tempo di godersela e il prezzo del petrolio che straborda perché toh, nessuno ci aveva pensato, e allora tirate fuori gli attributi e passate da Hormuz, mezze pippe. Uno dice: è finita qui. E invece no. Citofonare Viminale per credere.
E tutti-dico-tutti ad annuire e discettare come se di fronte a noi ci fossero degli statisti. E non dei fragili che dovremmo tutelare.

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PARODO – Non c’è più niente da ridere

Ottobre 1993. Il settimanale Cuore pubblica per l’ultima volta il suo Giudizio Universale. In cima alla classifica dei motivi per cui vale la pena di vivere svetta l’amore. Al terzo posto c’è “la figa”. Al sesto “La fine di Andreotti”. Nella lista ci sono alcune fantasie indimenticabili: bombardare la redazione democristiana de Il Giornale di Vicenza, raddrizzare la gobba di Andreotti, sodomizzare Vittorio Sgarbi, lanciare Giuliano Ferrara su Bagdad (a proposito di bombe intelligenti), appendere per le palle gli evasori fiscali, appendere per le palle Vittorio Sgarbi, vedere la figlia di Bossi che sposa un senegalese, il culo. E poi gli evergreen: dichiarare guerra alla Svizzera, Enzo Catania detto turbominchia, Gianni Agnelli in catena di montaggio.
Non risultano agli atti interrogazioni parlamentari. Né proteste formali della Svizzera.
Nell’Italia di Tangentopoli il potere fa il potere, l’Italia lo sbertuccia. Sono gli anni della svalutazione e delle stragi, del prelievo forzoso, delle monetine al Raphael, della Fiat Duna e dell’Alfa Arna. Sono anni di merda. Ma possiamo sempre buttarla in vacca.

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EPISODI – Le parole sono finite

Scriveva un tempo Michele Serra (di riffa o di raffa a Cuore si torna) che il razzismo sarà finito quando si potrà dare dello stronzo a un nero perché è stronzo, non perché è nero. Aveva ragione Serra: non è impedendo di dare dello stronzo a qualcuno che elimini il razzismo. Ovvero con inversa formulazione a mio uso e consumo: il problema non è la parola “stronzo”. Il problema è cosa quella parola sottende. Sto dando dello stronzo a un nero perché è nero o perché effettivamente ha fatto qualcosa di stronzo? E allargando lo spettro: posso dire che Trump è uno stronzo senza sottendere il mio sostegno ai Pasdaran? Posso dire che Netanyahu è un criminale senza sottendere che abbia ragione Hamas? Posso criticare Zelensky senza che questo implichi il mio sostegno a Putin? Evidentemente no. E la colpa è, anche, di chi voleva giustizia per tutti quelli che si sentono dare dello stronzo.
Travolta dall’insipienza e smarrita l’egemonia culturale, la sinistra mondiale ha infatti cercato di eliminare l’effetto e non la causa. Stronzo (o X o Y o quel che volete) non si dice più, non sta bene, offende qualcuno e la categoria di cui è parte (non ho scelto io di essere una deiezione!). Con il doppio risultato, di qui il tradimento della intenzione meritoria, che non esistono più riferimenti per definire i comportamenti sociali e che ogni critica alla sostanza che sta sotto le parole è ridotta a rimostranza da Contessa.
Il corollario, ancor più rilevante, è che i comportamenti deprecabili sono tutti al loro posto. Anzi, pressati dal tentativo affannoso di depurare il linguaggio, gli stereotipi sono esplosi in modo ancora più virulento e sono diventati dominanti, pubblici, esibiti. Sono materia di rivendicazione elettorale quando solo 15 anni fa il cittadino medio se ne sarebbe vergognato. E se lo stereotipo diventa Tipo, la complessità che sta nel mezzo si perde, l’ironia si annacqua, il distinguo cade nel vuoto. Di lì a Trump, in tutto il suo affascinante ribrezzo, il passo è breve.

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STASIMI – Hanno vinto i cattivi

Persa la distinzione tra perbene e perbenismo, tra moralità e moralismo, la società è andata oggettivamente a farsi fottere, sgretolata sotto il peso delle rivendicazioni dell’Io perenne e insicuro. E qui tocca planare sui social network, dove ogni crudeltà trova spazio e platea. Trainati dal cattivismo di Musk, i vari X, Facebook & Co hanno ribaltato subdolamente il principio woke: più si identificano categorie da difendere e una minoranza si erge a chiederne tutela, più queste categorie vengono esposte al ludibrio e attaccate. Anche questa si chiama libertà. E chi la difende lo fa ammantato di un nobile motivo: non condivido quel che dici ma voglio che tu abbia il diritto di dirlo.
Il problema è che in questo gioco i cattivi vincono facile: mentre io mi censuro per non dire una qualsivoglia cosa che possa offendere qualcuno, loro fanno la gara di rutti. Qualsiasi pensiero che provi a distinguere le cause dagli effetti, il breve termine dal lungo, le motivazioni reali da quelle politiche o il falso dal vero è automaticamente tacciato di consorteria con il nemico.
Si chiama eterogenesi dei fini: chi voleva il politicamente corretto pensava che rimodellare le parole avrebbe modellato i pensieri. Ma così non è stato: la crosta delle parole è rimasta ben separata dalla mollica purulenta dei pensieri che tracima da sotto la superficie.
E così torniamo al punto di partenza. Se non ci avete riflettuto, il presidente degli Stati Uniti – l’uomo più potente del mondo, riverito e temuto – è un uomo che diceva di voler afferrare “by her pussy” una donna, che pagava pornostar e prostitute, che frequentava pedofili, che si intitola monumenti, che si intesta premi immeritati e pacificazioni inesistenti. È un mentitore patologico, bancarottiere seriale, fomentatore di rivolte di popolo, contrario alla scienza, abusatore di farmaci e di cerone, gonfio e decrepito ma barzotto come un adolescente in calore. È il peggio di tutti noi condensato in un unico uomo. Così che ciascuno di noi possa rivedercisi almeno un po’.

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ESODO – Moriremo tutti

E dunque, se siete arrivati alla fine di questo pippotto, non vi sfuggirà la logica che collega i disastri di questo inizio d’anno alla marcescenza dell’essere umano nel suo complesso. Se invece vi sfugge, limitiamoci all’essenziale: visto che non c’è più niente su cui ridere e i casi umani hanno preso il controllo dell’universo, tanto vale chiedere alle Parche di recidere i nostri fili. Motivi per meritarcelo non serve andare a cercarli, ma per sintesi ci limiteremo a tre ciascuno.

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Io sono Fabio Amato e, tra mille cose prive di senso, faccio il caporedattore al fattoquotidiano.it. Se volete insultarmi mi trovate qui e qui. E questi sono i miei primi tre motivi per desiderare la fine del mondo:

-La deprimente involuzione cognitiva dei sapiens

-Trump presidente di una cosa qualunque, fosse anche una bocciofila

-La signora che occupa l’intera corsia dell’Esselunga con il carrello e di fronte al tuo “mi scusi” ti fulmina che manco Begbie in Trainspotting: “E tu chi cazzo sei?”

Volate alto, tirate giù il cielo o anche no: siate piccoli e meschini, va bene uguale. Basta che scriviate a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi. Prima che sia troppo tardi.

La classifica aggiornata ogni maledetta settimana in calce a questa newsletter.


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