Estintori, di Fabio Amato
18 Giugno 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 12 – Da ormai qualche giorno all’uscita dalla metropolitana mi accoglie un piccione. Scuro scuro, quasi nero con qualche striatura più argentea, mi fissa per quel breve tratto di strada in cui il mio campo visivo e il suo si incrociano. Se ne sta lì solo, accucciato sul marciapiede d’asfalto rovente, sul retro di una scala mobile che nessuno prende a parte me, mentre gli altri piccioni si contendono le briciole nel prato trasandato poco più in là. Credo che sappia di stare morendo e che si sia messo in quell’angolo per andarsene in pace, sua e altrui. Non ho particolare simpatia per i piccioni, come quasi nessuno. Ma nemmeno li disprezzo. A chi piacciono i topi? E le nutrie, i pipistrelli, le cornacchie? I piccioni? Portano le malattie, dicono. E perché: noi no? Ultimamente, se non si fosse capito, sto rivalutando quasi tutte le creature della terra che non siano gli esseri umani. Quei due secondi in cui io e il piccione ci fissiamo mi straziano. Mi chiedo se nella sua testa di pennuto ci sia nostalgia del tempo vissuto: il primo volo, l’amore, un figlio perduto, ghermito da qualche predatore affamato. Mi chiedo se nella sua corteccia cerebrale non sia annidato un corrispettivo con le ali di Blade Runner. Perché di certo i suoi occhi rossi ne hanno viste cose che noi umani non possiamo immaginare. E sì, tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.
Chissà se lui sa che io so.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi che ci facciamo venire il mal di testa per trovare le parole
Noi che non troviamo parole e infine stiamo zitti
Noi che non vi sopportiamo più
Noi che non ci sopportiamo più
Noi mai lontani, ma in fondo mai vicini a niente.
Noi che abbiamo cercato di ripescare dal cesso ciò che avevamo di più caro (
semi-semicit)
Noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me”
Noi che chi ha sofferto troverà sempre la porta di casa aperta (
cit.)
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – Dai da mangiare ai piccioni e cosa ottieni? Piccioni grassi (cit.)

Forse la cosa che più mi ferisce è proprio questa: io so. So che quell’animale sta vivendo i suoi ultimi giorni e non riesco a non proiettare su di lui, sul più stupido degli stupidi piccioni, il mio senso di una fine (cit.). Sono miei i conti non fatti, è mia la paura. Cerco nel suo sguardo un barlume di consapevolezza e ho il terrore di trovarla. Perché se i nostri occhi si intendessero ne resterei paralizzato. Rimango con questo pensiero per qualche centinaio di metri di cammino, poi percorro l’atrio, prendo l’ascensore, entro in redazione e nel momento in cui mi tolgo gli auricolari vengo travolto da un diluvio di parole senza appello. È la settimana di Re Mida Vannacci: il nostro ossalato di calcio si sta ingrossando di consensi a destra e ancora più a destra, approfittando di ogni rimbalzo del suo verbo nell’etere prono. Espellerlo sarà più doloroso del previsto. Lo ascolto discettare con nonchalance di deportazioni, di femminicidi, di omosessualità e trovo il suo sguardo torvo più tordo di quello del piccione. Il pomeriggio-sera invece è dedicato al sottodosaggio degli stabilizzatori dell’umore di Trump. Caligola-Taco-Barney sta profanando la casa della democrazia americana per piazzare degli incontri di non so quale “arte marziale”. Ma nel mezzo ha tempo per dichiarare vinta una guerra che in realtà ha perso, negare di avere firmato un documento che poi firmerà davanti alle telecamere, rinnegare quello stesso documento e sostenerlo al tempo stesso. E infine rivendicare un “successo” costato svariati milioni di dollari: verniciare di blu il fondo di una fontana che secondo lui gli altri non erano stati capaci di verniciare bene, salvo ritrovarsi la suddetta fontana verde e piena di alghe esattamente come prima. Decido di prendermi una pausa e per puro masochismo apro Twitter (non riesco a chiamarlo X): c’è Calenda che posta una cosa qualsiasi accompagnata dal commento: “Ma vi rendete conto?”. Il Sapesse Contessa è dietro l’angolo ma vengo distratto da Pina Picierno che si lagna di qualcosa che sicuramente deve essere filo-russo e da Renzi che gioca a fare Machiavelli.
Chissà se sanno che io so.

PARODO – Enjoy the silence (cit.)

Il 2 aprile 1978 L’Espresso pubblica un articolo di Umberto Eco intitolato Il silenzio è di piombo. Siamo nel pieno dei 55 giorni del sequestro Moro e io devo ancora compiere sette mesi. Ma me ne ricordo nitidamente perché io mi ci sono laureato con una tesi sul sequestro Moro. Il 2 aprile, incidentalmente, è anche il giorno in cui in quel di Zappolino (Bologna) si tiene la famigerata seduta spiritica che porterà la polizia a passare al pettine – Trovato niente? Non abbiamo trovato un cazzo signore! (Cit.)– il paesino di Gradoli in cerca del presidente della Dc. Il motivo per cui ripesco dalla memoria quell’articolo è l’analisi che Eco fa della reazione dei media di fronte ai comunicati delle BR. Si parte da un presupposto: il silenzio non è percorribile, perché il mondo dei media è talmente ramificato (!) che uno spiffero si aprirebbe sempre e perché comunque essere informati è diritto dei cittadini. E allora che fare? Eco propone una distinzione fino ad allora misconosciuta – probabilmente anche dopo – tra fatti-rottura e fatti-notizia. I primi sono le notizie vere e proprie, gli accadimenti che in quanto tali rompono la continuità del tempo. Che so: dimenticare il pomo del bastone nella DeLorean o perdere il Grande Almanacco Sportivo (cit.). I secondi invece esistono solo in funzione del loro racconto: sono atti che non hanno valore intrinseco finché non sono riportati. È come li racconti a fare la differenza.
E questa è la grande novità del sequestro Moro che i brigatisti capiscono prima dei giornali: spararla grossa e lasciare che una non-notizia si trasformi in un’onda di piena sospinta dai media stessi, troppo assorti nella competizione per prendersi il tempo di afferrare, capire, digerire e spiegare. I brigatisti sanno che non hanno bisogno di una vasta platea. A quella penseranno i media, riempiendo ogni gazzetta di ogni Hill Valley di questo mortificato Paese con i loro proclami.

EPISODI – Who controls the past controls the future: who controls the present controls the past (cit.)

Quarantotto anni dopo, lungi dall’avere inoculato l’antidoto, il mondo è più frammentato e al tempo stesso più isolato che mai. È più vasto, certamente, ma ha meno regole condivise, migliaia di canali disintermediati senza controllo e pochissima coscienza di sé anche dove il controllo sulla carta ci sarebbe. Se tutto è social tutti siamo media. E il gioco del purché se ne parli da eccezione è diventato regola. Non c’è bisogno di essere terroristi per avere spazio. Si può risiedere tranquillamente nell’ordinamento democratico e mangiarsene pezzi dall’interno con la compiacenza di tutti. I Vannacci e i Trump adorano il caos perché vi prosperano (cit.) mentre attorno a loro una vasta schiera di emuli cerca di riprodurre il giochino: dico una cazzata, la peggiore cazzata che mi viene in mente, e resto a osservare l’effetto valanga. Tipo Uomo nell’alto castello o Racconti dell’ancella, ma sceneggiata dagli autori di Roland Emmerich, l’immane boiata si trasforma come per incanto prima in strada percorribile, poi in opzione misurata e gradita al popolo e infine in realtà. Il silenzio, il nostro povero silenzio, non solo non è più una opzione. Semplicemente non c’è.

STASIMI – Desensitized to everything. What became of subtlety? (cit.)

Mi chiedo se esista una alternativa a tutto questo e non la trovo. Sprofondo, mi lascio cadere senza forze nel mio realismo isterico e non so come uscirne.
Quando il critico James Wood coniò il termine nel 2000, il suo intento era in parte dispregiativo: raccontava una generazione di scrittori incapaci di restare nei binari della trama, persi tra digressioni, dettagli apparentemente insignificanti e una serie di io intrusivi che prendono spazio e rubano la scena, offrendo mille punti di vista perfettamente incoerenti all’interno di ogni personaggio. Se si resta alla letteratura, gli autori di riferimento di questo “movimento” involontario sono personaggetti tipo Zadie Smith – prima orgogliosa destinataria dell’appellativo – ma anche Don De Lillo, Thomas Pynchon, David Foster Wallace, Jonathan Safran Foer e, ovviamente, Jonathan Franzen.
Eppure io credo che Wood stesse descrivendo, senza capirlo, non tanto e non solo un modello di letteratura, quanto un modo di sentire che appartiene alle generazioni del dopoguerra e nello specifico della mia: abbastanza fortunati da vivere senza conflitti, con i mezzi e il tempo per chiedersi: “Sono felice?”. Ma senza più riferimenti, cresciuti all’ombra di ideologie (imperativi assoluti) morenti e assediati dal rumore assordante del capitalismo autoimmune. E quindi inquieti quando non direttamente tendenti al panico, assillati da mille dubbi e incertezze. Come se le dissonanze cognitive fossero talmente tante e talmente vaste da non poter trovare sintesi nell’individuo. Deve essere per forza così se vivo ogni momento della mia vita come fosse la pagina di un romanzo di Franzen, vestendo di volta in volta il ruolo in cui mi sveglio. Occasionalmente il figlio di Patty, talvolta Pip, altre volte Chip. Ma tendenzialmente quasi sempre Patty, la cui summa è, per chi non avesse avuto la fortuna di amare Libertà come l’ho amato io: “Sono stati commessi degli errori”.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Questo eufemismo significa in realtà: è andato quasi tutto a farsi fottere. Mio padre, mia madre, il secolo in cui sono nato, il capitalismo, la politica, le relazioni sociali, il gene difettoso, il concerto, il bottone della Volvo 240, quell’incidente… Ma forse significa anche che io non ho rinunciato a farmi venire e a farvi venire il sangue amaro, a sfrantecare chiunque per qualsiasi cosa, a triturare ogni concetto fino a farlo diventare polvere, a cercare empatia in ogni elemento. E ogni volta che l’ho fatto devo avere fallito se siamo a questo punto. E ogni volta che non l’ho fatto devo avere altrettanto fallito perché significa che ho lasciato correre. Ossignore, ho bisogno di una amnistia, almeno per la buona fede: abbiamo fatto un casino, sì. Ma abbiamo solo cercato di essere felici in tanti modi tutti sbagliati… E io non ne posso più di Vannacci, non ne posso più di Trump e “non capisco più se la famosa vita che continua mi consola o mi spaventa”… Devo uscire dalla redazione e respirare. Voglio provare “il sollievo di sentirmi di nuovo dentro la vita e lo sgomento di viverla in questa maniera” (cit.).
Devo andare a vedere come sta il piccione.

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Da Ogni cosa è illuminata, di Jonathan Safran Foer:

L’unica cosa più dolorosa dell’essere obliatori attivi è essere rammentatori inerti

Le altre citazioni della settimana, per chi non ha piccioni da accudire: Le correzioni, Purity e Libertà di Jonathan Franzen, Nessuno esca piangendo di Marta Verna, Il senso di una fine di Julian Barnes, 1984 di George Orwell (e i Rage Against the Machine), La svastica sul sole di Philip K. Dick, I racconti dell’ancella di Margaret Atwood, Il silenzio è di piombo di Umberto Eco, in L’Espresso n.13, 2 aprile 1978, Human, All Too Inhuman: On the formation of a new genre: hysterical realism di James Wood, in The New Republic, 24 luglio 2000, Blade Runner di Ridley Scott, Balle Spaziali di Mel Brooks, Mary Poppins di Robert Stevenson, Ritorno al Futuro parte II di Robert Zemeckis, i Depeche Mode, i Tool, Paolo Pietrangeli, Vittorio Sgarbi, il cinema di Roland Emmerich e sempre-e-per-sempre Lenny Bruce. Nei miei pensieri ma non citati: Cronache marziane di Ray Bradbury, L’assemblea degli animali di Filelfo, I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni.

La citazione finale nel testo è dalla rubrica Che Tempo Fa di Michele Serra, in L’Unità n.172 del 22 luglio 1990.

Io sono Fabio Amato e fatico a perdonarmelo. Mandate i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo a f.amato@ilfattoquotidiano.it. Le mie ossessioni qui e qui,

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– Il rumore
– Tutto quanto

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

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