Settimana 25 – Strano mondo quello in cui i piromani appiccano l’incendio, lasciano che il mondo bruci e poi chiamano i pompieri, no? Eppure, in questo settembre avvizzito – le guerre fanno ciò che ci si aspetta dalle guerre, Trump è ancora a piede libero nonostante il tentativo di corruzione in diretta tv, del clima continua a non fregarci una mazza – non sei nessuno se non passi almeno una parte del tuo tempo a commentare l’allarme congiunto del trio Altman-Amodei-Musk sul terribile destino che attende l’umanità tutta. Rallentiamo orsù dunque (cit.) – ripete la trinità tecnologica – o moriremo tutti! (cit.) Reale paura? Calcolo? Ipocrisia? Finzione? Vogliono i 5mila dollari di The Donald? Nessuno ha ben capito quali siano i motivi alla base degli alti lai (cit.). Vi giuro che io ci ho anche provato a seguire il filo logico di Dario Amodei, ma non ho trovato né filo né logica. Mi sono sorbito tutta l’intervista concessa a Anderson Cooper sulla Cnn e in coscienza confesso: non ci ho capito una mazza. Di una montagna di parole mi è rimasta solo la mortificante sensazione di essere una comparsa nel remake del Dottor Stranamore: “Dimitri, questo server me lo devi abbattere”. Ma senza ironia, senza Peter Sellers e con la regia di Roland Emmerich.
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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
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PROLOGO – The Unforgettable Fire (cit.)
Uno dei ricordi più vividi che ho di mio padre risale all’infanzia: io volevo il Nintendo, lui mi regalò un Commodore 64. Io volevo i videogiochi, lui faceva il programmatore. Anzi, analista-programmatore: correggeva codice. Montagne di codice rivisto a biro rossa e metodicamente conservato in infiniti blocchi di appunti il cui scopo era, che so, la verbosa compilazione delle voci di una busta paga. A dire il vero mio padre correggeva un po’ di tutto in ogni momento: codice, figli, articoli di giornale, mezzibusti del tg… In tarda età anche sottotitoli di film in inglese ed editoriali di Travaglio (con ricorrente preghiera da parte mia di non scrivergli mai). Al suo fianco a ogni pasto ho sempre visto un vocabolario che, soprattutto durante gli anni della mia adolescenza, sarebbe servito ad annichilire chirurgicamente la mia arroganza filiale. Rimpiango il me bambino intento a imparare stringhe di linguaggio Basic nelle mattine di festa mentre scarabocchia risme di schede perforate portate a casa dall’ufficio: SYS49152, POKE 53281, 0 (schermo tutto nero, 6 se volete il blu). Se dalla memoria lascio defluire la nostalgia di quei giorni – se mai ci fosse un referendum sul passato io vorrei tornare al 1983/84 (cit.) – quel che resta nel setaccio è un insegnamento (volontario?) universale: ogni linguaggio ha la sua grammatica. Maneggiala correttamente e non sarai schiavo.
PARODO – I might be wrong (cit.)
Io non so se il doomsday tecnologico sia boutade o concreta minaccia. Credo che non lo sappia nessuno, al di là delle percentuali di rischio buttate lì un tanto al chilo: è il 20 per cento, che faccio, lascio? So però che per la prima volta questa settimana ho avuto timore della AI. Non tanto per quel che può fare senza il mio consenso, quanto per quel che fa a me con il mio consenso, en plein air. Mi spiego: dopo l’ultimo Estintori alcuni lettori (e pure i colleghi) fingendo di farmi i complimenti mi hanno fatto notare che il discorso sulla letalità del sapiens resta monco se non si allarga lo sguardo da quella intraspecifica a quella interspecifica. Giusto, ho pensato. Sull’onda di questo stimolo ho istintivamente infilato un paio di prompt in Claude e nel giro di trenta secondi il chatbot ha tirato fuori una buona decina di spunti, con tanto di citazioni colte e bibliografia di riferimento. Da lì per esempio ho scoperto che l’essere umano ha una capacità predatoria da 9 a 14 volte superiore alle altre specie (cit.). Bingo! Ci meritiamo l’estinzione perché siamo cacciatori con il culo al caldo, predatori vigliacchi. E così ho cominciato a scrivere, a trafficare freneticamente sulla tastiera collegando fili immaginari, raffinando il concetto.
Poi all’improvviso ho buttato via tutto.
EPISODI – When the world ends (cit.)
Di chi era l’idea che avevo scritto e sviluppato? Era mia la conoscenza o semplicemente una proiezione coerente di ragionamenti precedenti? Era ancora la mia newsletter o solo un suo clone sbiadito? Le mie canzoni, i miei libri, la mia memoria, i miei ricordi? Claude mi “conosce” benissimo beninteso. Ha un intero dossier su di me: lo uso per elaborare mappe interattive e grafici destinati ai lettori, archiviare e riordinare materiali, scrivere html per trasformare i numeri in tabelle, infografiche e dati navigabili. Grazie alla AI ho imparato a connettere un database ministeriale a un documento nel cloud e dal cloud passarlo a un software grafico. E da lì al fattoquotidiano.it dove voi potete fruire del risultato finale senza necessariamente condividere il percorso. Talvolta faccio pure “rileggere” la newsletter al chatbot per verificare un concetto, segnalare incongruenze logiche o statistiche. Claude memorizza? Beh, io anche: nuovi linguaggi entrano nel perimetro della mia comprensione con le loro grammatiche. E più “lingue” sei in grado di parlare più saranno le persone con cui potrai dialogare ed entrare in contatto. E da lì avere nuovi stimoli, nuove idee da sviluppare. Tenendo sempre mio padre e il suo dizionario orgogliosamente al mio fianco.
Ma cosa succede se non siete più voi a guidare la macchina? Cosa succede se le idee che sostenete sono solo ”verosimilmente” vostre? Che senso ha che a predicare l’estinzione un-po’-sul-serio-un-po’-no sia un calcolatore talmente bravo a imitarti – e talmente insensibile al tema – da doppiare la tua voce? Si chiama alienazione, se non direttamente sostituzione di persona.
STASIMI – Ta-Taaaan (cit.)
Astraete dal piccolo, fragile ego di Fabio Amato e dai suoi sensi di colpa e vi troverete esattamente nel punto in cui 25 medagliati Fields – il “nobel” per la matematica – hanno deciso di prendere carta, penna e calamaio e scrivere una lettera aperta “contro” l’intelligenza artificiale. Il caso è noto: migliaia di agenti hanno risolto in 88 ore un problema legato alle equazioni di Navier-Stokes. Non entrerò nel merito se non per dire che si parla di fluidodinamica. Per il resto la formulazione mi risulta così astrusa da non capire nemmeno quale parte copiare e incollare da Wikipedia. Ad ogni modo, la domanda posta pubblicamente è: quale beneficio collettivo abbiamo ottenuto se nel raggiungere il traguardo abbiamo smarrito il percorso? La fisica, la matematica, il progresso in senso lato sono figli della loro stessa evoluzione, dei tentativi e dell’errore: non è solo una questione di smarcare una check-list (fatto!), ma di sedimentare nel tempo ciò che il percorso verso la soluzione chiarisce e rende disponibile a tutti. Altrimenti i casi sono due: o il progresso non c’è o non ci appartiene.
Se le equazioni di Navier-Stokes vi sembrano troppo rarefatte, pensate alla teoria della relatività e alle sue implicazioni su larga scala. E se ancora non vi torna rovesciamo completamente il discorso: cosa se ne fa il pianeta di miliardi di cittadini, lavoratori, elettori ridotti a individui “solubili” in algoritmo? Seduti sulle nostre poltrone, gli occhi ben schermati dalla realtà come i soffici, stolidi umani di Wall-E, vivremo dunque un tempo solo nominalmente umano, mentre è il nostro clone – in buona o cattiva fede che sia – a prendere le decisioni spacciandole per nostre?
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Vedo il semaforo rosso piazzato davanti a big tech e mi chiedo quanto durerà questo stop alla corsa, ammesso che oltre le parole uno stop ci sia mai stato. Trump non ne vuole sapere, dice che lui è abbastanza intelligente per tutti quanti. Xi nemmeno, per motivi opposti e complementari. A loro volta le compagnie sono vittime del loro stesso paradosso esistenziale, volgarmente detto teoria del copertone bucato: se stai fermo la bolla si sgonfia, se vai avanti la bolla continua a gonfiarsi, ma prima o poi scoppia.
Sarà perché ho appena compiuto gli anni e ogni compleanno mi presenta il conto della distanza dal giovane me, ma mi ritrovo di nuovo a pensare a mio padre e a una delle rare volte in cui mi fece un “complimento”.
Tarda sera: eravamo in macchina fermi al semaforo tra Via Trieste e Via Venezia, curioso e deprimente angolo della città in cui cinema porno e parrocchia si sono contesi e scambiati le anime per decenni (il Ritz è andato, per ora resiste la chiesa). Venne il verde e io esitai qualche istante prima di inserire la marcia e lasciare andare la frizione. In quel momento una macchina passò a velocità smodata (cit.) bucando in pieno il rosso davanti ai nostri occhi. Ripartii cauto e solo dopo avere attraversato l’incrocio, ormai in salvo, Nino mi fissò tra il sardonico e lo spaventato e disse: “Ho molto, molto apprezzato la lentezza dei tuoi riflessi”.
P.s. Ho fatto leggere questo numero a Claude. Dice che gli è piaciuto molto
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Da L’uomo duplicato, di José Saramago
“Lo inquieta ora la possibilità di essere lui il più giovane dei due, che l’originale sia l’altro e lui soltanto una semplice e anticipatamente svalutata ripetizione”.
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Le altre citazioni della settimana, da libri, film e canzoni che potrei anche non aver letto/visto/sentito: The unique ecology of human predators, di Darimont et al., Science (2015); Cronorifugio di Georgi Gospodinov; Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb di Stanley Kubrick; il Salve Regina; la Divina Commedia di Dante Alighieri; Balle Spaziali di Mel Brooks; Wall-E di Andrew Stanton; The Unforgettable Fire degli U2; When the World Ends della Dave Matthews Band; I Might Be Wrong dei Radiohead; Roland Emmerich e Lenny Bruce, nella consueta moda di Don De Lillo.
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Io sono Fabio Amato e secondo Claude mi occupo di un sacco di cose diverse. Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui una versione artificiale ma non troppo del mio ego. Qui solo per lavoro, qui trovate un po’ di mappe, grafiche e disegnini, assemblate con un gusto minimal chic che Nino avrebbe detestato.
I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:
– Io
– La morte delle grammatiche
– La deprimente involuzione cognitiva dei sapiens
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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