Estintori, di Fabio Amato
16 Luglio 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 16 – “Parlo con te o direttamente con il tuo senso di colpa?” (cit.).
Il fatto è che sono appena tornato dalle ferie e mi sento a disagio. Contando i fine settimana sono riuscito a non curarmi del mondo per nove giorni filati. Ma non per questo il mondo ha smesso di essere mondo. Non dico gli sconosciuti, ma persone care, persone a cui voglio bene, hanno passato giorni da
Malaussene (cit.), vittime sacrificali di ogni sorta di meschinità mentre io mi godevo l’effetto sanatorio della Montagna Magica (cit.). E io stesso, nonostante l’idillio, ho litigato e sbraitato per offese morali che mi hanno confermato che l’essere umano fa assai schifo a ogni latitudine o altitudine, basta che di mezzo ci siano i soldi o l’obbligatorietà del Pos. Quando poi per sbaglio ho allargato il campo visivo appena appena, mi sono visto Vannacci che cercava voti con una riedizione fin troppo maschia della Coppa Cobram (cit.), e sfido chiunque a sostenere che già questo non giustifichi l’oblio. Poco più in là il solito Trump, noblesse oblige, continuava a fare Trump, riaprendo una guerra che aveva scatenato per sbaglio e chiuso per culo, mortificando la Casa Bianca con insegne dorate, distruggendo lo sport per pura ὕβρις, ovvero per demenza senile. E intanto fa di nuovo un caldo bestia. Il clima è talmente malato che finanche le zanzare hanno chiesto aiuto all’Unhcr, costrette come sono a migrare a nord per trovare sangue. Ma passerà anche questa ondata, suvvia! E dunque la politica affronti il tema con la giusta disposizione d’animo: frittatona con le cipolle, Peroni familiare gelata e rutto libero (cit.). Vuoi mettere lo spettacolo della legge elettorale rispetto all’apocalisse climatica?
Dovrei godere del caos dilagante, e invece continuo a sentirmi in difetto: quanto è stronzo invocare l’estinzione del genere umano quando hai appena salutato le marmotte e i camosci, il sublime kantiano e il più profondo silenzio?

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – Shit happens

Il tratto comune a tutte le sciagure che attraversiamo, ne converrete, è che rispondono con crescente, preoccupante aderenza all’ironia perfida di Karl Marx: “La storia si ripete sempre due volte. La prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Marx citava Hegel e pensava alla Francia di Napoleone I e Napoleone III. A noi basta aprire svogliatamente Instagram per constatare che negli Stati Uniti di The Donald dilaga una epidemia di diarrea: migliaia di persone coinvolte in trenta stati. E non una abitazione o ufficio che abbia il bidet. Pare che lo squaraus collettivo (non letale, oibò) sia stato causato da un parassita, la Cyclospora cayetanensis, e che tutto sia originato – ironia della sorte – dalla verdura non lavata di una qualche catena di fast food. Ma l’accento più interessante è quel “pare” all’inizio del periodo precedente, ancorché nemesi del bravo cronista: il tentativo di ricostruire la diffusione è infatti ostacolato da più fattori. In primo luogo dal fatto che, statistiche alla mano, l’americano medio mangia nei fast food più volte in una settimana. E quindi è come cercare il famoso ago nel pagliaio. Secondo: il parassita non si trasmette da uomo a uomo, ma solo ingerendo le spore che possono essere nelle verdure, certo, ma sopravvivono all’espulsione delle feci stesse. In ultimo perché i centri di prevenzione che fanno capo al Dipartimento della Salute (i CdC), chiamati a ricostruire la penosa vicenda hanno dovuto rispondere che giusto l’anno scorso hanno chiuso il programma di monitoraggio sulla Ciclospora, e dunque – spiacenti – dovevano scaricare sulle singole agenzie statali il fardello. E perché mai hanno chiuso baracca, chiederete? Semplice: perché quel gran genio di Robert F. Kennedy Jr. ha azzerato i fondi.

PARODO – On the Shore Lay Montezuma, With his Coca Leaves and Pearls (cit.)

Ora, non so voi, ma io vedo in questo piccolo paradigmatico merdaio almeno una mezza dozzina di tragedie tramutate in farsa. C’è quella di una dinastia – i Kennedy – che solo 50 anni fa mandava i suoi concittadini sulla Luna o più prosaicamente a farsi saltare in aria in Vietnam e ora li manda letteralmente a cagare. C’è l’immagine di un popolo, quello americano, che ieri esportava la democrazia nel mondo e oggi, vittima di Montezuma, non può nemmeno alzarsi dal cesso. E c’è la disperante eredità del Covid – 102 milioni di casi solo negli Usa, più di un milione di morti – da cui evidentemente non abbiamo imparato nulla. Uso la prima persona plurale perché non credo ci sia nemmeno bisogno di andare in un ospedale per sentire il rumore delle termiti che stanno mangiando il sistema della sanità pubblica, a tutto vantaggio delle assicurazioni private e delle corsie differenziali per censo. C’è qualcosa che funziona? La smantelliamo per copiarne una che fa schifo. Ne riparliamo alla prossima pandemia. O quando qualcuno vorrà abolire i bidet per legge.

EPISODI – Ciucc’intorno-a-ce (cit.)

Per sfuggire all’oggi mi rifugio nella ciclicità del tempo. Marx declina l’idea in più modi: per connotare la storia, come abbiamo visto, ma anche per profetizzare la crisi del Capitale, sospinto fino alla breccia della rivoluzione dal fallimento progressivo dei cicli di accumulazione. Per quanto di rivoluzioni non si veda traccia, l’idea dei cicli è la più naturale che esista. La nostra vita è un ciclo, le stagioni sono cicli, le orbite terrestri sono cicli. Compie un ciclo la trilogia di Matrix quando l’Architetto svela a Neo la vera funzione dell’eletto: perpetrare il sistema, riprendendo paroparo il concetto di dissenso da 1984. È un ciclo quello raccontato da Thomas Mann nei Buddenbrook, ed è fatto di cicli pure il buddhismo, se volete. Quanto all’inevitabile deterioramento che ogni rotazione porta con sé, di null’altro stiamo parlando se non di entropia: è la direzione del tempo. E quindi sì, anche il capitalismo prima o poi finirà se dio vuole. Ma di suggestione in suggestione mi viene la frenesia. E tra vecchi file conservati in un hard disk che non toccavo da dieci anni ritrovo una infatuazione infantile per le stelle di Planck. Con rinnovata sorpresa scopro di aver fotografato alcune pagine da Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli. Più precisamente di avere voluto tenere memoria digitale della formulazione che Rovelli dà della gravità quantistica a loop. Nella stessa cartella trovo anche una bozza di lettera – una lettera di scuse – mai inviata. Per quel poco che interessa qui, vi dirò che nel testo do conto ai miei creditori morali della fine di un ciclo: una fase morente del mio io, una stella fredda che collassa su se stessa. E mi appello alla fisica per un nuovo inizio.

STASIMI – Space dementia (cit.)

Le stelle di Planck sono una ipotesi affascinante della fisica quantistica. Supponiamo di poter assistere alla fine del Sole. La nostra stella, gelida come lo split del condizionatore di un fast food in Texas (dice: ma come avranno preso il cagotto?) inizierà a collassare su se stessa schiacciata dalla sua stessa gravità fino a diventare un buco nero. Ma la sua massa continuerà ad essere compressa fino a raggiungere la dimensione di un singolo atomo che contiene in sé tutta la materia e tutto il tempo, spiaccicato come i fan di Ultimo a Tor Vergata. Se l’ipotesi fosse verificabile osservando – così non è, vedi alla voce Interstellar – assisteremmo prima a una compressione estrema e poi al grande rimbalzo: una gigantesca espansione simile in tutto e per tutto al Big Bang che scaraventerebbe atomi di Ultimo e dei suoi millemila seguaci a ogni angolo di un neonato universo canoro. E proprio questo è l’elemento più affascinante della gravità quantistica a loop: forse l’universo non è un enorme botto con un solo centro, ma il rimbalzo continuo di uno, dieci, mille, infiniti universi morenti. Non più quindi un viaggio a ritroso fino al giorno senza ieri di Lemaître, ma una successione senza requie di cicli, in cui inizio e fine sono parole prive tanto di significato che di referente. Vista in questi termini, tutta la faccenda dell’estinzione altro non è che l’apertura a una grande rinascita. Certo, ci vorrà qualche centinaio di milioni di anni perché ciò accada. Ma con questo il mio senso di colpa da vacanze è sedato.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

E infatti la prima cosa che mi viene da osservare è che questa idea di un nuovo inizio è assai perniciosa, come affidare il mondo a una ipotetica araba fenice e scaricare la responsabilità sul futuro. Viviamo tempi bui? Arriveranno uomini più forti che risolleveranno le nostre sorti. E nuove sorti creeranno tempi luminosi. Ma i tempi luminosi creeranno uomini deboli. E gli uomini deboli daranno vita a nuovi tempi bui. E così via. Ascolto il comico Jimmy Carr sostenere questa tesi in un suo famoso sketch con il pubblico e me ne infastidisco. E se nel mezzo qualcuno a caso schiacciasse il bottone sbagliato nella valigetta nucleare che tiene nel pannolone? E se gli uomini forti distruggessero tutto? E cosa ce ne facciamo di questo progresso se non possiamo uscire di casa perché l’aria è irrespirabile? Irritato, mi trovo infine a contestare me stesso: pensare che oltre ogni grande tragedia ci sia una opportunità, invocare perdono per gli errori solo per garantirsi la possibilità di un nuovo inizio è la più autoassolutoria delle tesi. Domani è un altro giorno? Non sempre, non proprio, non necessariamente.
Alla fine ho fatto proprio bene a non mandare quella lettera di scuse.

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Da Anima, di Wajdi Mouawad (grazie Paola):

Gli umani sono soli. Malgrado la pioggia, malgrado gli animali, malgrado i fiumi e gli alberi e il cielo e malgrado il fuoco. Gli umani sono sempre sulla soglia.
Hanno avuto il dono della verticalità, e tuttavia conducono la loro esistenza curvi sotto un peso invisibile. C’è qualcosa che li schiaccia. Piove: ecco che corrono. Sperano nella venuta delle divinità, ma non vedono gli occhi degli animali che li guardano. Non sentono il nostro silenzio che li ascolta. Prigionieri della loro ragione, la maggior parte di loro non farà mai il grande passo dell’irragionevolezza, se non al prezzo di un’illuminazione che li lascerà esangui, e folli. Sono assorbiti da ciò che hanno sottomano, e quando le loro mani sono vuote, se le portano al viso e piangono. Sono fatti così.

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Le altre citazioni di questa settimana per chi era bloccato in bagno: Il ciclo di Malaussene di Daniel Pennac, I Buddenbrook e La montagna incantata di Thomas Mann, Der achtzehnte Brumaire des Louis Bonaparte di Karl Marx, 1984 di George Orwell, Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli, La trilogia di Matrix dei fratelli/sorelle Wachowski, Interstellar di Christopher Nolan, Due Spicci di Zerocalcare, Il secondo tragico Fantozzi di Luciano Salce e Fantozzi contro tutti di Paolo Villaggio e Neri Parenti, Cortez the killer di Neil Young, Space Dementia dei Muse, gli spot Omnitel con Megan Gale e sempre e per sempre Lenny Bruce.

Io sono Fabio Amato e sto bene attento a lavarmi le mani. Mettete i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo in un sacchetto sterile e mandateli a f.amato@ilfattoquotidiano.it. Qui e qui solo montagne, cenge pietrose e gatti.

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– Le scuse autoassolutorie
– La fine delle ferie

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

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