Settimana 11, da cui straordinariamente non si evince niente (cit.). L’estintore Pierpaolo mi inoltra una notizia che mi rattrista: il 30 maggio una cometa indirizzata verso il pianeta delle scimmie è esplosa in pieno giorno a 64 km di altezza sui cieli del Massachussets mentre viaggiava a 120mila chilometri orari. La cosa mi indispone per almeno tre motivi diversi e conseguenti. Uno: non ne sapevo niente, la Nasa non mi aveva avvertito. Due: la simpatica cometa – 1,6 metri di diametro per un peso approssimativo di 5,6 tonnellate – non si è triturata integralmente all’impatto con l’atmosfera. Un frammento di circa 70 cm è sopravvissuto ed è andato a inabissarsi a sole 10 miglia a nord-est di Cape Cod: praticamente davanti a Boston. Mi immagino il giubilo di Roland Emmerich nel vedere metà della trama (la metà sbagliata) della metà dei suoi film realizzarsi in un colpo solo. E anche la cometa deve essersi ringalluzzita di brutto, visto che è stata riqualificata da stella di Natale fuori stagione a gran culo di meteorite (cit.). Tre: il simpatico sassolone ha perso l’occasione di vendicare i compagni Wampanoag che, ben in anticipo su Vonnegut, Hopper e i Kennedy, hanno legittimamente abitato quel lembo di terra per 12mila anni. Sterminati dalla leptospirosi prima e dai coloni inglesi (che avevano persino aiutato a insediarsi) poi, quel poco che resta dei Wampanoag sarà infine costretto come tutti noi a sorbirsi le sette partite dei mondiali che si tengono in Massachussets.
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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e lo spazio nel mezzo (cit.)
Noi che camminiamo sotto la pioggia a Capodanno
Noi che non vi sopportiamo più
Noi che siamo esauriti da quando avevamo 30 anni, come tutti (cit.)
Noi che non apparteniamo a nessun posto e in realtà non possiamo tornare da nessuna parte (cit.)
Noi mai lontani e in fondo mai vicini a niente.
Noi che abbiamo cercato di ripescare dal cesso ciò che avevamo di più caro (semi-semicit)
Noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me” (molto bella la variante Diego: “Ma perché non vengo trafitto ora da un dardo infuocato”)
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
PROLOGO – Ecoillogical Babel (cit.)
Confesso che dei Mondiali di calcio mi frega meno di tutti i podcast crime messi insieme. Trovo i secondi irritanti più o meno come il rileggere i miei appunti ai tempi dell’università: se ho preso nota significa che ero a lezione. Se ero a lezione e ho preso appunti vuol dire che ho già ascoltato. Se devo rileggere quel che ho scritto vuol dire che ho ascoltato male e infatti non ci capisco niente. Se invece non ero a lezione, non ho preso appunti e non ricordo nulla vuol dire che già allora non me fregava una mazza. Perché dovrebbe interessarmi dopo?
I primi invece mi paiono mega-eventi fuori tempo: le competizioni itineranti globali hanno avuto senso fino alla mondovisione. Servivano a portare gli sport famosi, di cui si aveva dalla radio un racconto singhiozzante e stenografico, a casa di una élite di persone festanti. Oggi, che un mondiale venga giocato a Città del Messico o a Ceglie Messapica non fa alcuna differenza. Gli Slam del Tennis potrebbero essere disputati tutti a Castelnuovo di Garfagnana o Collelungo, cambiando superficie una volta ogni tre mesi. Trovo irrazionale, ecocida e semplicemente disperante che migliaia di persone vengano spostate in aereo da una parte all’altra per giocare lo stesso gioco in posti diversi. Mettiamo tutto il calcio a Santa Restituta, a Vimodrone piazziamo il ciclismo, l’atletica invece la depositiamo sulla Maiella così abbiamo anche l’effetto altura e ripopoliamo i borghi… Esaspero, ovviamente, ma spero che il concetto sia limpido: tutto può essere vissuto in diretta, con qualità, comodità e dettagli spesso di gran lunga superiori a quelle esperibili in loco. Resta, unica variabile, l’atmosfera: il clima meteorologico e quello emotivo sono diversi in ogni luogo e fanno la differenza laddove tutto il resto è ormai un hub aeroportuale, il non-luogo per definizione, costruito unicamente per generare profitto.
PARODO – Concludi soltanto quegli affari che ti consentano di riposare tranquillo la notte (cit.)
Epperò c’è Trump che – ricostruisce la Cnn – dal 7 aprile al 9 giugno è riuscito ad annunciare 37 volte come “imminente” la fine di una guerra che ha scatenato lui. 37 volte in 90 giorni vale un guinness persino nella vasta antologia degli schizoidi. Ma il trionfo vero è avere ricominciato a bombardare l’Iran 24 ore dopo la 38esima rassicurazione. Ebbene, il nostro Barney cattivo rischia di passare alla storia per avere celebrato la competizione più inospitale dai tempi delle Olimpiadi di Berlino del 1936. Tra iracheni rispediti in patria perché sospetti, svizzeri trattati come messicani, iraniani costretti a fare i pendolari per tutto il Nord-America ogni 24 ore e belgi e uzbeki perquisiti come pericolosi narcotrafficanti, i mondiali di calcio al tempo dell’Ice sono certamente l’apogeo della paranoia xenofoba e guerrafondaia. Al diavolo de Coubertain – quello vale per le olimpiadi – al diavolo il fair play e l’ospitalità, al diavolo ogni sorta di rispetto della forma: noi siamo gli Stati Uniti e voi siete dei maledetti invasori, anche se vi abbiamo invitati noi.
Questa specie di Fuga per la Vittoria al contrario, in cui i giocatori devono azzuffarsi per entrare allo stadio anziché fuggirne, ha l’effetto perverso di restituire “l’aura” (cit.), ancorché maligna, all’ennesima riproduzione sbiadita della competizione globale. È la Gioconda coi baffi di Duchamp, ma in versione 2.0: obesa, le tette volgarmente rifatte, la labbra gonfie di botox e il dito medio ritto verso chi osserva.
EPISODI – Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri (cit.)
A questo aggiungiamo il manto di ipocrisia maleodorante che riveste l’intero lato sportivo. Per mesi, più o meno velatamente, in tanti hanno cercato senza successo un modo per far rientrare alcuni esclusi eccellenti nella competizione e cacciare i Paesi sgraditi: “Ma come puoi far giocare l’Iran”, “maccome quel posto è mio me lo ha detto Mosè”. Robe così. Falliti tutti i tentativi che non fossero “il pallone è mio e faccio giocare chi voglio” ci si è adattati a disputare un torneo che è la copia fotostatica dello sfilacciamento del tessuto globale. Mi perdonerete se entro in dettagli che mi sono fatto spiegare cinque minuti fa dal collega Daniele, ma sono necessari. I mondiali 2026 sono un trionfo di priapismo steroideo: da 36 squadre si è passati a 48 e ci vorranno settantadue partite per eliminarne 16 e da lì ricominciare. Praticamente il bignami della politica estera di Trump applicato al calcio: settimane di confronti, esultanze, vittorie e sconfitte per concludere niente. Per completare il quadretto edificante, Daniele mi spiega anche che la squadra vincente alla fine avrà coperto in aereo qualcosa come 12mila km per spostarsi da una parte all’altra.
STASIMI – Ce ne saranno tanti. Tanti quanti? Come le stelle (cit.)
Penso ai Wampanoag, rimasti semi-stanziali per 12 millenni senza rompere le palle a nessuno e poi cacciati a calci nel culo da casa loro dai nuovi americani, e a quanto gli deve rodere ancora oggi di avere aiutato quei quattro cialtroni calvinisti dei pellegrini scesi dal Mayflower. La storia, l’avrete vista in qualche film americano con la scena del tacchino gigante, è questa: un centinaio di inglesi nel 1620 arriva sulle coste del Massachussetts. Sono sfatti da mesi in mare e hanno una fame dell’ostia. Si sono portati i semi da casa, ma si accorgono ben presto che nel Nuovo Mondo, nonostante la tracimante fede in dio, non possono coltivare il necessario per il loro orrendo porridge. Forse mossi a pietà da quattro anni di epidemia di leptospirosi che ha appena smesso di decimarli, i Wampanoag vedono gli inglesi che vangano a vuoto e decidono – mal gliene incolse – di insegnar loro a coltivare il mais nel clima nordaltlantico. Diventano amici per la pelle e da quel momento, cascasse il cielo, ogni anno fanno un grande festone tutti insieme – eccovi il pranzo del Thanksgiving – per ringraziare dell’abbondante raccolto. Già, cascasse il cielo… Il seguito della storia, a spizzichi e bocconi, è altrettanto noto: i pellegrini figliano più dei roditori con la leptospirosi e hanno sempre più bisogno di terra per sfamare la loro progenie. I Wampanoag vengono convertiti e colonizzati. Nel 1670 l’intera popolazione aborigena della New England è già la metà dei bianchi, virtù fertilizzante dei porridge: 15mila contro 30mila. Nel 1676, finita la “guerra di Filippo” (interessante caso di false flag di cui magari parliamo un’altra volta), gli “indiani” residui sono poco più di 10mila. I Wampanoag, cari buoni vecchi e ospitali Wampanoag, sono stati sterminati e non se ne contano più di 400. Dal Mayflower sono passati appena 50 anni e sulla tavola dei coloni ci sarà tacchino in abbondanza per i secoli a venire.
Ora prendete questa favola della buonanotte e confrontatela con quanto detto cinque giorni fa da Pete Hegseth. Di fronte all’enormità dell’anniversario dello sbarco in Normandia, lo scherano di Trump ha osato paragonare il secondo conflitto mondiale alle rotte migratorie: “Oggi diverse spiagge europee sono prese d’assalto […] Sulle spiagge della Spagna, dell’Italia, della Grecia e della Bulgaria arrivano barche e uomini. Le capitali agiranno contro questa invasione o è già troppo tardi?”.
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Nel tragicomico 2012, disaster movie diretto dal mio protégé Roland Emmerich tanto per cambiare, una fusione imprevista del nocciolo della terra causa la quasi-estinzione del genere umano. I sopravvissuti – in massima parte Yankee, ma con tecnologia cinese, anvedi – vanno alla deriva tra gli oceani a bordo di ultratecnologici Mayflower moderni, in attesa di toccare terra. Approdano infine in Sudafrica, dove coperti dai titoli di coda si presume vengano accolti e possano ricominciare da capo. La speranza vince, i buoni trionfano e bla bla bla. Ma nei miei sogni più scabrosi la sequenza continua: fuori scena – lo schermo è nero, i titoli sono già alla seconda unità di aiuto regia – un vecchio e affamato Pete Hegseth apre il portellone della nave e fa per scendere quando viene improvvisamente placcato dal Wampanoag di turno. L’uomo – armato fino ai denti, cappellino Maga in testa e un vago odore di repellente per roditori sulla pelle – lo getta a terra senza complimenti, gli mette le fascette ai polsi e con aria severa inveisce: “Maledetti americani, è una fottuta invasione. Ma ora è finita la pacchia”.
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Da Alice attraverso lo specchio, di Lewis Carroll:
È una ben povera memoria quella che funziona solo all’indietro
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Le altre citazioni della settimana, per chi ha fretta di mettersi sul divano a guardare le partite: L’uomo senza qualità di Robert Musil, La Versione di Barney di Mordecai Richler, La fattoria degli animali di George Orwell, I Buddenbrook di Thomas Mann, Il secondo esilio di Jhumpa Lahiri, in Internazionale n. 1053, 30 maggio 2014, Libertà di Jonathan Franzen, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin, Ecoillogical Babel degli Envision, The Space Between della Dave Matthews Band, Pretty Woman di Garry Marshall, Balla coi Lupi di Kevin Costner, Fuga per la vittoria di John Huston, The Newsroom di Aaron Sorkin, 2012 e un po’ tutto il cinema di Roland Emmerich, Marcel Duchamp e, come sempre, Lenny Bruce.
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Digressione (divisiva) per pochi: più passa il tempo e più credo che tra viaggiare e fare i turisti si stia aprendo una differenza incolmabile. Trovo sempre meno accettabile l’idea di prendere un aereo per andare a fare qualche giorno di vacanza. Un po’ perché odio volare (ho il terrore di volare!), un po’ perché il volo, al pari di internet, ha tradito la sua ragion d’essere: tutto il mondo è ingolfato di gente che pretende di fare esperienze esclusive. E così ci ritroviamo tutti insieme dappertutto a fare le stesse cose. Anche i luoghi sono diventati un bene di consumo: immagini da instagrammare, checklist da spuntare. Ho invece molto goduto del camminare in silenzio per qualche giorno attraverso le colline umbre, tra bar senza registratore di cassa e b&b talmente inclini al nero da non volere nemmeno i documenti degli ospiti. Mi sarei fatto esplodere senza complimenti al primo contatto se non fosse stato per la fatica e per la compagnia incontrata: un saluto alle estintore onorarie Francesca, Elisa, Giorgia e Nadia, altrimenti dette le baskettare di Verona, e a il trio della birra di Faenza, aka Sara, Laura e Maida, che non mi hanno fatto rimpiangere l’amato vuoto.
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Io sono Fabio Amato e giuro che non sono animato da sentimenti antiamericani. E comunque, anche fosse, Roland Emmerich è tedesco. Mandate i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo a f.amato@ilfattoquotidiano.it. Le mie vacanze le trovate qui e qui no, come sempre lì non trovate niente.
I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:
– Io
– I mondiali di calcio
– I padri pellegrini
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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