Settimana 24 – Se non lo avete già fatto leggete Anima, di Wajdi Mouawad. Della trama non vi dico niente. Se non che a un certo punto della narrazione, costretti dall’autore a strisciare sul fondo più lurido dell’animo umano, immersi nelle pagine che ricostruiscono la violenza, la tortura e il sadismo dei sapiens verso i propri simili attraverso il punto di vista di volta in volta affidato allo sguardo amorale delle diverse bestie che ci osservano, vi troverete forse come me a implorare che qualcuno vi telefoni alle undici di sera pur di interrompere la sofferenza, a dover prendere fiato per continuare, ad alzare lo sguardo verso la finestra per controllare che il mondo sia ancora lì.
E a chiedervi in fondo come possa esserci ancora, il mondo, visto quel che siamo capaci di fare.
Come spesso mi capita quando è un libro a divorare me – confesso di essere un lettore incostante: passo da lunghe e ininterrotte cavalcate ad altrettanto lunghi momenti di abulia – ho trascorso i giorni successivi alla lettura nella impossibilità di leggere qualsiasi altra cosa, fosse pure il bugiardino del Brufen. Come cazzo è possibile, mi chiedevo, che l’essere umano possa abusare dei propri simili fino al raccapriccio?
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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
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PROLOGO – A History of Violence (cit.)
Ciò che noi chiamiamo stupro, infanticidio, assassinio, strage o genocidio è ciò che la biologia chiama violenza intraspecifica. In caso di morte: violenza letale intraspecifica. È una caratteristica che appartiene in misura variabile a tutto il regno animale e c’è chi, come il biologo evoluzionista José María Gómez, ha speso la vita a catalogarla e quantificarla. La domanda in fondo è semplice: quanto ogni specie è letale per i suoi congeneri? Gómez e un gruppo di ricercatori hanno risposto nel 2016 con il loro studio più famoso e discusso. Si intitola Le radici filogenetiche della violenza letale umana e prende in esame 1024 specie di mammiferi provenienti da 137 diverse famiglie e 600 popolazioni umane distribuite lungo un arco temporale che va dal Paleolitico al presente.
Se a questo punto vi state chiedendo chi è il più assassino tra gli assassini, la risposta vi sorprenderà e forse inizialmente causerà pure un po’ di delusione come è capitato a me: non l’uomo. Neanche un po’.
PARODO – Lupus Lupo Lupus (semicit.)
Prima di noi, molto prima di noi, ci sono altri insospettabili. I suricati, ad esempio, dietro i teneri occhioni da reel di Instagram, sono dei killer efficientissimi: una simpatica mangustina su cinque, in natura, muore per mano del rivale, della madre o del padre. Va poco meglio al lemure che, oltre a guardarsi dalla parodia antropomorfa da cartoon, è costretto a diffidare pure di parenti e amici: il 17% non diffida abbastanza. Seguono le incazzatissime foche leonine neozelandesi (15%), il leone, ça va sans dire, di cui tutti conosciamo le brame di potere dai tempi del regicidio raccontato dalla Disney (13,2%), e ovviamente il lupo (12,8%) che sulla sua leggendaria crudeltà ha costruito una epopea letteraria che oggi rischia di ritorcerglisi contro. Non mancano peraltro gli underdog: casi di infanticidio sono stati registrati frequentemente tanto tra i paciosi delfini quanto tra gli intelligentissimi gorilla.
Ora, al di là della infinita lista di trash movies già sceneggiati senza sforzo, senza AI e senza Roland Emmerich, al di là del chi e del quanto uccide, guardando lo studio di Gómez scopriamo anche i due assi su cui si sviluppa la violenza intraspecifica: socialità e territorialità. Al crescere dell’una o dell’altra – in modo indipendente – i ricercatori hanno registrato tassi di violenza maggiori. E ancora dobbiamo aggiungere la dimensione fondamentale e più rilevante: il tempo. È il tempo la dimensione da cui ci aspettiamo più risposte: quanto è cambiata la letalità nel corso dei secoli, dei millenni e delle ere è un indicatore fenomenale della direzione (non necessariamente della qualità) della evoluzione. In special modo la nostra.
EPISODI – More Human than Human (cit.)
Se credete nella reincarnazione e volete stare tranquilli, in ogni caso, vi auguro di rinascere cetacei, più specificamente balene. Se non siete schizzinosi vi andrà bene anche ritornare sotto forma di pipistrello. In entrambi i casi il tasso di letalità intraspecifica è prossimo allo zero e potrete dormire sonni profondi, cullati dalle onde del mare o a testa in giù, avviluppati nelle vostre stesse ali. Nell’attesa siamo qui, umani tra gli umani, qualunque cosa ciò significhi, con il nostro 1,3% di letalità intraspecifica.
Ebbene sì, nonostante l’Olocausto, nonostante due guerre mondiali, la vergogna di Hiroshima, Nagasaki, lo Zyklon B, i crematori, Chernobyl, Sabra e Chatila – lo sprofondo di cui narra Mouawad – il tasso che ci viene attribuito negli ultimi cento anni è un miserabile 1,3%.
So che sembra poco: anche io ho avuto la stessa reazione. Poi però mi sono messo a scartabellare il lavoro di Gómez e la mia opinione è progressivamente cambiata. Tanto per iniziare: la media di tutti e 1024 i mammiferi presi in esame nello studio è dello 0,3%. Ma la vera risposta l’ho trovata nel tempo che scorre: in 2-300mila anni di evoluzione siamo passati dal 2% delle grandi scimmie – quelle di Kubrick, presente? – all’1,3% di oggi. Il passaggio non è stato lineare: nel Paleolitico superiore siamo balzati al 3,9%. Nel Medioevo un evidente collasso mentale ci ha portati al picco del 12,08%. Solo con la forma-Stato moderna la nostra socialità e la nostra territorialità sono state infine messe a cuccia e siamo progressivamente scesi ai valori di oggi.
STASIMI – Animal I have become (cit.)
Insomma, abbiamo impiegato 200mila anni per scostarci dello 0,7% dal valore atteso dalla nostra filogenesi. Il che per i biologi è sicuramente una buona notizia: evolviamo, a zig zag ma evolviamo. Peccato che tutta la nostra coscienza, la nostra cultura, la nostra morale, le nostre convenzioni valgano meno della metà del tasso di letalità verso i nostri simili. Anzi, l’aggravante della nostra condizione è proprio il fatto che noi sappiamo riconoscere la violenza: la vediamo, la esorcizziamo, la condanniamo. Abbiamo il dispregio morale della violenza. E ciononostante la perpetriamo. Uccidiamo i nostri parenti, i nostri figli, i nostri partner, devastiamo intere popolazioni – spesso la nostra stessa nazione. Lo facciamo invocando la ragion di Stato, la necessità, l’autodeterminazione, l’autodifesa, il progresso. In effetti siamo molto evoluti: programmiamo la violenza, ne calcoliamo gli esiti, i benefici, gli effetti collaterali. Grazie alla tecnica miglioriamo costantemente la nostra capacità di uccidere i nostri simili. Lo facciamo in coscienza. E lo facciamo in quantità industriale, privilegio dell’avere otto miliardi di potenziali bersagli.
Certamente ci sono animali sulla Terra che infieriscono sulle loro vittime: cercando su internet ho scoperto gli scimpanzé di Fongoli, capaci di martoriare il corpo esanime del povero Foudouko per 4 ore (cit.). E muovono guerre lunghe anni quelli di Gombe, resi leggendari dagli studi di Jane Goodall. Poi ci sono le orche che si divertono a giocare con le loro prede prima di ucciderle, roba che manco Dexter (cit.). E persino il mio gatto Tombola – non Quarantadue che ha paura della sua stessa ombra – si gongola con la mosca mezza stordita prima di darle il colpo di grazia. Ma nessun animale sulla Terra a parte noi sarebbe in grado di pianificare uno sterminio dei propri simili. Nessuno, a parte noi, ha inventato tre religioni monoteiste, tavole della legge, comandamenti, infiniti precetti, il diritto internazionale, i tribunali penali, l’ONU, la Dichiarazione dei diritti umani e una mezza dozzina di decreti sicurezza. Il risultato netto? Siamo poco più in là di dove eravamo prima di avere il linguaggio.
Siamo – restiamo – scimmie. Ben vestite, ma pur sempre scimmie.
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Gli animali di Anima osservano Wahhch, il protagonista, scivolare lungo l’abisso della violenza. Ma non giudicano. Non lo fa il gatto (0%), primo testimone della crudeltà che innesca la storia, non il topo (0,52%), la puzzola (0,36%) o la volpe (3,96%). E nemmeno gli uccelli, i ragni e i procioni, chiamati via via a testimoniare, si stupiscono dell’uomo. Chi osserva con distacco, chi solidarizza con il dolore, chi proprio non riesce a comprendere. Toccherà al lupo, dall’alto del suo 12,8%, fare un primo passo e riconoscere un capobranco cui votarsi: e ora? Ora chi è la vera bestia tra noi? Ma in tutta la storia c’è solo un animale capace di riconoscere l’orrore. Ed è l’uomo stesso. Solo l’uomo può in fin dei conti raccontarsi per quel che è.
Ed è questa la nostra atrocità: siamo abbastanza consapevoli da arrivare a vedere. Lo siamo persino per giudicare. Ma non abbastanza da fermarci.
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(Necessariamente) Da Anima, di Wajdi Mouawad
“L’umano è un corridoio stretto, bisogna andarci dentro per sperare di conoscerlo. Bisogna avanzare nel buio, sentire gli odori di tutti gli animali morti, udire gli urli, i pianti e lo stridore di denti. Bisogna camminare, affondare le zampe in una melma di sangue e risalire lungo il filo d’oro abbandonato lì dall’umano stesso, quando non era altro che infanzia e non aveva nessun tetto sulla testa a impedire il volo dei suoi pensieri. Animale fra gli animali, non conosceva ancora la sofferenza. L’umano è un corridoio e ogni umano piange il suo cielo scomparso”.
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Le altre citazioni della settimana, per chi si stava chiedendo quanto può essere letale il proprio cane (spoiler: non è stato considerato nello studio): The Phylogenetic Roots of Human Lethal Violence, di José María Gómez, Miguel Verdú, Adela González-Megías e Marcos Méndez, in Nature del 28 settembre 2016; A History of Violence di David Cronenberg; 2001: A Space Odissey di Stanley Kubrick; The Lion King di Rob Minkoff e Roger Allers; uno a scelta tra Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick, Blade Runner di Ridley Scott, More Human than Human dei White Zombie; il Leviatano di Thomas Hobbes, la serie Dexter; In Rare Killing, Chimpanzees Cannibalize Former Leader di Michael Greshko, National Geographic del 30 gennaio 2017; Animal I Have Become dei Three Days Grace; il “cinema” di Roland Emmerich; Lenny Bruce, ma alla moda di Don De Lillo.
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Io sono Fabio Amato e, estinzione o meno, spero proprio di non reincarnarmi in lemure. Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui ci sono animali con tassi di violenza intraspecifica inferiori al mio. Qui solo esseri umani, purtroppo. Se vi sentite nerd, qui trovate gli altri lavori per cui il Fatto inopinatamente mi paga.
I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:
– Io
– L’orrore riconosciuto e accettato
– Tutto quanto
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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