Per la prima volta, e senza bisogno dell’allineamento degli astri, la destra si trova dichiaratamente in difficoltà. E non sembra una crisi nè passeggera nè nazionale. La destra è vittima di una sorta di malattia autoimmune. Il suo leader mondiale, il tycoon americano Donald Trump, arreca – come fosse un bulldozer – visibili danni alla statica dei conservatori nel mondo. E per la prima volta, il paradosso si gonfia ancora di più, le tesi della sinistra risultano comprensibili, ragionevoli, più logiche. In una sola parola: vincenti.
Vediamo perché.
L’utilizzo della guerra come una prosecuzione della politica da parte di Donald Trump infligge ai nazionalismi un disagio ideologico di non poco conto. Perchè se è vero che, grazie a Trump, l’Europa è più debole, e questo rilancia la linea separatista con cui le destre sostengono la propria linea in seno all’Unione, è vero che ogni guerra, per essere conclusa con successo, ha bisogno di una serie di attività, di intelligence e militari, coadiuvanti.
Trump esporta la guerra dentro la nostra casa, non solo a Roma ma anche a Berlino, a Parigi, a Madrid. Così facendo “internazionalizza” l’impegno bellico, obbliga tutti a far fronte a una necessità (primo fra tutti il bisogno delle basi da parte degli Usa) che non è stata prodotta da una scelta condivisa.
Ora che Giorgia Meloni deve ammettere che la sua capacità di essere ponte tra Donald e il resto del continente si è risolta in un buco, obbligandola a dire che questa guerra non è affar nostro (“non l’abbiamo voluta, non siamo stati avvisati, non vogliamo combatterla”), arriva il sigillo del fallimento di quella ipotesi politica, della debolezza di quel legame sentimentale.
Trump è amico nostro o nostro nemico? Fa bene alle nostre tasche, alla nostra sicurezza, oppure le danneggia?
A questa domanda, magari banale ma finalmente comprensibile, schietta, diretta la sinistra risponde che Trump ci fa male, ci danneggia, ci porta il terrore in casa, fa aumentare i prezzi al supermercato.
E la destra cosa risponde? Ecco la novità: non ha più nè la forza nè la voglia per ribattere specularmente e affermare l’esatto contrario. Svicola, un po’ sbanda, un po’ sfugge, un po’ condivide. Si trova dentro il più grande paradosso sistemico: Trump che agevola la sinistra in un periodo che qui in Italia è particolarmente delicato. C’è la campagna referendaria e il No, bandiera delle opposizioni, avanza più del Sì.
Finora si era detto che la più grossa difficoltà del campo largo era l’intesa mancante sulla politica estera: il conflitto ucraino ha spaccato verticalmente la società progressista e dunque la tesi che senza politica estera comune non può esistere un governo è stata amplificata, irrobustita, formalizzata dai mille distinguo.
Ora, miracolo! Dopo le bombe lanciate sull’Iran a meno di sette mesi dagli altri cannoneggiamenti con i quali gli Usa avevano formalmente statuito la fine della capacità nucleare del regime di Teheran, le opposizioni hanno trovato un punto comune, un modo unitario per esporre le proprie critiche, e un documento condiviso per illustrare il vassallaggio dell’Italia, “cameriera” di Trump.
Se Meloni non sapeva, e se il ministro della Difesa, finito a contare sul suo capo le bombe iraniane, dichiara in Parlamento che questa guerra “è fuori dal diritto internazionale”, cioè è illegale, aggiungendo che siamo di fronte “all’abisso”, beh chi è che ci ha portato all’abisso?
Trump sta appunto divenendo la malattia autoimmune della destra. L’uso della forza come esercizio di una sorta di diritto naturale universale (sembra il regno degli animali, anche se in quel regno si lotta per la spravvivenza) semina veleno nel grande fronte Maga, il movimento oltranzista nazionalista che ha portato Trump in trionfo fino a quando ha garantito che gli Usa non avrebbero più varcato il confine per impegnarsi altrove con le armi.
Sette guerre da quando è alla Casa bianca e chissà quante altre ancora mentre la sua base elettorale è in fermento, i sondaggi sono in discesa e il nervosismo è a fior di pelle.
Più o meno quel che sta capitando alla destra europea, dentro la quale la stella di Giorgia Meloni adesso è dentro il cono d’ombra e la sinistra, finora parecchio in disarmo, torna ad essere una protagonista credibile, e torna a parlare un linguaggio finalmente comprensibile, semplice, diretto.
Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it