È una piccola storia e mi scuso in anticipo se questo breve fatto di cronaca ha come protagonista Pina Picierno, deputata europea, fino a poco tempo fa iscritta al Pd e vicepresidente del Parlamento Ue.
Negli anni in cui Picierno si è impegnata in politica (la prima candidatura la ebbe diciotto anni fa – lei di robuste tradizioni familiari democristiane – anche in ragione della sua tesi di laurea dedicata a Ciriaco De Mita) poco o nulla si è saputo dell’orientamento, in verità anche delle battaglie fatte. Nulla si è saputo delle capacità messe in mostra. Si sapeva che fosse molto vicina, per stile e per cursus honorum, alla tecnica dc della gestione del potere e del consenso. Nulla di male, ma neanche nulla di cui, secondo me, essere fieri.
Picierno ha iniziato ad avere ascolto sui giornali quando ha iniziato a parlar male del suo partito. Ha compreso che la propria dimensione politica aveva per principio e per destino la necessità di vedere sferrato quotidianamente un pugno in faccia a Elly Schlein. Dunque l’ascesa mediatica è coincisa con l’aumento delle cattive parole, intese qui come un registro narrativo che conduceva a ritenere la gestione del Partito democratico fallimentare.
Estremisti contro riformisti, che nel linguaggio accreditato significa una sola cosa: gli unici equilibrati, prudenti, attenti sono quelli che nuotano nel centro dello schieramento e si dicono riformisti. Cosa vogliono? Vattelapesca.
Picierno, e con lei un nugolo di persone senza voti ma con tanta voce, ce l’hanno soprattutto con chi è freddo verso la difesa dell’Ucraina: chiamano putiniani tutti coloro che hanno un approccio problematico alla questione bellica e non perfettamente allineati con Kiev e con Zelensky.
Non entro nel merito, dico solo che questa deputata, che pure immagino debba qualcosa al partito che l’ha fatta eleggere nel 2008 a soli 27 anni senza che avesse particolari talenti, e poi condotta in un ufficio di assoluta rilevanza come la vicepresidenza del Parlamento europeo, sta scrivendo convintamente e con un certo successo editoriale, un manifesto dell’odio.
Odio in purezza verso il Pd, verso Schlein, verso tutti quelli che sono a sinistra. Verso gli alleati, anzitutto verso Conte. E via via verso il resto del mondo.
L’odio la tiene su, la tira su, le offre notorietà e un vantaggio competitivo rispetto ai suo colleghi. Presente in tv e sui giornali, parla come se avesse un partito e dei voti. Conciona, offre, stigmatizza, prende in giro.
Fatti suoi. I fatti nostri, diciamo, sono invece altri: com’è possibile che nelle viscere della sinistra alberghi tanta acrimonia, com’è concepibile che la politica possa offrire questi esempi agli elettori e soprattutto com’è credibile un partito che non pretenda il rispetto di un codice di lealtà, e obblighi tutti alle buone maniere.
Se la sinistra non attrae è anche perché tiene un comportamento francamente irriguardoso.
Ciascuno mena l’altro e avanti popolo!
—
Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it