* Questa edizione della newsletter viene inviata oggi per via dello sciopero dei giornalisti di venerdì scorso. Dal prossimo venerdì le pubblicazioni riprenderanno secondo la tradizionale cadenza settimanale.
Molto presenti sui giornali e in tv, i moderati sono indicati come la specie umana particolare per spirito di giustizia, equilibrio, misura nelle proprie ambizioni. Chiunque convinca i moderati, saggi comunque già di loro, conquista il primato elettorale e la poltrona agognata. Essi stanno al centro, sono di centro. E per centro s’intende che non stanno di qua, cioè con la sinistra, ma non stanno di là, cioè con la destra.
I centristi al cento per cento sono una sottocategoria, un esempio in purezza della moderazione assoluta giacché prendono le distanze dai loro colleghi di centro alleati con la sinistra – infatti l’alleanza si definisce anche come di centrosinistra – e da quegli altri alleati con la destra, il cosiddetto schieramento di centrodestra.
Il centro del centro del centro gode del principio dell’inversione della logica: alla massima esposizione mediatica corrisponde la minima trazione elettorale. Ne è prova regina l’esito del referendum appena svolto: i centristi in purezza, quelli come si deve, cioè i moderati eccellenti, avevano proposto al Paese di votare Sì. Si erano addirittura schierati assumendo con enfasi il titolo di “Sinistra per il Sì”. È andata com’era previsto: il loro Sì non ha contato nulla.
Il motivo è piuttosto banale, a mio avviso. Se riferiamo che i moderati sono altro, sono un nugolo di persone senzienti, misurate, equilibrate, giudichiamo che invece coloro che stanno a sinistra, che sentono di essere progressisti, hanno in corpo l’estremismo, l’esagerazione, lo squilibrio.
È mai possibile?
Secondo me si confonde l’estremismo con la radicalità, con la nettezza delle posizioni, con il rifiuto di azioni consociative dove nessuna misura è presa sul serio, nessuna decisione è tenuta davvero in conto, nessuna azione è portata fino alla fine del proprio componimento.
L’idea cioè che c’è sempre una strada di mezzo, una possibilità mediana, una forma condizionata della scelta politica. L’idea, per dirla in parole ancora più povere, che si viva meglio in un mondo in cui ogni decisione possa essere annunciata e poi smentita, ogni detto possa essere presto contraddetto.
Penso che tutti siamo moderati, tutti abbiamo equilibrio e chiediamo misura. Ma non tutti amiamo le medesime scelte politiche.
Volere – per esempio – riequilibrare il peso fiscale significa esattamente questo: far pagare di più a chi oggi si sottrae e di meno a chi è tartassato. E dal momento che l’agenzia dei tributi, grazie alla digitalizzazione e ai sistemi di controllo informatico, è in grado di conoscere esattamente le nostre ricchezze e le nostre povertà si tratta di dare mandato per spirito di giustizia di punire chi bara. Di dare mandato senza revocarlo, senza magari domani – alle prime proteste di qualche furbo – annunciare un condono.
Secondo esempio: dire che bisogna salvare la sanità significa sostenere finanziariamente le casse degli ospedali. Vuol dire che bisogna traghettare i soldi da un posto all’altro del bilancio statale. Se siamo d’accordo sul principio, e cioè che la sanità universale, diretta e gratuita, è un bene assoluto da tutelare, dobbiamo essere in grado di sostenere con i fatti la nostra aspirazione.
Io penso che la mancanza di scelte, la scarsa chiarezza, l’eccessiva coincidenza dei programmi negli schieramenti contrapposti abbiano provocato la diserzione dalle urne. Penso, esattamente all’opposto, che il principio del centro come luogo geometrico della politica in cui tutto si salda e si invera si diluisce e poi sparisce abbia cancellato le differenze, le culture, le storie. Abbia prodotto la coltre nebbia.
La democrazia vive se la alimentiamo delle speranze e anche delle battaglie per renderla ancora più vera. Le regole valgono se sono fatte per tutti, se ad essa non corrisponde sempre una deroga.
Ultimo esempio: la destra di Giorgia Meloni ha appoggiato Donald Trump, ha sostenuto le sue scelte, il suo modo di essere. In quella parte politica mica non ci sono moderati? Esistono pure di là, solo che la pensano diversamente dai progressisti. E infatti hanno ritenuto (e tuttora ritengono) che Trump sia un politico di vaglia, uno statista da ricordare. La pensano diversamente anche su cosa sia la ricchezza, e se essa debba essere redistribuita. La pensano diversamente sui servizi sociali, sui diritti civili. Sapete per esempio che nella sua storia la destra, dal Movimento sociale in avanti, ha detto no all’aborto, al divorzio e no tutte le altre volte che un diritto civile era in discussione.
Pensate che siano tutti estremisti scriteriati? No di certo: è gente anche misurata, equilibrata. Crede in ciò che io e immagino voi non crediamo, rifiuta ciò che invece noi vorremmo.
Perciò è ora di dire che siamo tutti moderati, che è una fanfaluca consociativa l’idea della terra di mezzo mercantile. La scelta di stare in mezzo, un po’ di qua e un po’ di là, è principio e destino dell’ipocrisia di chi non vuole mai mettersi in gioco, non vuole mai perdere il favore del pronostico e non ama rinunciare alla propria rendita di posizione.
Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa: a.caporale@ilfattoquotidiano.it