A Sinistra, di Antonello Caporale
29 Maggio 2026
I gioielli di Zapatero e quel vizio eterno del potere (anche a sinistra)
di Antonello Caporale

I gioielli trovati nella casa di José Luis Zapatero, leader socialista spagnolo per più di un decennio e, dall’altro lato dell’oceano, il mandato di cattura internazionale contro Evo Morales, già presidente della Bolivia, marxista e rivoluzionario, per truffa aggravata e sfruttamento sessuale, fanno domandare: ma questi fatti quanto danno provocano alla sinistra, quanto costano ai progressisti?

All’idea che ci possa essere un potere pulito, alla possibilità che la politica non debba essere per forza “sporca”, non debba per forza piegarsi all’immoralità questi eventi conducono all’idea che è purtroppo impossibile: non può esserci potere senza corruzione, responsabilità senza vizio. Intendiamoci: il paradiso terrestre non esiste se non nella mente di chi crede nell’al di là, che è appunto un luogo inesplorato e lontano che noi dovremmo conoscere solo dopo aver salutato la vita terrena.

Dunque è facile spiegare che nelle migliaia di ruoli e funzioni che la rappresentanza pubblica impone di avere nella parte del mondo dove le democrazie sono organizzate ed espressive della volontà popolare, sia fisiologico leggere di atti non conformi al diritto.

La questione non è dunque se il mondo sia frequentato anche da chi piega al vizio la propria funzione. La questione, mi pare, è più decisiva: perché i volti noti del socialismo internazionale, i leader per capirci, vicini a noi come Zapatero, o più lontani come Morales (per non parlare del brasiliano Lula, dell’americano Clinton, dei socialisti francesi e dei laburisti inglesi) hanno così tanta confidenza col codice penale?

La destra non ha problemi da questo punto di vista. Infrangere le regole è vista come un’azione quasi dettata dalla necessità. Un industriale corrompe perché così fan tutti, vero? Il politico che prende la mazzetta ma è efficiente è quasi giustificato. E che sarà mai?

La destra praticamente non paga pegno davanti alla corruzione che infatti non è una priorità né una questione politica che occupa il programma di governo. E’ la sinistra a farne bandiera. Sono i progressisti a considerare essenziale la pulizia morale, a riferire come irreprensibili i suoi eletti, a comunicare severità nell’atto di controllo, a selezionare gente in gamba e assolutamente onesta.

Non vorrei rievocare lo slogan dei Cinquestelle di qualche anno fa (“onestà onestà”) e poi il declino di quell’urlo quando alcuni (secondo me troppi) degli eletti hanno conosciuto ruoli di governo. Certo però che la questione non solo è aperta ma è un vero, grande problema per chi si sente progressista, per chi vota nell’ampio arco delle forze che stanno a sinistra.

L’onestà, intesa appunto come rifiuto di godere di vantaggi economici nel corso delle proprie funzioni pubbliche, deve rimanere una condizione assoluta? Un pregiudizio positivo? Oppure anche noi, piano piano, dobbiamo distrarci e svicolare davanti alla realtà? Non credo alla divisione tra buoni e cattivi e reputo che la vita di ciascuno sia sempre una faticosa alternanza tra virtù e vizi. Però possiamo essere d’accordo almeno su un minimo comun denominatore: rubare no, per favore.

Ps. Quel che segue invece sono le considerazioni di un grande politologo, Isaia Sales, sul fatto che anche nelle elezioni comunali, un tempo assai partecipate, inizi il declino. Sales propone dei correttivi e sono onorato di ospitare la sua analisi e la proposta che fa seguire. Nel caso aveste sul tema osservazioni da fare è ben felice di leggervi scrivendo a salesisaia@libero.it

Anche nelle elezioni comunali si è abbassata la percentuale dei votanti. Si è passati dal 64,9%
delle precedenti al 60% di domenica scorsa. Il convincimento che gli italiani siano più propensi a
votare per elezioni locali rispetto a quelle nazionali sembra essere messo in discussione. Nelle
elezioni regionali nel 2025 si è scesi addirittura al 43%. Ad oggi si vota di più alle politiche (63,91%nel 2022) che alle comunali, di più alle elezioni europee ((48,31% nel 2024) che a quelle regionali. All’interno di un abbassamento generale e inarrestabile della partecipazione al voto, sorprende di più questo calo alle comunali perché la legge che ne regola le modalità di svolgimento (elezione diretta del sindaco ed eventuale ballottaggio tra i due candidati più votati) sembrava aver restituito alla competizione locale un interesse, un coinvolgimento, una curiosità che altre sembravano non
suscitare più. Alle comunali scegli tu il sindaco, e se al primo turno il tuo preferito non va al
ballottaggio, puoi nel secondo turno decidere per colui che ti sembra “meno peggio” o astenerti.
Insomma, il sistema di voto comunale sembrava più adatto a favorire il voto d’opinione rispetto a
quello di appartenenza o a quello clientelare, a consentire un giudizio più ravvicinato nei confronti
della classe dirigente locale e un ricambio più veloce qualora essa non avesse dato buona prova di
sé. Una possibilità che le altre elezioni sembravano precludere. Le varie riforme per le elezioni alla
Camera e al Senato avevano eliminato il voto di preferenza e consentito ai partiti nazionali di
scegliere i propri parlamentari a prescindere dal giudizio degli elettori. Consisteva in questo il
maggiore fascino delle elezioni comunali: la possibilità reale di scegliere il proprio sindaco.
Insomma, l’Italia dei partiti (elezioni politiche) sembrava avere meno fascino dell’Italia dei Comuni,
soprattutto nel periodo a ridosso della crisi della prima repubblica, dove fu proprio la “stagione dei
sindaci” che si apri nel 1993 con l’entrata in vigore del nuovo sistema elettorale, a ridare linfa a un
sistema politico delegittimato dal sospetto generalizzato di corruzione. Quella stagione, al di là dei
differenti giudizi che si possono dare sui suoi risultati effettivi, ebbe allora la funzione di
promuovere un ampio rinnovamento della rappresentanza politica a livello locale, che poi si allargò
anche a quello nazionale. In un momento di cisi della politica, l’elezione diretta dei sindaci portò
una ventata di freschezza, di ribaltamento di equilibri interni ed esterni ai partiti e offrì al paese una
nuova classe di amministratori locali, in linea di massima onesta e capace, in grado di assorbire il
malessere, lo schifo verso la politica che le inchieste di tangentopoli avevano squadernato. Nel
Sud ebbe anche l’effetto di una prima e significativa presa di distanza degli amministratori locali dai
condizionamenti mafiosi.
Certo, la personalizzazione della politica entrava prepotentemente nell’agone politico. L’elezione
diretta dei sindaci comportava di per sé un maggior peso del ruolo e della persona del candidato
rispetto al partito e alla coalizione che lo proponeva. Lo spirito della legge presupponeva che
fossero i candidati a sindaco a trascinare i partiti e non viceversa, come avveniva prima.
A mio parere, l’aumento dell’astensionismo nel tipo di elezione che meglio aveva resistito al
disamore per la politica, è dovuto essenzialmente al fatto che i partiti sono tornati a impadronirsi
delle decisioni delle candidature locali. Nei medi e grandi comuni non si vince se non hai schierata
una coalizione ampia, con diverse liste a sostegno, molte delle quali civiche. Si è esaurita la spinta
al cambiamento radicale che c’era stata nelle prime elezioni con il nuovo sistema. Se sei bravo ma
non hai molte liste a sostegno è molto probabile che perdi. Se sei modesto e hai molte liste che ti
supportano vinci il confronto con un antagonista assai più capace. Oggi nelle elezioni comunali
tornano a dettare legge i partiti e gli schieramenti civici che di civico non hanno niente di niente. Le
elezioni comunali hanno perso il carattere di imprevedibilità, quella potenzialità di rinnovamento
che consentiva a giovani dotati solo del proprio talento di poter essere eletti anche contro gli
establishment locali. La produzione di cacicchi è la conseguenza di questa situazione. Ecco
perché si deve cambiare la legge, introducendo il principio che ogni candidato può contare su di
una sola lista di sostegno. Se il candidato ha molti partiti che lo sostengono, il vincolo di una sola
lista potrebbe spingere a selezionare i migliori come possibili consiglieri. Se, invece, chi si propone
non è sostenuto dai partiti e dalle liste civiche, potrebbe giocarsi le sue carte e consentire alla
politica locale di tornare a respirare senza il condizionamento dei partiti e dei cacicchi. Oggi nessun outsider vince nelle elezioni comunali se non è espressione del potere territoriale. i sindaci
migliori spesso sono venuti dalla rottura del satrapismo locale. Se non si torna a quello spirito di
rivolta, è difficile che si produca nuova classe dirigente.

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Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it

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