Eravamo rimasti, con Pellizza da Volpedo, al Quarto Stato, il dipinto che raffigura gli ultimi. Nella scala gerarchica delle povertà temo però che abbiamo fatto un passo in avanti e siamo giunti al “Quinto Stato”. Il titolo che Domenico Iannacone, nel suo apparentemente docile ma in realtà terribile racconto degli esclusi (“Che ci faccio qui”, Raitre), affida a chi guarda seduto in salotto la storia di chi fatica a restare povero, o, nei casi più degradati, persino a divenire povero lasciando ad altri l’umiliazione di essere proprio miserabile. Non più persone ma ormai fantasmi, ombre, presenze non rilevabili. Oltre il nostro metro quadrato, lo spazio vitale ed esclusivo della nostra esistenza, non andiamo e non vediamo questi cumuli di umanità perduta, gente che vive di espedienti, che delinque, a volte stupra e diviene bestia tra le bestie. Pensavo a quale margine di dignità avesse una ragazza, a cui Raitre ha fatto visita, in un tugurio delle Vele di Napoli. Casermoni infestati dalla mala vita, dalla mala carne, dal sopruso quotidiano. Questa ragazza, poco più che ventenne, incinta e madre già di un bambino, vive sotterrata in due stanze, una delle quale a mo’ di bagno. E le mura del bagno sono inquinate dall’urina che fuoriesce dalla colonna fecale.
In Italia quanti sono questi disperati, e dove sono? E quanti i poverissimi? E poi gli altri che arrancano nella scala gerarchica dei bisogni? E dei meriti che non vengono tutelati, individuati, sostenuti?
Ho pensato, guardando quella ragazza che abita in quel tugurio, che decine sono le abitazioni che nel dorso dell’Italia, la catena degli Appennini, risultano senza inquilini, abbandonate, vuote. Migliaia di case aspettano di essere abitate. E ho pensato, ascoltando la storia di un padre disperato che raccoglie lattine di alluminio (coca cola per intenderci) e ne deve fare un chilogrammo per ottenere due euro… Se solo sapesse che altrove, magari a pochi chilometri da dove sopravvive, le sue braccia sarebbero più utili, ci sarebbe modo di sfangarla, un modo di vivere più degno.
L’Italia delle montagne, dei paesi se ne cade a pezze e l’Italia delle città, i margini delle metropoli, le corone disperate delle campagne sono piene di gente che potrebbe dare una mano al Paese.
Penso sempre che questo sarebbe un lavoro per la Sinistra. A dirla tutta sarebbe necessario che i progressisti si occupassero dei cosiddetti scarti, di chi non ha diritto nemmeno a rivendicare un diritto. Invece di andare dietro a Vannacci, di disperarsi per le parole animalesche di questi nuovi fascisti, i progressisti dovrebbero dare prova di impegnarsi sul terreno ad essi in teoria più congeniale. Intendiamoci: non scambio la sinistra per la Caritas, chiedo che la Sinistra si batta per davvero per ciò che dire: abbattere le barriere della società diseguale. I ricchi e gli inclusi di qua, tutti gli altri di là.
La prova delle elezioni si vince con la effettività dei propositi.
La sinistra, più che della Meloni e di Vannacci, dovrebbe badare a ciò che fa o – meglio – che non fa.