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Come risponderei, anzi cosa risponderei se mi si chiedesse di spiegare in poche e chiare parole la prima cosa che distingue un progressista da un conservatore, cosa un elettore della sinistra non è disposto ad accettare e invece uno di destra sì.
Cosa allontana, fin dalle fondamenta di ogni confronto, il primo dal secondo?
Inizierei dalla prossemica, dall’uso del corpo nello spazio e proseguirei con le modalità di espressione, con l’uso della parola imprudente, smisurata, gradassa. La smodatezza nell’autostima, la sbruffoneria, la spavalderia oltre il limite della buona educazione.
Avete tutti in mente Donald Trump, e se ripassate nella vostra memoria le scene degli incontri nello studio ovale, il luogo di ricevimento degli ospiti istituzionali, i Capi di Stato e industriali di enorme prestigio, ministri di prima classe, collaboratori di grande spessore, troverete solo istantanee in cui il presidente degli Stati Uniti li riceve restando seduto. Lui seduto che firma, sorride, saluta, lui che riceve baci e abbracci, o poesie, o anche preghiere devote e gli altri in piedi, a corona. Come fedeli in Chiesa.
Se riavvolgessimo il nastro della nostra memoria nazionale ricorderemmo poi, al tempo di Silvio Berlusconi, come la sede del capo del governo fosse stata trasferita da palazzo Chigi a via del Plebiscito, se il Cavaliere era a Roma, o ad Arcore, nei week end lunghi. In Sardegna per le altre necessità. La dimora privata in luogo dell’ufficio pubblico. La corte privata, lo chef di sempre e anche il cantastorie di fiducia. E’ infatti il tycoon italiano ad arare il terreno della supremazia individuale. Introduce il Superuomo nelle democrazie liberali dell’Occidente avviando la lunga epoca dello stato di eccezione.
E la spavalderia del signor B. il quale spiegava al mondo come lui fosse il migliore di tutti, addirittura “l’unto del Signore” e che il claim di Forza Italia fosse il motivetto “Meno male che Silvio c’è”, veniva accolto con applausi, risate, soddisfatti moti di assenso del capo dai suoi elettori plaudenti.
Ma tutto quello che a noi ieri sembrava eccentrico, eccessivo ora appare quasi nulla rispetto all’uso che Trump fa delle della parole inneggianti alla propria superiorità (materiale, culturale, spirituale, politica) oppure – e più spesso – al dileggio degli altri che spesso coincide con il resto del mondo quando le sue decisioni vengono rifiutate.
Ecco, direi per iniziare: un elettore di sinistra non accetterebbe mai di ascoltare parole simili, non capirebbe e non sopporterebbe misure di scortesia istituzionale, non giudicherebbe di valore un eloquio rozzo, e un atteggiamento da boss. Anzi, lo inquadrerebbe lontano dal proprio stile di vita, dal proprio modo di essere, di comportarsi. Che non è banalmente il vizio dell’uno e la virtù degli altri, non ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. E’ invece l’uso della cortesia come parametro del rilievo del proprio ruolo, l’utilizzo della rozzezza come segno del proprio potere, la sbruffoneria come titolo accademico della leadership.
Non che manchino nell’elettorato che vota a sinistra momenti di così intensa ammirazione da apparire devoti (e fuori luogo) ma restano – nonostante tutto – dentro un contesto più accettabile, più misurato, io direi più confortante per la nostra intelligenza.
Enrico Berlinguer è indiscutibilmente il leader di sinistra più popolare, più ammirato. E nei suoi confronti non mancavano episodi di devozione da parte di suoi “compagni”, come appunto ci si chiamava allungando il filo del tu per pareggiare i conti della scala sociale e politica.
Però la misura, la sobrietà, l’assoluta assenza di atti di divismo regalano a Berlinguer un credito illimitato e un rispetto universale. E la sobrietà è un dato che caratterizzerà, anni dopo, anche il linguaggio e la postura di Romano Prodi, apprezzato, riconosciuto leader anche per il suo modo di essere. Non che la superbia gli mancasse, o che disdegnasse l’uso anche intenso del suo potere, ma era il modo di comunicare, di rappresentarsi, di farsi chiamare ad essere oggetto del giudizio collettivo.
Si chiama lifestyle. E il modo di essere, di vivere le emozioni, le gioie e le sconfitte della vita che allontana la sinistra dalla destra, il progressista dal conservatore. Che li porta al di là o al di qua del fiume.
Insomma: dimmi come parli e ti dirò chi sei.
Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it