Governare significa fare i conti non solo con la realtà, ma allenare la mente a immaginare, senza fantasticare, soluzioni per far fronte a una situazione che modifica radicalmente le condizioni di vita di una parte della popolazione. Inizio da sud, dall’autotrasporto e dall’agricoltura.
Circa un mese fa l’annuncio trionfante da parte del governo di abolizione del bollo per le auto di media e piccola cilindrata.
Bellissimo, benissimo! Chi non è contento se una tassa sparisce?
Ma quel governo poteva permettersi quel provvedimento, che costa centinaia di milioni di euro, se due interi comparti del mondo dell’economia erano già affamati e allo stremo perché il costo dell’energia, in questo caso il carburante, aveva messo in ginocchio le loro attività, e se il diesel continua a lievitare grazie alle guerre d’annessione di Donald Trump, l’amico (ora ex?) americano.
Un governo che si rispetti affronta l’emergenza prima della propaganda. Se non ha i soldi per sostenere due settori in crisi nera, e infatti destina un’elemosina con un decreto che raschia il fondo del barile, perché annuncia di averne tanti da eliminare una tassa che frutta 2 miliardi e 360 milioni di euro?
Quale dei due governi è bugiardo?
Salendo al nord, siamo stati tutti colpiti per le violenze di strada, i saccheggi a Milano, stupiti per le baby gang, i ragazzini che spaccano le vetrine.
Repressione, sicurezza, soldati, carcere: queste le uniche parole d’ordine del governo.
Dunque cosa fare? Arrestiamo tutti questi ragazzi e come dice l’incredibile ministro Nordio edifichiamo nuove strutture per tenerli dentro?
Oppure immaginiamo un’alternativa alla loro solitudine digitale, al fatto che la famiglia non è più li nucleo stabile di riferimento, la cornice dentro cui l’educazione e lo sviluppo psicofisico trova una misura e un contegno.
Le scuole sono edifici aperti e disponibili non solo per lo studio delle ore curriculari ma – al pomeriggio – per rendere quelle aule disponibili a fare altro.
Io stesso, per un progetto di riaggregazione sociale, ho partecipato alla definizione culturale e civile di scuola-comunità.
Una scuola che si apre ai ragazzi al mattino e a tutta la società al pomeriggio.
E’ un’idea, naturalmente parzialissima, ma è un’idea che contiene uno sforzo per rispondere alle questioni sollevate.
La cosa, piuttosto incredibile, è che oltre alla repressione dal governo non è venuta una proposta, un alito di considerazione per affrontare questa condizione giovanile così border-line ma solo il manganello come la prova assoluta del comando.
Ps. Anche questa volta, per chi lo voglia, nelle righe che seguono, c’è una riflessione del politologo Isaia Sales sul concetto di “statista” correlato al nome di Silvio Berlusconi. L’idea che abbiamo di questa parola, la storia che illumina personalità all’altezza.
L’enciclopedia Treccani così definisce uno statista: “Uomo o donna di Stato; persona che ha una profonda esperienza, teorica e pratica, dell’arte di governare uno Stato”. Il vocabolario Devoto e Olii amplia un po’ il significato, anche se lo riserva solo ai maschi: “Uomo di Stato legato alla vita politica di un Paese per una funzione di grande rilievo o addirittura storica”.
In queste due definizioni manca qualcosa di essenziale per definire statista un politico: possono essere considerati tali solo coloro che hanno dato un grande contributo alla loro nazione facendole fare dei grandi passi in avanti senza che gli interessi personali o della propria parte politica abbiano avuto il sopravvento sugli interessi dello Stato.
Ai fini di tale “privilegio definitorio”, non basta aver ricoperto il ruolo di capo del governo, né può essere decisivo il numero di anni in cui si è svolto quell’incarico; non basta neanche avere avuto un ruolo nella storia politica del proprio Paese, altrimenti dovrebbero essere considerati statisti tutte le persone che hanno svolto la funzione di primo ministro o capo di un partito.
L’obiezione che in genere viene mossa a questa più restrittiva definizione è la seguente: a volte è necessario per fare gli interessi dello Stato non rispettarne tutte le leggi.
È molto probabile che in diversi momenti della nostra storia uomini di governo abbiano aggirato delle norme o le hanno interpretate in maniera del tutto soggettiva perché, nella loro visione, l’interesse pubblico non coincideva con la rigida applicazione delle leggi.
Questione complessa questa, su cui le opinioni si sono scontrate e divise tra gli storici. A volte, si sostiene, si possono presentare delle circostanze particolari nelle quali non è possibile rispettare le leggi per tutelare gli interessi dello Stato e della nazione. Secondo alcuni studiosi l’amoralità sarebbe una delle principali caratteristiche di uno statista: mettersi contro la legge per difendere meglio gli interessi della nazione. Il canone del potere in Italia sembra troppo spesso oscillare tra Il Principe di Machiavelli e Todo modo di Sciascia.
Ma anche in questa visione, che non condivido nella maniera più assoluta, si tratta solo di stabilire se l’amoralità è finalizzata a difendere la nazione e incrementarne il benessere o, al contrario, se alcune condotte amorali non siano state piegate a difesa dei propri affari e dei propri vizi privati.
Se fino al fascismo il titolo di statista può limitarsi a Cavour e a Giolitti, anche nel secondo dopoguerra l’attribuzione può restringersi a pochissimi politici, includendo però personalità escluse dal governo. Infatti, si possono fare grandi cose per tenere unito il popolo italiano (e farlo progredire) anche senza avere svolto funzioni di Stato. Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Pietro Nenni e Enrico Berlinguer, secondo il mio parere, corrispondono al significato di statista che ho cercato di delineare.
Ma che c’entra Silvio Berlusconi con questa definizione? Ha occupato un posto importante nella storia politica del nostro Paese? Certamente. Ha svolto una funzione centrale nella storia della nostra economia? Nessuno potrebbe mai negarlo. Ma ciò basta per essere considerato uno statista a cui intitolare aeroporti con la presenza di alte cariche dello Stato?
Definire statista un condannato per frode fiscale, una delle persone più disinvolte nell’uso delle istituzioni pubbliche, è un approdo paradossale della politica italiana. Allo stesso modo dare tale “titolo” a chi dura da quattro anni alla guida del governo è in linea con il “servo encomio” che assieme al “codardo oltraggio” rappresenta un tratto di continuità della nostra storia nazionale.
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Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it