A Sinistra, di Antonello Caporale
23 Gennaio 2026
Correre senza sudare. O del vocabolario degli onorevoli sopracciò
di Antonello Caporale

Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già.
Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio.

Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa:
a.caporale@ilfattoquotidiano.it


Si può correre senza sudare, si può gridare a bassa voce?

Il vocabolario degli onorevoli sopracciò

Nella sinistra esiste la categoria dei sopracciò. Di quelli che stanno sempre col ditino alzato, e che – da sinistra – preferiscono tirare legnate contro la sinistra. Li chiamo sopracciò perché – in linea mediana tra la superbia e la presunzione – trovano sempre nel proprio partito l’angustia, il dispiacere, il vizio e invece altrove la perenne virtù. Graziano Delrio, conosciuto in verità in passato per uno stile di vita e un eloquio piuttosto misurati, ha annunciato che nel Pd è partita nientemeno che “la caccia ai riformisti”. La purga, immaginiamo ad opera di Elly Schlein, perché – tra gli altri errori e omissioni – si è voluto modificare la norma di legge che separa atti e parole “antisemite” dalla critica anche severa al governo israeliano e a Netanyahu per i crimini commessi a Gaza e la sua politica di sopraffazione sistematica nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania.

I riformisti di casa nostra hanno gridato alla purga, alla grave censura. “Si criminalizza il dissenso” in nome “della purezza e della identità” del Pd. Così Delrio. Pina Picierno, altra onorevole sopracciò che destina le sue ore all’europarlamento alla battaglia contro la sinistra, cioè il Pd. Lei, poi Piero Fassino e il variegato gruppo dei cosiddetti “riformisti moderati”.

I riformisti moderati, fantuttoni del terzo millennio.

Isaia Sales, politologo raffinato e meridionalista di vaglia, si è preso la briga di spiegare alcuni mesi fa sul nostro giornale che non si può essere insieme riformisti e moderati. Ha scritto: “È come chiedere di gridare a bassa voce, o correre senza sudare”. Ripubblico a favore dei duri d’orecchi, dei sopracciò di casa nostra: “Ci sono due equivoci di fondo nella scelta che quasi 20 anni fa riunì in un solo partito ex comunisti ed ex democristiani. La prima è il convincimento che si può essere moderati e riformatori allo stesso modo. Ma il moderatismo nella storia d’Italia ha conciso sempre con la difesa dello status quo, mentre il riformismo al contrario (nelle sue varie accezioni) è sempre stato la messa in discussione della situazione economica, sociale, culturale del Paese. Il riformismo può e deve essere graduale, ma non può essere moderato. Esiste un riformismo graduale ma non un riformismo moderato. Altrimenti sarebbe come chiedere di correre e di non sudare, o di gridare a bassa voce. Il gradualismo attiene solo ai tempi per riformare, non alla necessità di farlo. Le riforme impongono coraggio e non timore. Il riformismo timoroso è una contraddizione in termini. Infatti, i due termini (moderatismo e riformismo) e i due atteggiamenti non sono conciliabili, e prima o poi esplodono se messi forzatamente insieme. Il secondo equivoco attiene a una visione neutra degli interessi in gioco, come se il conflitto tra diverse esigenze fosse solo il residuo della politica novecentesca e non carne e sangue della contemporaneità. Un partito che non sceglie di combattere le ingiustizie e di pendere per una parte (senza trascurare le eventuali esigenze di altri) è destinato all’irrilevanza in un’epoca di accentuazione netta degli squilibri umani, territoriali, sociali, culturali. Può non essere marxista la cultura politica di una forza di sinistra, ma senza voglia di giustizia sociale nessuno è fino in fondo un progressista. Il Pd ha pensato che le lotte contro le disuguaglianze fossero un armamentario del passato pensando di avere a che fare con un mondo sociale pacificato e parificato nel quale bisognava solo lavorare per l’allargamento delle libertà individuali. Come se il Pd dicesse attraverso ogni gesto, ogni azione, ogni parola di un suo dirigente: Io non posso o non voglio interessarmi della difficoltà (e della infelicità) altrui, che in politica vuol dire non voglio più combattere le ingiustizie di ogni tipo. Il Pd ha lo sguardo arreso alle ingiustizie e le considera un pezzo da pagare per la tenuta del sistema. Ricordando a tutti che la radicalità non ha niente a che fare con la minorità. L’Italia è un Paese in cui la radicalità dei propri convincimenti e la coerenza nel volerli realizzare sembrano difetti insopportabili. Annacquare, depotenziare, transigere sembrano “virtù” irrinunciabili. Vale sempre il vecchio detto che i progressisti sono pericolosi non quando chiedono incisive trasformazioni economiche e civili, ma solo quando vi rinunciano”.

Essere radicali nelle scelte e nelle decisioni non significa essere estremisti.

Essere riformisti non significa essere moderati.

A questo link potete leggere il testo di un’intervista a Stefano Fassina, pubblicata sul Fatto lunedì scorso. Riconoscerete proposte magari radicali, nette ma non estremiste, non squilibrate, non eccentriche. È un testo che chiede alla sinistra di cambiarsi d’abito e promuovere con trasparenza e nitidezza le idee per trasformare l’Italia. A me paiono proposte tecnicamente riformiste: cambiare l’Italia, trasformarla.

N.B. La moderazione fa rima con la conservazione.

Buona lettura.

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