Di cosa dobbiamo avere paura? Della guerra? Degli immigrati che invadono l’Italia? Dei ladri che compromettono il nostro sonno e la nostra sicurezza? Di chi nega di essere fascista ma propugna nei fatti una pratica politica che lo ricorda? Di chi appoggia la guerra in Medio Oriente? Degli israeliani che bastonano i volontari della Flotilla? Dobbiamo avere paura della forza incomprimibile dello Stato di Israele che rade al suolo Gaza e uccide più di 18mila bambini senza che nessuno fermi quelle mani e quelle armi? Dobbiamo avere paura di Hamas che progetta la distruzione dello Stato ebraico? Oppure dell’Iran che ammutolisce le proteste della società civile e uccide i giovani di Teheran? O anche e soprattutto di Donald Trump che come prima misura cambia nome al suo ministero della Difesa e lo chiama ministero della Guerra? E da allora non fa che progettare guerre, produrre guerre, armare una furia bellica che non conosce limiti?
Ho appena fatto una sommaria e suiperficiale rassegna dei timori di tanti di voi, anzi di noi. Di alcune delle paure che ci inseguono e attanagliano la nostra vita. Nel conto superficiale di esse, diciamo così, ho evitato di indicare quelle dei giovani per il lavoro che manca, di chi nonostante lavori si impoverisce, dei tanti che vedono una vita sempre più declinante.
E’ la destra a giocare con le paure, a difendersi mettendo in piazza le paure, a sviluppare – grazie alla paura – un ombrello sotto cui ripararsi. Lo straniero che ruba il lavoro, l’immigrato che rovina la quiete e spaccia e i nostri figli che cadono nella rete della droga o delle cattive compagnie.
C’è sempre un nemico ed è sempre l’altro. E quando l’altro non c’è, allora la destra propone una soluzione perfetta: fa divenire nemico lo Stato.
Non c’è senso comune del bene comune e anche chi non è di destra pensa che non esista un bene collettivo, una cura collettiva, una responsabilità collettiva. Le ultime disgraziate vicende di Modena hanno messo in mostra come la sanità mentale non sia curata. Mancano mezzi, medici, luoghi in cui assistere chi vive disagi che poi possono tradursi in atteggiamenti criminali. E gli ospedali? E le scuole? E la ricerca scientifica? E la sicurezza pubblica? E le pensioni? E gli stipendi? E gli asili nido?
Sono tutti impegni che i progressisti imputano tra i doveri essenziali di uno Stato efficiente e giusto. Mentre la destra pur usufruendo dei servizi pubblici punta sulla virtù finanziaria dei singoli. L’assicurazione privata contro le malattie, la sanità privata, e per chi ha tanti soldi la sicurezza privata.
Però le tasse sono viste come un atto che rovista nelle nostre tasche. Le tasse sono odiate al punto che si ribella anche chi non le paga, le contesta anche chi le evade, le subisce anche chi non ha reddito.
Le tasse non dovrebbero proprio esistere. E la destra non si cura di riferire la soluzione alternativa: con quali soldi si farebbe in quel caso funzionare lo Stato?
È il paradosso del povero che alimentala la ricchezza di chi è già ricco. Chi ha votato Berlusconi? Chi ha scelto negli Usa Trump? Anzitutto la fetta povera e non garantita della società.
Perciò sul fonte delle paure e della resistenza ad oltranza ad ogni atto “intrusivo” dello Stato la destra è sempre avvantaggiata perché rende tutti innocenti.
La sinistra, i progressisti, per combattere la paura devono offrire un’idea, un obiettivo concreto, una parola, una visione, anche un sogno.
La sinistra deve recuperare la passione perduta, la voglia di starci, di alzare la mano, di far sentire la propria voce. I progressisti devono sostenere lo sforzo di cambiare le regole del gioco, di sovvertire la piramide della società in cui le garanzie appartengono solo a chi ha più di cinquant’anni e le insicuerezze solo a chi sta sotto quella linea.
Far sognare non significa immaginare l’impossibile ma l’opposto: il possibile, il plausibile. Dovrebbe essere possibile inquinare di meno, costruire di meno, corrompere di meno e perfino rubare di meno. Realizzare, poco alla volta, quel che sembra adesso impossibile.
Il sogno, lavorare di meno, diviene possibile solo a patto che la ricchezza, un po’ di ricchezza, venga distribuita meglio, e un po’ di tasse vengano applicate anche nei confronti di chi oggi rifiuta di accettarle.
Il sogno è questo: nulla di fumoso, impercettibile, strabiliante.
È l’idea che cambiare si può.
Ai progressisti perciò serve un sogno.
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Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it