A Sinistra, di Antonello Caporale
21 Agosto 2026
Serve fare la guerra o almeno annunciarla. Con i droni non si muore in battaglia. Perfetto no?
di Antonello Caporale

Serve fare la guerra. E possibilmente vincerla. In caso di necessità, cioè quando i rapporti di forza o le condizioni geopolitiche non assicurano un risultato positivo, serve almeno annunciarla e magari pareggiarla.

La guerra, nel mondo che abitiamo, è divenuta il perfetto sostituto funzionale della politica. Entrare in guerra, dichiarare guerra, essere profondamente bellicisti costituisce una rendita quasi parassitaria di potere, un meraviglioso salvagente, l’elisir di lunga vita. Benjamin Netanyahu sarebbe stato così centrale nello scacchiere internazionale se non avesse provato a fare rendere infinita la guerra? E, chiedo, il suo potrre, la sua reputazione tra i potenti del mondo è aumentata o diminuita dopo il genocidio di Gaza? Nessun mandato di arresto, che pure è stato spiccato dalla Corte internazionale de L’Aja, è stato eseguito. Netanyahu non sarebbe esistito senza la guerra. Non parliamo di Donald Trump, divenuto egli stesso un ordigno mobile, un fuoco disperante, un moltiplicatore umano di parole bellicose, di annunci definitivi. Ha in effetti dato un senso al cambio del nome al ministero della Difesa, oggi ministero della Guerra, immaginando che si viva solo avanzando con i cannoni, i missili oppure i droni.

I droni non sono soltanto l’arma con cui l’Ucraina sta tenendo testa alla Russia (a proposito: senza guerra Zelensky sarebbe al suo posto? E Putin, se non avesse attaccato l’Ucraina, avrebbe ancora chance di rimanere decisivo nel mondo che conta?) ma anche la novità assoluta per cui la guerra può contare sulla possibilità di farla senza mandare soldati.

Si sa che per il potere il danno politico più grave è ricevere all’aeroporto le bare dei soldati caduti in guerra. Il Vietnam ha insegnato agli Usa che la sua opinione pubblica inizio a contestare la guerra quando le bare si fecero numerose. Ma ora si può fare la guerra senza mandare a morire i propri soldati ma solo quelli nemici: il drone è l’arma congeniale, perfetto per lo scopo. Uccide il nemico, magari uccide i civili, magari bambini, ma non tocca i battaglioni e risolve a favore di chi li gestisce il guanto di sfida.

Con la guerra si fanno poi affari nel silenzio compiaciuto della politica. L’Italia, che non è in guerra e dunque conta zero, è chiamata a sorreggere le guerre altrui, ha appena investito 3,5 miliardi di euro per una joint venture tra Leonardo e una grande azienda tedesca. Carri armati, cannoni e altro equipaggiamento di terra. I soldi per la guerra si trovano perché è un’urgenza, anzi un’emergenza. E con la guerra persino i pasdaran iraniani, che sei mesi fa stavano per essere ribaltati da un possente moto di popolo, sono tornati in auge.

L’Europa, che non è entrata in guerra, è chiamata ad armarsi. Non lo fa però adoperandosi per rendere efficiente un sistema di difesa europeo.

Lo sbocco bellico resta una via di fuga, un modo per contare di più, spendere senza proteste e rendere l’emergenza una condizione permanente.

Spendiamo miliardi per i cannoni e dimentichiamo che il diesel tra un po’ toccherà i tre euro al litro e renderà ancor di più problematica la spesa al supermercato perché il costo del trasporto delle merci incide in modo decisivo sul prezzo delle stesse.

La guerra è dunque un magnifico salvagente per il potere che – come ricorda il motto popolare – anche se appare che barcolli, non molla.

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