Ottantamila giovani laureati si sono appena messi in fila per fuggire dall’Italia. Fantasticano un lavoro a Bruxelles! E’ una fila disperante e che sarà falcidiata dalla realtà: in migliaia non vedranno nemmeno l’ombra di una occupazione giacchè concorrono in troppi a ricoprire una piccola quota di un’altra piccolissima porzione (1490 ruoli in totale) di poltrone messe a concorso dall’Unione per i ventisette Paesi soci. Vogliamo dire di più? Neanche i vincitori del concorso avranno uno stipendio e un ufficio ma dovranno contentarsi di venire iscritti in una lunghissima lista di collocamento privilegiata alla quale la burocrazia europea farà ricorso per sostituire coloro che – nel volgere degli anni – andranno in pensione.
Il dato drammaticamente enorme è che i concorrenti italiani rappresentano quasi la metà del totale delle richieste, e dentro questo totale (174mila) ci sono Paesi persino più popolosi dell’Italia (la Germania e la Francia), grandi quasi quanto noi (la Spagna), economicamente più fragili di noi (Grecia, Portogallo, Cipro, ecc).
E’ appunto una diserzione di massa da una terra che non sembra offrire speranze se non al valore di una retribuzione da discount.
La questione giovanile però sembra l’ultimo degli interessi di una società pericolosamente attempata. Le spie di una crisi culturale e anche di un’approssimata attenzione sul danno civile dell’esclusione degli under 35 dai processi produttivi di primo livello e dal confronto pubblico su ciò che si dovrebbe fare e non si fa, è data da tante spie. Persino questa newsletter in qualche modo fotografa la realtà: è scritta da chi ha superato i sessant’anni e letta da gente che – in maggioranza – veleggia su quell’età.
I giovani non votano, non scelgono e hanno persino rinunciato a protestare.
Non sempre la responsabilità è di noi altri e certo che, parlo per me, mi sarei aspettato dagli under 35 forme più rumorose di proteste e legittime attività di ostruzione a questo regime di esclusione di chi non ha i capelli bianchi.
Resta comunque un fatto, anzi una domanda: e la sinistra che fa? La sinistra dov’è? I progressisti quali azioni hanno svolto per dare dignità pubblica a un tema centrale per la vita e l’avvenire della società?
Qui non casca non uno ma tantissimi asinelli.
C’è un modo retorico di illustrare la questione e anche piuttosto falso. Usiamo il condizionale per dire che sì, ci vorrebbe nuova linfa, ma insomma… Colpa di chi? Dell’economia che va male, della pubblica amministrazione che non ingaggia più gente, degli studi professionali in mano ai monopolisti degli incarichi?
Abbiamo la sfortuna di avere un’alta disoccupazione giovanile e una varietà di mestieri sovrarappresentati. A questa sfortuna si aggiunge una seconda sfortuna: abbiamo un territorio fragile, inquinato, altamente sismico, soggetto continuo di attività franose.
Due sfortune limpidamente elencate, che tolgono allo Stato fondi enormi per dare ristoro ai cittadini senza casa, per realizzare opere di consolidamento, ripulire i fiumi, restaurare i borghi, ridare forza ai costoni montani.
Ma, ripensandoci, tutti quei fondi a chi vanno?
Le due grandi sfortune si trasformano per pochi in fortune grandissime. Documento a spanne i miliardi di euro spesi per la ricostruzione dell’Aquila. Questa città (80mila abitanti) avrà ricevuto alla fine della fiera di una ricostruzione lunghissima, circa dieci miliardi di euro. Il costo delle progettazioni, per esso intendo il costo della complessiva elaborazione intellettuale (tecnica, architettonica, sociologica, economica) vale circa il venti per cento di quella somma. Fanno due miliardi di euro.
L’Aquila sarebbe potuta essere una piattaforma perfetta per le giovani generazioni di ingegneri e architetti, di professionisti del recupero, di giovani restauratori, dei teorici dell’impresa sociale, degli studiosi dei grandi fenomeni di rottura comunitaria. Una piattaforma viva, una grande piazza d’armi del talento nazionale e internazionale. Un hub tecnologico: giovani da tutto il mondo chiamati a immaginare la strada nuova per ridare vita senza perdere la memoria, generare bellezza e nuove opportunità.
Cosa è invece accaduto? Che certo, in tanti hanno lavorato, ma legati ai centri professionali prevalenti, ai tecnici monopolisti, al solito circuito politico e familiare che hanno concesso per chi era fuori dalla cerchia remunerazioni minime e ruoli secondari. E la politica? Silente. E la sinistra? Non pervenuta.
E le ricostruzioni successive, il monte premi dei progetti impegnati nelle Marche, in Umbria perchè non ha sollecitato nella mente dei progressisti che in quei territori godono di un appoggio significativo, di valutare immissioni di nuove forze, una chiamata a raccolta generale, un enorme campo base della ricerca e della progettazione?
Rammento che solo la ricostruzione di Amatrice (2500 abitanti) richiederà più di un miliardo di euro quando si dovranno fare i conti finali. La ricostruzione lì avanza pianissimo e tanti sono i problemi: non ultimo quello di un’incapacità spesso progettuale, una modestia culturale della politica e un torpore della società civile.
Ne volete ancora di esempi? Niscemi, la città siciliana che sta franando in queste settimane, riceverà un gran gruzzolo di quattrini. Anche lì, chi li metterà in tasca? Non parlo di tangenti, no. Dico: a chi andranno i progetti, quanti professionisti giovani saranno chiamati a firmarli per davvero invece che passarli (a duemila euro al mese, tasse comprese) al progettista capo fila, mi verrebbe da dire al capo banda.
Ho illustrato una dimensione particolare dei vuoti e dei pieni, me ne rendo conto.
Quel che voglio qui dire è quanti sforzi facciano i progressisti a immaginare una forma di recupero delle energie nuove per non farle scappare, per non farle disertare e non la solita pappa al pomodoro, il bla bla consueto del dolore di plastica per l’ingiusta condizione del gran numero di disoccupati.
Io dico che le opportunità esistono tutti i giorni, noi dovremmo soltanto elencarle e impegnarci a renderle aperte, contendibili e fare in modo che non esista una società che si ingozza davanti al buffet e l’altra che guarda.
In fondo la sinistra è nata per questo: combattere la società diseguale.
Buon appetito a tutti!
Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it