Di qua una pertica, di là il pan di spagna. Per dare un’immagine delle differenze che separano la destra dalla sinistra ho scelto un attrezzo che trovavo sempre a scuola nell’ora di educazione fisica, e al quale non ero particolarmente votato, e un buonissimo dolce casalingo che in tante famiglie italiano è assai apprezzato.
La pertica, questa asta lunga, la associo all’idea che la vita sia verticale. Dal basso verso l’altro. E’ l’individuo con le sue forze, le sue capacità, la sua fortuna, l’audacia, la scaltrezza e – perché no – la furbizia, a scalare le vette della società, a riempire di sabbia i mille sacchi e portarli sempre più su, più su. L’agiatezza economica è un traguardo perennemente provvisorio perché c’è sempre da fare magari da intignare o da intrigare o da fregare. E guai a chi mette i bastoni tra le ruote. Guai allo Stato, occhiuto, che chiede conto e magari vuole portarsi via con le tasse una fetta di quei soldi. Vuole toglierli, anzi “rubarli”, a chi si è fatto da sè, a chi li ha realizzati dopo tanti sacrifici.
La società immaginata dalla destra è fatta di individui e ciascuno conta per sè, pensa per sè. Pensa soprattutto a tutelare i suoi beni, fatti con tanti sacrifici. Le case dei ricchi hanno muri di cinta che separano lui o lei dalla massa: lui è infatti ricco, ha potere, gli altri no.
L’uomo al centro di ogni cosa, non la società. Il singolo, non la massa. La pertica è un’asta lunga, e solo i più bravi, magari i più atletici, ce la fanno a scalarla tutta, a raggiungere la cima.
Il pan di spagna spiega invece l’idea orizzontale della vita più propriamente di sinistra. Ciascuno di noi ha bisogno dell’altro e nessuno può avere interesse a vivere in modo solitario, ha anzi bisogno di connettersi con l’altro. Qui il bene comune acquista un rilievo più avanzato, è quasi il traguardo di un destino collettivo a cui bisogna aspirare. I servizi sociali, la sicurezza sociale, la sanità pubblica, l’istruzione pubblica, l’illuminazione pubblica, la cura delle strade e tutto quel che segue dà il senso della necessità di pagare le tasse, per esempio. E’ una necessità, un dovere, un obbligo di legge, e per taluni anche il senso remoto di ciò che è giusto.
A spanne la differenza tra chi si sente elettore di destra e chi di sinistra potrebbe dunque essere illustrata dalle considerazioni molto approssimative appena esposte e dettate dalla necessità di intendersi subito.
A ben pensarci però le differenze, così rotonde, così apparentemente plateali, nella realtà non esistono non solo perché alti muri di cinta sono alzati da chi dice di votare a sinistra, ma anche perché dovremmo tutti percepire dove sono più insidiose le debolezze nel corpo dei progressisti.
Ci occuperemo infatti solo di questa parte, essendo “A sinistra” il titolo della newsletter e e la direzione che essa prende.
Domandiamoci dunque cosa c’è da registrare meglio nelle convinzioni di chi vota di qua. Cosa c’è di giusto o solo di condivisibile e apprezzabile nelle scelte di chi vota di là. Cosa dovremmo prendere, quale suggestione fare nostra, quale misura rendere comune.
Per esempio, penso che di fronte alla dimensione dell’immigrazione, il sud del mondo che preme verso nord, gli affamati che sbarcano nella terra dei ricchi pretendendo una vita più dignitosa, l’attegiamento sia stato enormemente superficiale. Accogliere chi cerca casa e lavoro è un gesto che onora la nostra civiltà ma che deve essere messo in relazione alle capacità di far fronte ai numeri, alla possibilità di offrire un futuro e anche alla gestione sociale degli arrivi di massa.
Il musulmano ha riti, regimi di vita, modi di cucinare, bisogni diversi dai nostri. Non farlo sentire ospite indesiderato, magari introducendolo nel vortice della criminalità che cerca manodopera, sarebbe il primo impegno. Ma bisognerebbe anche valutare che i cittadini del Paese ospitante non devono sentirsi d’un tratto essi stessi ospiti.
Qui la destra, secondo me, dice una verità. E cioè che l’immigrazione andrebbe disciplinata con più rigore, gestita con maggiore ordine. Inutile accogliere tutti e poi tenerli sul marciapiede.
Giusto. E quindi? Quindi affrontare la grande questione della cooperazione allo sviluppo: dare all’Africa ciò che l’Occidente le ha tolto, restituire ai Paesi che sono stati “grabbati” (il grabbing è il fenomeno di spoliazione dei territori da parte di industrie straniere ai danni della popolazione autoctona) i territori dentro i quali provare una vita più dignitosa. Una vita senza più la fame e senza più la sete.
Negli anni ottanta esisteva la cooperazione allo sviluppo come funzione attiva del ministero degli Esteri. Un braccio operativo che gestiva fondi da destinare ai Paesi poveri.
La sinistra invece ha sottovalutato la pressione migratoria, ha sistematicamente evitato di provvedere a rinforzare e sviluppare di nuovo la cooperazione allo sviluppo, si è sostanzialmente rifiutata di immaginare norme più severe per disciplinare l’accoglienza dei migranti.
Risultato? Le periferie metropolitane – rese a volte invivibili da una presenza soverchiante di chi accetta qualunque condizione pur di restare in Italia – si sono rivelate la fucina elettorale della destra.
Il mercato del lavoro, inquinato da lavoratori pronti, pur di sopravvivere, ad accettare qualunque salario e qualunque orario, hanno smantellato, a favore dei padroni, regole e garanzie che prima esistevano per i lavoratori.
Queste storture sociali, effetto terribile della pressione migratoria, hanno sfoltito poi la platea di chi votava a sinistra.
E i progressisti, anziché guardare la realtà e aggiornare le proprie decisioni, si sono intestarditi a confermare le proprie scelte e a indicare quelli di destra, spesso, come “razzisti”.
Il razzismo nutre purtroppo la fetta più emarginata della società italiana e certo è una degenerazione da condannare. Ma non si guarisce dal razzismo accogliendo i nostri ospiti senza sapere dove andranno e soprattutto cosa faranno.
Gestire meglio l’immigrazione significa ridurre il numero di chi non ha altra scelta che partire e significa pure, naturalmente, avere memoria che senza gli immigrati l’Italia non ce l’avrebbe fatta a stare in piedi e certamente non ce la farebbe in futuro a rimanere in piedi.
Dire integrazione e non fare nulla è però un po’ lavarsene le mani.
Per integrare servono fondi. Bisogna fare le case, bisogna proporre un lavoro magari faticoso ma dignitoso, bisogna gestire la salute di chi arriva, l’istruzione di chi arriva. La sinistra, secondo me, aveva il dovere di riflettere sui propri errori e non tacciare gli avversari di dire solo cose sbagliate ma di prendere dal cesto delle mele cattive quelle poche buone che pure ci sono.
Non bisogna avere paura di sbagliare né, quando si sbaglia, di correggersi.
Ho solo qui illustrato un tema possibile. Quel che voglio dire è di trovare l’umiltà di accettare il cambio di direzione, la sterzata. I progressisti spesso hanno l’aria un po’ spocchiosa da primi della classe.
Come sapete i primi della classe non sono stati mai troppo simpatici.
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Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it