A Sinistra, di Antonello Caporale
15 Maggio 2026
Il pranzo è servito: una legge truffa per elettori stupidi
di Antonello Caporale

Prima ancora di andare a votare sappiamo già l’esito del voto.

Nessuno vincerà e nessuno perderà Madama la Marchesa.

Giorgia Meloni – maga per un giorno – l’ha pronosticato: con questa legge elettorale si va dritti verso l’ammucchiata. Cioè un pareggio tra i due schieramenti e un nuovo governo di unità nazionale. Volete voi l’ammucchiata? Per scongiurarla bisognerà perciò approvare immediatamente una nuova legge elettorale.

Meloni ha potuto dire tutto ciò senza che mezza pernacchia si levasse dal Paese, perché sa che gli elettori sono così disattenti da essere spesso valutati (senza torto) un pochino coglioni.

Me lo chiedo sempre più spesso: c’è una ragione perché la politica ritenga l’elettore un individuo piuttosto tonto, ai confini della stupidità? Fino a qualche anno fa pensavo fosse solo il segno dell’arroganza del potere, la presunzione di poter fare qualunque cosa nell’esercizio del potere e non avvertire alcuna responsabilità per l’esito tragico delle decisioni assunte.

Oggi dico che chi detiene il potere ha però buone ragione per giustificare la propria arroganza, e la prepotenza che ne deriva.

Questa condizione diviene, a carta capovolta, la ragione per la quale metà degli italiani non vota più. Diserta le urne perché non crede alla politica, la cui reputazione è così bassa da farla apparire un corpo sociale che si autoalimenta e sviluppa nella piramide del potere una rendita parassitaria di influenza.

Però una parte di quella metà che disertava le urne a marzo scorso è tornata a votare. Al referendum sull’indipendenza della magistratura tanti cittadini, per lo più giovani, si sono rivisti.

Perché l’hanno fatto? Ce lo siamo chiesto? Una risposta ce l’ho: perché sul tavolo del voto c’era una proposta importante. Accettarla o rifiutarla costituiva una scelta rilevante, era in gioco una mutazione di senso e di gerarchia dei poteri dello Stato.

Dunque possiamo dire che è l’offerta politica a produrre l’interesse pubblico. Se al mercato dei partiti c’è solo un bla bla, se nei talk show televisivi l’ipocrisia domina, se i volti sono incipriati perennemente e vuoti di ogni idea, allora tanti, soprattutto giovani, non avranno voglia, pensiero di partecipare alla contesa che sa di pantomima. Perché nei fatti destra e sinistra si confondono in un grigio perenne e immutabile.

Infatti chi è di sinistra, chi si sente progressista, è chiamato a votare solo perché di là c’è la destra. Prima c’era Berlusconi, e allora figurarsi! In questo gioco è l’avversario l’assillo non il giudizio sull’amico – vero o presunto – da far prevalere. Si vota contro qualcuno non per qualcosa.

I progressisti dovrebbero invece non solo rifiutare di cambiare la legge elettorale, la cui ultima ipotesi di riforma assomiglia sempre più a una legge truffa, ma lavorare perché chi non vota più venga convinto a cambiare idea, a tornare indietro, a riprendere la strada verso il seggio.

Il partito del pareggio, come i giornali scrivono per descrivere coloro che invece è allettato dall’idea di un governo di unità nazionale, un’ammucchiata di quelle note, spinge perché nessuno si avvicini alle urne e tutti facciano il compitino di sempre. Sarebbe la morte della democrazia e la scomparsa di ogni passione.

Nessuno si chiede più come sia possibile che la presidente del Consiglio mentre con una mano festeggia la longevità del suo governo (sarà, nella storia della Repubblica, l’unico esecutivo durato quanto l’intera legislatura), dall’altra pronostichi un pari e patta.

E invece di chiedersi perché teme di perdere la poltrona – magari perché non ha governato come aveva promesso? Magari ha concesso potere e titoli a gente senza storia e senza competenza? Magari le amicizie vantate (Trump) si sono rivelate tossiche? – presenta l’ideona per aggirare la sconfitta presunta: cambiare le regole del gioco.

Se non sapessi che anche in qualche ambiente a sinistra, sottovoce, si accarezza la proposta, giudicandola, ma sì!, meritevole di qualche attenzione, non proverei tutto l’allarme che invece comporta una simile proposta.

Le regole del gioco cambiate a ogni piè sospinto dimostrano soltanto come la democrazia soccombe sotto la scure di chi la torce a proprio vantaggio.

La politica deve invece pensare ad alimentare le passioni non le convenienze, a chiamare quanta più gente a votare non ad allontanarla dai seggi, a capire il malessere della società non a ritenerlo un capriccio.

E a dire, sempre e comunque, ogni volta che annuncia una riforma, come vuol cambiare la realtà e con quali soldi vuol finanziare il cambiamento.

Cambiare senza dire come è un’altra truffa che nessuno merita di ascoltare più.

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Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it

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