A Sinistra, di Antonello Caporale
10 Aprile 2026
Alle urne e poi? Come sconfiggere la grande paura per l'Armata Brancaleone
di Antonello Caporale

La mia paura è la vostra, il mio dubbio è quello di ciascuno di voi. E la mia domanda è la stessa che vi ponete quando avete amici a cena, oppure quando discutete al bar o anche in famiglia: e se i progressisti – vinte le prossime elezioni – si dimostrassero un’armata Brancaleone? Buoni ad aver la meglio con una destra sfibrata ma arrotolati nell’inguaribile vizio del dopo, di farsi del male appena la vittoria sarà certificata?

La candela di Giorgia Meloni va spegnendosi, ok. Così sembra per davvero. Ne ha dato prova nel discorso di fine mandato in Parlamento. Ha garantito che completerà la legislatura ma senza indicare un’idea rifondativa, senza una proposta che chiami l’opinione pubblica a ritrovare il feeling perduto dopo la botta del referendum. Questo governo è infragilito e corroso dalle dispute interne e dagli scandali che producono crepe, alzano il livello della discordia e riducono quello dell’efficienza…

Mettiamo che Meloni concluda questa legislatura, orgogliosa della propria longevità politica, di essere cioè l’unico premier nella storia della Repubblica ad aver iniziato e terminato la legislatura senza ritocchi, rimpasti e senza i vecchi riti del cerimoniale. Poi però la realtà le presenterà il conto. E se il conto sarà quello che a noi sembra il minimo sindacale, cioè una sconfitta clamorosa ma giusta, netta e inequivoca, si apriranno le porte per un governo alternativo, progressista, di sinistra solidale, riformista, verde, chiamiamola come ci pare.

Il problema è lì, nel momento in cui, vinte le elezioni, si deve decidere chi mandare nei ministeri: quanti ministri a te, a me. Ai gruppi piccoli, alle correnti grandi dei partiti grandi, a quelle medie, ai verdi, ai rossi, ai blu.

L’arcobaleno dei colori, dei nomi, delle perfidie, degli egoismi e, temo, di tutte quelle cattive abitudini, ci faranno scordare presto di aver contribuito con il nostro voto a voltare pagina.

Provo a rispondere alla prima domanda che già immagino stiate per fare: quali armi abbiamo per deviare il corso degli eventi se davvero essi fossero così nefasti?

Se è vero che non possiamo indicare questo o quel nome per questo o quel dicastero, o impegnare al silenzio chi borbotta sempre, all’amicizia chi si fida solo di se stesso e alla solidarietà la massa degli egoismi che si accalcheranno sotto il palco, beh possiamo almeno limitare i danni. Chiedendo semplicemente che sulle grandi questioni di politica estera e interna, sull’economia e sulla sanità, si scriva un decalogo da osservare compiutamente. Dieci punti dai quali nessuno potrà sfuggire.

Se il governo sarà progressista e Trump sarà ancora presidente degli Usa, l’Italia dovrà riconsiderare i temi dell’alleanza? Si o no?

Così pure con Israele: l’Italia ha oppure non ha il dovere di azzerare gli scambi commerciali, chiudere ogni relazione con quello Stato fino a quando praticherà una politica bellicista, aggressiva, imperialista? Si o no?

E qui da noi? Con gli evasori lasciamo correre? Chiudiamo un occhio oppure ci impegniamo a osservare il dettato costituzionale? Ciascuno contribuisca secondo le proprie possibilità. Si o no? Se è sì dobbiamo imporre che la guardia di finanza faccia il suo lavoro. Si o no? Scriverlo prego, perché non ci fidiamo delle promesse e ci fideremo ancor meno degli impegni senza data, senza firma, senza responsabilità.

Siamo un Paese vecchio e i vecchi detengono le leve del potere, loro decidono, smontano, rimontano, incassano. Dobbiamo rompere questo circuito perverso e definire – per esempio – le quote under 35, obbligare – sempre per esempio – con una legge che la pubblica amministrazione destini una quota dei propri conferimenti professionali (mi serve un avvocato, un medico, un geometra, un ingegnere, un commercialista per redigere questo o quel progetto) a persone che abbiano meno di trentacinque anni. Si o no? Metterlo su carta, scriverlo in stampatello, prego!

Dobbiamo trovare il modo per sradicare il circuito dei baroni, dobbiamo fare in modo che le energie nuove entrino nelle stanze dei bottoni, negli uffici periferici e in quelli centrali. Si o no? Chiudere con i baroni all’università, con i medici figli della politica negli ospedali. Scriverlo prego!

Sono pensieri improvvisati, riferiti solo per far comprendere. Ci sarà chi avrà idee migliori e proposte più adeguate, efficaci, plausibili. Quel che a me preme è che esista un decalogo: ecco le prime dieci cose da fare, i primi dieci impegni da mantenere chiunque si impossessi di quel ministero. Ecco il lavoro dei dieci ministri. In modo che può andarci Tizio o Caio, il riformista o l’ambientalista, l’ex comunista o il democratico di centro, ma tutti dovranno operare secondo le indicazioni stringenti ricevute. Tutti devono sapere, per essere chiari, ciò che si potrà fare e ciò che non si potrà fare. E chi ha votato potrà chiedere la resa del conto.

Per esempio, Tizio o Caio non potranno proporre finanziamenti pubblici alle cliniche private, oppure alle scuole private. Ciascuno è naturalmente libero di andare a farsi curare dove crede, a studiare dove pensa sia meglio ma lo Stato può rendere disponibili e gratuiti e universali solo le scuole pubbliche e gli ospedali. Siamo d’accordo o no?

Dieci punti chiari, senza le curve lessicali, i periodi ambigui, le parole difficili.

L’armata Brancaleone si sconfigge con poche ma chiare premesse e un patto assoluto, con il vincolo, per gli eletti, di onorare quel patto.

Ecco, a me sembra che il popolo progressista, così grande, cosi variegato, così colto, così solidale, così appassionato, ma anche così diviso, a volte così egoista, e così diverso, possa convenire di appropriarsi almeno di questo diritto.

Trovare nelle urne delle primarie, se davvero si andrà al voto per il candidato a premier, una scheda che riporti non solo il nome e il cognome di chi se la sente (Elly Schlein o Giuseppe Conte o chi altri voglia misurarsi), ma pure le dieci cose che farà lei piuttosto che lui.

È un modo per votare e per legare, per tenere stretti un volto a un’idea e finalmente dirsi che non basta vincere le elezioni: bisogna governare (possibilmente per bene) il Paese.

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Sono Antonello Caporale e forse ci conosciamo già. Sono qui per incamminarmi insieme a voi sulla strada, anche in questi tempi così oscuri, capace di guardare la realtà da sinistra, dalla parte politica a cui i progressisti devolvono la propria fiducia malgrado le cocenti delusioni e sempre immaginando che quella via, la strada che appunto passa alla nostra sinistra, possa essere quella giusta per vivere meglio. Ps. Inviatemi pure le vostre osservazioni, critiche o meno. La mail è questa a.caporale@ilfattoquotidiano.it

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