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Non è mai facile trovare le parole per raccontare una violenza subìta, così come non è mai facile trovare le parole nuove, e non retoriche, per raccontare un fenomeno che si reitera da sempre. Domani, 25 novembre, è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Un appuntamento, istituito dalle Nazioni Unite nel 1999, che ogni anno ricorda al mondo che le donne vengono violentate, picchiate e uccise per mano maschile. Spesso, troppo spesso, per mano di un uomo che non accetta la loro indipendenza – psichica, sociale, economica – e che pensa di poter disporre del loro corpo e della loro vita.
Ogni anno ripetiamo alle donne di denunciare qualsiasi sopruso, e ogni anno ricordiamo alle autorità e alle istituzioni quanto sia importante, anzi necessario, investire sulla educazione e sulla formazione dei più piccoli, per avere magari tra vent’anni dei cittadini consapevoli. Bisogna ripartire dalle scuole, istituendo corsi di educazione di genere che insegnino il rispetto e combattano il patriarcato di cui la nostra cultura è impregnata.
La violenza sulle donne è un problema culturale e, in quanto tale, non ha un unico antidoto. Questa settimana proviamo a raccontarvi perché, come sempre A Parole Nostre.
Sappiamo che nel 2019 è stato introdotto il cosiddetto Codice Rosso, una legge che interviene proprio sul contrasto alla violenza. Eppure non tutto funziona come dovrebbe: le forze dell’ordine non sono ancora formate adeguatamente e nei Tribunali non sono sufficienti le figure preposte di magistrati o consulenti. Elisabetta Ambrosi ci racconta le volte in cui le donne si sentono dire di tornare a casa e non denunciare.
Il terreno su cui si consuma la battaglia è il corpo: dal body shaming alla macchina della bellezza, dalla necessità di non invecchiare alla funzione dell’utero, l’organismo femminile appartiene ancora agli altri. Abbiamo intervistato Carolina Capria, autrice e ideatrice della pagina Instagram “L’ha scritto una femmina”, che ha appena dato alle stampe un saggio sul tema.
La cultura maschilista di cui ci nutriamo fin dalla nascita porta molte donne a farsi la guerra, ad appropriarsi del linguaggio degli uomini. Abbiamo perso la “sorellanza”, che era un grande insegnamento del movimento femminista degli anni 70. Ce lo ricorda la docente Annabella Gioia nel saggio in cui ripercorre gli anni del Centro culturale Virginia Woolf di Roma, all’interno del quale si sviluppò l’Università delle donne.
Sorellanza non è certo un termine cha appartiene a Némésis, un movimento di pseudo-femministe francesi convinte che tutti gli stupratori siano immigrati e che le vere vittime siano i maschi. Sabato scorso, ci racconta Luana De Micco, si sono infiltrate in un corteo parigino, lanciando sassi contro le manifestanti.
Amiche nemiche, dunque, maschi alpha, gentil sesso, maternità obbligata, asterisco necessario, genere libero: sono tutte isole di un Atlante ideato per orientarsi nel mondo del patriarcato. Lo ha pubblicato una giovane grafica e illustratrice, Angela Nicente, ed è diretto ai più piccoli, chiamati a fare i conti con strani animali, ma anche ai più grandi.
C’è un ultimo aspetto che ci preme sottolineare: il contrasto alla violenza passa necessariamente attraverso la parità sociale, salariale, di rappresentanza. Persino nel dorato mondo della musica. Spotify ha presentato i numeri del gender gap tra artiste e artisti. Guido Biondi ne ha parlato (anche) con Annalisa.
Insomma, il 25 novembre è solo una giornata che speriamo di non dover più celebrare.
Buona lettura.
A cura di Silvia D’Onghia
Ascolta il podcast di A Parole Nostre
La manifestazione

Non una di meno
“Dopo due anni di pandemia non sta andando ‘tutto bene’. L’emergenza e la crisi che ne è seguita si sono scaricate su di noi, e ora siamo strette tra un piano di ripresa e resilienza che non ci contempla e una polarizzazione del dibattito pubblico che ci cancella. La deriva patriarcale, razzista e individualista attraversa il dibattito pubblico e attacca la solidarietà, la cura collettiva, l’accesso alla salute per tutt* come priorità dell’agenda politica post pandemica”. Contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere, l’appuntamento è per sabato 27 novembre a Roma.
Il report

Cronache di un’occasione mancata
Non è bastata la pandemia a far cambiare rotta alla politica e alle amministrazioni locali nel contrasto alla violenza di genere. Tempi lunghissimi per l’erogazione delle risorse, impedimenti burocratici e mancanza di interventi strutturali che incidano sulle cause della violenza. Questa la fotografia scattata da ActionAid con il rapporto per il 2021 sulle politiche e sul sistema antiviolenza in Italia attraverso il monitoraggio e l’analisi dei fondi statali previsti dalla legge 119/2013 (legge sul femminicidio). A dispetto delle misure straordinarie decise dal Governo nel 2020 per l’allarme della crescita delle richieste di aiuto, a essere oggi effettiva è solo una minima parte delle risorse extra e dei nuovi strumenti per far fronte alle esigenze delle donne che hanno subito violenza durante la pandemia. Sono serviti in media 7 mesi per trasferire le risorse dal Dipartimento Pari Opportunità alle Regioni, che, ad oggi, risultano aver erogato solo il 2% dei fondi complessivi, e in sole la Liguria e l’Umbria. Qui il report.
La campagna

Libere di scegliere
Domani, 25 novembre, Castel Romano Designer Outlet e Associazione Differenza Donna lanciano un piano di iniziative concrete a favore della sensibilizzazione sulla discriminazione di genere. All’interno dell’outlet un evento di live painting, curato dal collettivo artistico femminile A m’l rum da me. Visitatrici e visitatori potranno anche incontrare le referenti dell’Associazione per avere informazioni sulla campagna e sui servizi dei Centri antiviolenza. Le donne potranno lasciare un loro pensiero su un grande pannello, completando la frase “Voglio essere libera di…”. Qui maggiori info.
Il progetto
Il luogo più pericoloso

Le artiste Silvia Levenson e Natalia Saurin presentano il terzo atto del progetto, curato da Antonella Mazza. L’opera consiste in piatti da cucina di uso quotidiano, in ceramica, decorati con frasi estrapolate dai media per minimizzare episodi di cronaca legati alla violenza o usate dal violento per motivare il suo gesto, che testimoniano la guerra troppo spesso consumata all’interno delle mura domestiche. Qui il video.
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