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Gabriela Trandafir aveva denunciato tre volte il marito, Salvatore Montefusco, per maltrattamenti e stalking. Per tre volte la magistratura aveva archiviato (o chiesto di archiviare) quelle denunce. Gabriela, invece, voleva che si andasse avanti, e martedì mattina si è celebrata l’udienza per l’opposizione all’archiviazione. Gabriela, però, non c’era: era stata ammazzata il giorno prima, insieme alla figlia Renata, proprio da quel marito violento che la Giustizia italiana non aveva fermato. Lidia Miljkovic e Gabriela Serrano sono invece state assassinate il 9 giugno da Zlatan Vasiljevic, appena uscito di prigione. Adesso nei tribunali arrivano gli ispettori del ministero, giornali e talk si riempiono di testimonianze e l’opinione pubblica si ricorda che in questo Paese viene uccisa una donna ogni tre giorni. Quasi fosse una novità. Ma ci sono domande da porsi: davvero si tratta di femminicidi “annunciati”? Quelle donne si sarebbero potute salvare? E magistratura e forze dell’ordine sono adeguatamente preparate? Ne abbiamo parlato con Ilaria Boiano, avvocata dell’associazione Differenza Donna di Roma.
A proposito di domande, bisogna porsene un’altra. Dal momento in cui tutto passa dal corpo delle donne, uno strumento troppo spesso nelle mani degli altri – dalla gravidanza al marketing –, prendersene cura è un atto d’amore verso se stesse o una sottomissione alle norme socio-culturali? Muove (anche) da qui il romanzo d’esordio di Veronica Pacini, orientato a raccontare la vita di una donna attraverso i legami che il suo corpo crea e attraverso le sofferenze che le vengono inflitte, o che s’infligge da sola. Elisabetta Ambrosi l’ha intervistata per noi.
Parliamo poi di figure da riscoprire, e partiamo da quella di Caterina Sforza che, nella seconda metà del 1400, oltre ad amministrare bene la Signoria di Imola e Forlì, studiò la medicina: si occupò di peste, lebbra, vaiolo, emicrania, fratture. Una combattente, e non solo con le armi. Un’anticonformista. Un esempio di donne che hanno fatto la storia senza essere passate alla Storia. La ricorda l’attrice e scrittrice Eleonora Mazzoni, che è la direttrice artistica di un Festival dedicato a Caterina.
E proseguiamo con Dorothea Lange, la fotografa della gente, intesa come ultimi, umili, poveri ma mai privi di dignità: un romanzo ne consacra la vita (fu addirittura una pioniera dell’ambientalismo). Angelo Molica Franco lo ha letto per noi. Giuseppe Cesaro ci trasporta, invece, nel mondo di Tamara, la protagonista del libro di Heidi James, che s’interroga sul senso della vita e dell’amore, in particolare per i genitori.
Chiudiamo con la consueta irriverenza di Amalia Caratozzolo, questo mese alle prese con i matrimoni (degli altri) studiati dal punto di vista degli invitati single. Saranno conquiste o disfatte?
Buona lettura.
A cura di Silvia D’Onghia
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Il libro

“Le persone possono essere solo maschi o femmine”. “I veri maschi non piangono”. “Lo smalto fa diventare donne”. “Le femmine non possono avere il pisello”. Questi e moltissimi altri sono i falsi miti in cui capita di imbattersi sulle questioni di genere. Questioni molto più complesse e sfaccettate di quanto spesso si pensi, perché dietro a definizioni che ormai tutti crediamo di conoscere, come transgender, cisgender, schwa e così via, c’è un mondo da esplorare. È appena uscito per le edizioni Clichy “Atlante del genere”, realizzato da Alessandra Fisher e Jiska Ristori, che coordinano il Centro per l’affermazione di genere dell’Ospedale Universitario Careggi di Firenze. Un viaggio alla scoperta dell’euforia di genere, attraverso cinque continenti (Conoscenza, Esplorazione, Convivenza, Legami e Piacere) e diversi Paesi, da quello dell’amore a quello della libertà di essere se stessi.
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