|
“I comportamenti dell’imputato sono il frutto dell’impianto culturale e non della sua coscienza, atteso che la disparità tra l’uomo e la donna è un portato della sua cultura che la medesima parte offesa aveva persino accettato in origine”. A leggere le motivazioni con cui un pm di Brescia ha chiesto l’assoluzione per un uomo di origine bengalese che picchiava e insultava sua moglie, ci si domanda a che serva inasprire le pene del Codice Rosso se poi nelle aule dei Tribunali accade questo. E infatti se lo chiede il Telefono Rosa che, nel caso del pm bresciano, invoca l’intervento del Csm. Ma più in generale, ci spiega la presidente Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, sarebbe servito investire nella formazione e nell’educazione: preparare gli operatori che si occupano di violenza, dagli assistenti sociali ai magistrati, e cominciare a insegnare nelle scuole cosa significhi davvero amare.
L’amore non è certo l’ossessione che le donne hanno di piacere agli uomini, di essere accettate e desiderate: semmai, tale instancabile ambizione è frutto della cultura patriarcale in cui viviamo, che ci considera esseri umani indegni. Lo sapeva bene bell hooks, che alla ricerca femminile dell’amore ha dedicato un importante saggio, Comunione, ora pubblicato in Italia dal Saggiatore. Lo ha letto per noi Elisabetta Ambrosi.
Con Riccardo Antoniucci ci spostiamo in Iran, perché il 16 settembre ricorre il primo anniversario dell’uccisione di Mahsa Amini, la 22enne “colpevole” di non indossare bene il velo islamico. Secondo le organizzazioni umanitarie, nell’ultimo anno sono state oltre 500 le vittime del regime. L’età media dei manifestanti uccisi dalla polizia è di 21 anni e gli attivisti condannati a morte sono una cinquantina. E, per paura di nuove proteste, Teheran ha deciso addirittura di spostare la tomba di Mahsa in un luogo meno accessibile.
Non che in altre zone del mondo vada meglio: in India, le donne sono una casta tra le caste, ovviamente inferiore, perché sono considerate incapaci di prendere decisioni autonome, bambine che devono essere guidate, che non sono in grado di scegliere chi sposare o se lavorare. Se ne occupa la scrittrice Sonia Faleiro, che nel romanzo d’inchiesta Le brave ragazze ricostruisce le cause che hanno portato alla morte per impiccagione, nel 2014, di due cugine adolescenti, Padma e Lalli. Nell’intervista realizzata con Sabrina Provenzani, l’autrice ci racconta la condizione femminile nell’India di Modi.
Istruzione e lavoro sono la chiave di volta, come ripetiamo sempre. In India, in Iran, in Italia e pure in Africa. Secondo l’Unesco, il 62% della popolazione femminile mondiale è analfabeta. Federica Crovella questa settimana ci parla dei progetti dell’associazione Opam, che raccoglie fondi e organizza corsi di alfabetizzazione nello Zambia e in altri Stati africani. Far studiare le donne significa renderle libere.
Fabiola Palmeri, infine, ci porta in Corea del Sud, dove si stanno verificando gravissimi casi di violenza nei confronti degli insegnanti: una di loro, qualche giorno fa, s’è suicidata in classe. Seoul punta tutto sul sapere delle nuove generazioni, ma l’ansia da prestazione dei genitori rende i figli intoccabili dagli insegnanti.
Buona lettura.
A cura di Silvia D’Onghia
Ascolta questa newsletter su FqExtra o su Spotify
|