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Tra pochi giorni, il 19 luglio, cadono i trent’anni della strage di via D’Amelio, a Palermo. La bomba che uccise il giudice Paolo Borsellino, poche settimane dopo quella che fece saltare in aria Giovanni Falcone, svegliò l’Italia dall’insopportabile torpore in cui giaceva di fronte alla mafia. La rabbia, lo sdegno e la paura collettiva costrinsero anche lo Stato a reagire (in qualche modo, forse non nel migliore). Che c’entra il periodo delle stragi con un inserto che si occupa di donne? C’entra, e il perché ce lo spiega il procuratore di Tivoli – città alle porte della Capitale –, Francesco Menditto: “Quella che impropriamente viene chiamata emergenza, la violenza sulle donne, meriterebbe un’analoga reazione”. Il magistrato, che nella sua Procura ha creato un team di pubblici ministeri, polizia giudiziaria e psicologi che si occupano di reati di genere, è convinto della necessità di una specializzazione di tutti gli attori chiamati in causa, “a partire dalle scuole elementari”, ma anche di una legislazione ad hoc, che come in Spagna affronti in toto il problema della disparità tra uomini e donne.
Perché, ripete anche Menditto, la violenza nasce da un substrato culturale figlio di pregiudizi e stereotipi. Lo stesso che, secondo l’avvocata Susanna Zaccaria, ex assessora alle Pari Opportunità e oggi presidente della Casa delle Donne di Bologna, potrebbe sottendere alla sentenza d’appello che a Torino ha assolto un ragazzo, poiché la porta del bagno lasciata aperta dalla presunta vittima di stupro avrebbe costituito un invito a “osare”. Sarah Buono l’ha intervistata per noi.
Dalle donne, sostiene Zaccaria, ci si aspetta determinati comportamenti. In caso in cui gli stereotipi non vengano rispettati, la prima cosa che si scatena è il linguaggio, che diventa sessista e offensivo. Elisabetta Ambrosi ha parlato di comunicazione tossica con la studiosa Roberta Covelli, la quale sostiene non solo che gli attacchi più beceri, se rivolti a una donna, sono spesso a sfondo sessuale e violento, ma anche che la denigrazione passa attraverso il benaltrismo. Per esempio, quello che riguarda l’italiano inclusivo (e quindi lo schwa).
Comunicazione tossica è stata anche quella della stilista Elisabetta Franchi, quando ha spiegato di aver assunto soltanto donne che hanno compiuto i “giri di boa”. Ecco, proprio da quest’ultima espressione è nato un movimento che sta coinvolgendo migliaia di persone. Ve lo raccontiamo attraverso le voci delle protagoniste: la giornalista Valentina Petrini, che ha scritto un articolo per spiegare cos’è e cosa sarà “#SenzaGiriDiBoa”, e le sue colleghe, che raccontano alcune delle tante storie raccolte nel video realizzato da Angela Nittoli che trovate su Fq Extra.
Infine la pagina culturale: Fabiola Palmeri ci porta nel Giappone delle donne fantasma, coloro che, dopo essersi suicidate per amore, rimangono in questo mondo a vendicarsi. Ebbene, adesso una scrittrice ribalta il loro punto di vista.
Buona lettura.
A cura di Silvia D’Onghia
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