Potremmo iniziare da uno degli aspetti più scontati: i Vaselines sono stati una delle band più amate in assoluto da Kurt Cobain, uno che di musica di certo se ne intendeva. Anzi, si contendono addirittura con i Meat Puppets dei fratelli Kirkwood lo scettro di band più coverizzata in assoluto dai Nirvana, che nei primi Novanta fecero uscire, nell’ordine, le loro personali rivisitazioni di ben tre classici del duo scozzese: Molly’s Lips (in uno split con i Fluid del 1991), Son of a Gun (nell’ambito del misconosciuto EP Hormoaning, uscito in occasione del tour in Australia e Giappone e che si apre, tra l’altro, con una cover dei Devo) e la parodistica Jesus Wants Me for a Sunbeam (che in MTV Unplugged in New York diventa per l’occasione Jesus Doesn’t Want for a Sunbeam).

La band di Eugene Kelly e Frances McKee si forma nella natia Glasgow a metà Ottanta, luogo di nobilissimo retaggio in epoca post-punk: dalla città scozzese provengono gli Orange Juice di Edwyn Collins, ad esempio, ma anche i Jesus and Mary Chain dei fratelli Reid, per citare solo un paio di pezzi da novanta. I Vaselines si inseriscono in un filone della tradizione molto proficuo per la storia del rock: coppia composta da frontman e frontwoman, con le voci maschile e femminile che duettano, cantano all’unisono o si rincorrono. Personalmente individuo negli X di John Doe ed Exene Cervenka uno dei punti supremi e di non ritorno in questo tragitto e credo che anche i britannici possano considerarsi in qualche modo influenzati dall’attitudine punk portata in dote dalla band di Los Angeles.

Non resta moltissimo dell’epoca d’oro del gruppo ma la loro scarsa prolificità è inversamente proporzionale ai risultati raggiunti e questo gli rende certamente onore. Odio quelle band che fanno uscire decine di dischi, uno più inutile dell’altro, anno dopo anno, inesorabilmente. Al contrario apprezzo il dono della sintesi e lo apprezzo ancor di più quando una band dotata riesce ad immortalare e cogliere pienamente quel momento magico, unico e foriero di grandi soddisfazioni che sta a ridosso degli esordi acerbi e ben prima della cosiddetta maturità. I Vaselines pubblicano infatti i loro capolavori tra 1987 e 1989 per la 53rd and 3rd , l’etichetta dei Pastels: in particolare i primi due EP, Son of a Gun e Dying for It, sette pezzi in tutto ma di portata storica, sono piazzati lì come pietre miliari.

E poi il loro primo LP, Dum-Dum, rimasto anche l’unico fino all’uscita su Sub Pop (guarda caso), un paio d’anni or sono, di Sex With an X. Una rimpatriata assolutamente onesta e piacevole, che non cambia di una virgola l’approccio grintoso al rock ed al folk di Eugene e Frances, che tornano a raccogliere un po’ degli onori non ancora loro del tutto tributati. Sì, perché nei vent’anni intercorsi tra il primo ed il secondo album hanno lasciato una traccia indelebile nel panorama indie ed hanno illuminato la via a tutta una schiera di altri grandi gruppi di Glasgow della generazione successiva: dai Belle & Sebastian, su cui hanno esercitato una palese e forte influenza e con i quali hanno infatti diviso il palco molte volte da quando si sono riaffacciati negli ultimi anni, sino alle band della Chemikal Underground, in particolare i Delgados ma anche gli Arab Strap.

Riascoltandoli oggi viene voglia di impugnare boccali stracolmi di birra gelata, di alzarli a mezz’aria e di intonare ancora le loro canzoni come inni. Fanno parte di quella categoria lì: di quelli che puoi ascoltare all’infinito senza stancarti mai. The Vaselines dal vivo, per la prima volta in Italia, al Bronson di via Cella 50, Madonna dell’Albero, Ravenna, sabato 28 gennaio.

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