Per far parlare, discutere, reagire. “Per non morire di mafia”, insomma. Espressione che è il titolo di un libro del procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso e che è diventata l’omonimo monologo teatrale di Sebastiano Lo Monaco, in scena al Teatro Duse di Bologna il 1 febbraio. Lo spettacolo non a caso parte da un assunto messo su carta dal magistrato che scrisse le motivazioni alla sentenza di primo grado del maxi processo di Palermo: “Il silenzio è l’ossigeno grazie al quale i sistemi criminali si riorganizzano e la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e potere si rafforza. I silenzi di oggi siamo destinati a pagarli duramente domani, con una mafia sempre più forte, con cittadini sempre meno liberi”.

Gli interrogativi, le riflessioni e l’esperienza sul campo di Grasso, cresciuto professionalmente alla scuola di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone, sono gli input del lavoro di Lo Monaco. Input che nascono in un periodo della storia siciliana molto particolare. La fine degli anni Settanta aveva messo sulla pista del cosiddetto “follow the money” le inchieste antimafia. Per primo ci era arrivato Boris Giuliano, il capo della squadra mobile di Palermo ucciso nel 1979. Era ancora un’impostazione informale, che sarebbe stata strutturata da Falcone e Borsellino solo all’inizio del decennio successivo. Ma che aveva visto già i primi risultati.

Da un punto di vista investigativo, si stava compiendo il salto di qualità: la mafia non era rappresentata solo dalle raffinerie che si celavano sul lungo mare tra il capoluogo siciliano e Punta Raisi. Era anche il fiume di denaro sotterraneo che doveva essere ripulito ed essere reinvestito, come fecero prima Michele Sindona e poi Roberto Calvi con il suo Banco Ambrosiano. Cosa nostra – diventava un’evidenza innegabile – era poi annidata ormai senza imbarazzi nella cosa pubblica, come hanno dimostrato le vicende di Vito Ciancimino e del sacco di Palermo. Ma la criminalità era anche un modo di pensare, di tacere, di non vedere. Erano le proverbiali tre scimmiette, diventate il simbolo di una mentalità da sradicare prima della sua manifestazione delinquenziale.

Questo ha visto Grasso quando ha iniziato la sua carriera da magistrato. E andando avanti non ha trovato che conferme. Conferme poi confluite nel suo libro. Quando le pagine su carta sono diventate il monologo di Sebastiano Lo Monaco, si è dato vita a “un ritratto, un’indagine emotiva, una discesa nel cuore vibrante del lucido pensiero di un uomo che ha dedicato e sta dedicando la sua vita alla lotta contro il crimine per il trionfo della legalità”, ha scritto Alessio Pizzech, regista dello spettacolo teatrale.

E prosegue: “La grande storia si intreccia alla storia del singolo fatta di paure, di scelte familiari, di piccoli atti di coraggio e determinando l’emergere, nel fluire della coscienza del personaggio di parole chiave che in modo inequivocabile dimostrano l’attualità della parola di Grasso. Il grido del personaggio è rivolto alle coscienze: su di esse vuole suscitare una presa di posizione e l’assunzione di una speranza possibile che possa dare corpo ad un’utopia per le nuove generazioni”.

Ecco dunque la chiave dello spettacolo che ospiterà il Teatro Duse a partire dalle 21 del 1 febbraio. Uno spettacolo che ha visto tra gli altri la collaborazione di Nicola Fano, curatore della versione scenica, di Margherita Rubino, che ha adattato dal punto di vista drammaturgico il libro di Pietro Grasso, e di Dario Arcidiacono, autore della colonna sonora.

E non si tratta dell’unico appuntamento in chiave antimafia del teatro bolognese, che il 21 febbraio prossimo, dopo il monologo di Lo Monaco, accoglierà il procuratore nazionale Pietro Grasso, per presentare un suo lavoro successivo, “Soldi sporchi” (Baldini Castoldi Dalai). Scritto a quattro mani con il giornalista Enrico Bellavia, è una prosecuzione del discorso già impostato con il volume precedente addentrandosi questa volta nell’industria del riciclaggio.