Ex europarlamentare, vicepresidente della Regione Emilia Romagna

Elly Schlein: “Basta buttare soldi in sussidi alle fonti fossili”

"Abolizione dei sussidi alle fonti energetiche fossili, a cui diamo ancora 18 miliardi". Secondo la Schlein per una vera transizione energetica serve una redistribuzione sociale e l'accompagnamento di quei lavoratori che oggi sono occupati in settori inquinanti.

Di Elisabetta Ambrosi
23 Giugno 2020

Non c’è transizione energetica senza redistribuzione sociale e senza un accompagnamento di quei lavoratori che sono occupati in settori inquinanti. Lo dice Elly Schlein, ex europarlamentare, vicepresidente della Regione Emilia- Romagna (eletta nel 2020 con oltre 22 mila preferenze), che oggi tiene le deleghe al Welfare e al Patto per il Clima. “Stanno succedendo cose positive e inedite in Europa e anche in Italia, ma il cambiamento va governato affinché sia equo. E sul clima l’Italia deve fare di più, partendo dall’abolizione dei sussidi alle fonti fossili”.

Nei recenti Stati Generali si è parlato molto di “bellezza, ambiente, green deal”. Secondo lei la politica italiana parla poco del cambiamento climatico? Fa troppo poco?

Non c’è dubbio, c’è un ritardo grave nella politica italiana, in un paese come il nostro che ha estremamente bisogno di affrontare con urgenza i temi dell’emergenza climatica. Il nostro territorio è sempre più fragile, pensiamo agli eventi climatici che avvengono da nord a sud del Paese: tra gli altri mi viene in mente la tragedia recente della Sicilia, ma penso anche a quella tempesta che nel bellunese ha spazzato via migliaia di alberi, lasciando un danno che durerà decenni. Insomma ci sono molti esempi che spiegano perché sia urgente affrontare il tema. La politica è molto in ritardo. Ma voglio dire anche una cosa positiva.

Prego.

In questi anni in Europa l’attenzione dei governi su questi temi è aumentata incredibilmente, sia per il lavoro che è stato fatto internamente sia soprattutto per merito delle straordinarie mobilitazioni dei Fridays For Future e degli scioperi per il clima, proteste che hanno avuto la capacità, di portare nell’agenda politica la questione. Fino a pochi anni fa in Europa eravamo in pochi a parlare di Green new deal, ci guardavamo come degli alieni: vedere invece che è diventato un impegno della Commissione europea e di questo governo italiano è un passo significativo. Ovviamente ci aspettiamo dei fatti, così come risorse e la volontà politica che serve.

La pandemia ha contribuito a cambiare le cose?

Sono convinta che questa crisi, che ha colpito in maniera simmetrica tutti gli stati come mai nessuna crisi, sia un’occasione per provare a superare quegli egoismi nazionali che hanno bloccato avanzamenti su politiche e risorse da mettere in comune. Vedo sgretolarsi dibattiti soffocati da decenni di lobby, basti guardare alla rapidità della sospensione del Patto di stabilità, il che ci dice come si possa capire quale sia la direzione necessaria nel momento del bisogno. Si parla di cose sulle quali negli ultimi anni era difficile discutere: 1.100 miliardi di Recovery Fund di cui 750 – il Recovery Resilience plan – orientati alla transizione ecologica e al futuro. Dobbiamo uscire dall’idea degli aiuti a pioggia, senz’altro necessari in un momento di blocco economico: ora occorre orientarli al futuro, alla transizione ecologica, appunto, ma anche a quella digitale, con un’attenzione alla dimensione del lavoro e sociale.

A proposito, nel suo lavoro ha sempre legato cambiamenti climatici e diseguaglianze sociali.

Come spiega l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, esiste una connessione inscindibile tra lotta alle diseguaglianze e transizione ecologica. Basta guardare come è andato il mondo in questi anni per capire che chi ha pagato il prezzo più alto dei cambiamenti climatici sono i più poveri. Questo vale a livello globale, penso alla siccità, alla desertificazione, alla drammatica scomparsa di laghi come il Ciad che ha costretto migliaia e migliaia di persone alla fuga. Ma anche nel nostro contesto nazionale abbiamo troppe crisi ambientali e aziendali: il caso più noto è quello di Taranto, nel quale la politica deve uscire con coraggio da questa falsa contrapposizione tra diritto al lavoro e diritto a respirare un’aria che non ti faccia ammalare. Non si possono sottoporre i lavoratori al ricatto.

Fino a ieri, molti ne hanno fatto una questione di risorse economiche.

È un’argomentazione che non voglio sentire. Oltre a ciò che abbiamo detto sui nuovi fondi legati alla crisi, voglio ricordare che abbiamo dei veri e propri paradisi fiscali senza palme in Europa, con grandi compagnie che pagano percentuali praticamente nulle di tasse e tanti governi che hanno fatto una concorrenza a ribasso su questo. Così ci perdiamo tutti e vincono solo quelli che non pagano le tasse e non contribuiscono allo sviluppo sostenibile della società. Eppure le idee non mancano: basterebbero strumenti di trasparenza fiscale come la rendicontazione pubblica Stato per Stato, in modo da sapere quante tasse pagano queste aziende nei paesi in cui lavorano e guadagnano.

Come vicepresidente dell’Emilia Romagna, lei ha una delega sul clima. Quali sono i vostri progetti?

Faccio una premessa. È chiaro che la sfida della transizione ecologica mostra chiaramente come abbiamo bisogno del contesto europeo e mondiale, perché non basta una strategia nazionale o locale se poi il vicino continua a fare affidamento sulle alle fonti fossili come se non ci fosse un domani. Insomma occorre un allineamento delle politiche sui diversi livelli: europeo, nazionale, regionale, locale. Però in un momento dove manca una forte volontà politica il ruolo che una regione come la nostra svolge nell’indicare una direzione è importante.

Quindi in concreto?

In Regione esisteva già un Patto per il lavoro, che tra l’altro è riuscito a dare risposte facendo scendere la disoccupazione, prima del Covid-19, a meno del 5%. Ora il Patto per il lavoro diventa “per il lavoro e per il clima”, con l’obiettivo di arrivare a una decarbonizzazione entro il 2050 e ad avere il 100% di energie rinnovabili entro il 2035. Ma è fondamentale parlare del metodo: noi vogliamo far sedere allo stesso tavolo con gli enti locali il mondo produttivo, sindacale, la società civile e le università. Ciascuno deve fare la sua parte perché gli obiettivi siano realizzati.

Le prime cose che farete?

Abbiamo stanziato 14 milioni per la riforestazione, pianteremo un albero per ogni cittadino della regione. Poi abbiamo stanziato altri incentivi per il progetto bike to work, per spiegare che la macchina non è il mezzo più sicuro per andare al lavoro. C’è inoltre un grande piano contro il dissesto idrogeologico per mettere in sicurezza il territorio e renderlo più resiliente contro le catastrofi. Altro punto è l’efficientamento energetico delle strutture pubbliche e private, e ancora un ambizioso progetto per rendere il trasporto pubblico locale non solo più capillare e competitivo ma anche gratuito per i giovani fino a 25 anni. Molte cose le faremo noi, ma una parte del cambiamento spetta alla società e al mondo produttivo.

Esista un’alternativa tra protezione ambientale e crescita, come sostengono molti movimenti ambientalisti?

Io penso che occorra ripensare il modello di produzione, sviluppo e consumo: e non abbiamo molto tempo, ce lo dicono gli scienziati. Dobbiamo iniziare a convertire i settori più inquinanti – anche con una carbon tax, di cui si discute in Europa – e naturalmente in prospettiva bisogna fare una riflessione per capire come passare da una produzione di quantità a una di qualità. Dalla Ue dovrebbero arrivare risorse per accompagnare lavoratrici e lavoratori dei settori più inquinanti, perché la transizione ecologica, diceva Alexander Langer, sarà possibile solo quando sarà socialmente desiderabile. Bisogna evitare di dare l’impressione di far pagare egualmente tutti e ci devono essere, ripeto, incentivi adeguati per una redistribuzione, perché se il cambiamento non sarà redistributivo non convincerai mai quelli che hanno l’incubo di portare da mangiare a casa e certo non possono preoccuparsi dei mezzi che prendono per andare al lavoro o dell’aria che respirano. Lo stesso vale per i servizi, siamo una popolazione anziana, la tecnologia se messa al servizio delle persone può avere un effetto redistributivo purché sia governata, altrimenti si rischia maggiore diseguaglianza.

In conclusione, secondo lei i media fanno abbastanza nel raccontare la crisi climatica?

C’è una responsabilità dei media che si accompagna alla responsabilità del dibattito politico: se la politica non parla abbastanza di questi temi non ne parlano i giornali e viceversa. Ma bisogna fare uno sforzo condiviso, perché è bene che le persone siano adeguatamente informate, sono fenomeni complessi e bisogna partire dal fatto che molte persone non hanno gli strumenti o il tempo o la voglia per approfondirli. Per fortuna proprio le manifestazioni e la mobilitazione di una parte della società stanno costringendo la politica e i giornali ad occuparsene. Ci sono istanze che non trovano rappresentanza nella politica nazionale.

Una misura che andrebbe fatta subito?

Guardi, la Spagna ha appena approvato un pacchetto per il clima con l’abolizione dei sussidi ambientalmente dannosi. Noi ancora diamo ben 18 miliardi a sostegno delle fonti fossili. Perché? Perché ci sono interessi confliggenti. Ma la politica deve decidere da che parte stare: se da quella della comunità che cerca una migliore qualità di vita propria e del pianeta, oppure contro.

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