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L’appello di Mattarella ad abbassare i toni non è un gesto qualsiasi: ignorarlo ha un significato

Le democrazie mature si riconoscono anche da questo: dalla capacità di accogliere un richiamo istituzionale senza trasformarlo in un pretesto polemico
L’appello di Mattarella ad abbassare i toni non è un gesto qualsiasi: ignorarlo ha un significato
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Quando il Capo dello Stato invita ad abbassare i toni, non è mai un gesto ornamentale. È un segnale istituzionale, un richiamo alla misura, un avvertimento che il conflitto politico sta superando la soglia fisiologica. In Italia quel ruolo oggi è affidato a Sergio Mattarella, custode di un equilibrio che non è neutrale, ma costituzionale.

L’abbassare i toni non è un vezzo retorico. È una richiesta di responsabilità. Significa ricordare che le parole, soprattutto quando pronunciate da chi governa o aspira a governare, non restano sospese nell’aria: producono effetti, legittimano comportamenti, orientano il clima civile. La storia repubblicana insegna che le fasi di maggiore fragilità democratica sono sempre state precedute da una degradazione del linguaggio pubblico.
Alzare i toni in risposta a un invito alla moderazione non è soltanto una scelta comunicativa. È un atto politico consapevole. È la decisione di trasformare il conflitto in scontro permanente, di sostituire l’argomentazione con la contrapposizione frontale, di parlare alla parte più radicalizzata del proprio elettorato anziché al Paese nel suo complesso. È una strategia che può portare consenso nell’immediato, ma che spesso tradisce una difficoltà più profonda: la perdita di terreno, l’erosione della credibilità, la necessità di ricompattare i propri attraverso l’esasperazione del linguaggio.

Definire “eversivo” questo atteggiamento è un passaggio ulteriore. In senso tecnico, l’eversione implica la volontà di sovvertire l’ordine costituzionale. Non ogni polemica aspra rientra in questa categoria. La democrazia è conflitto regolato, non silenzio imposto. Tuttavia, quando la delegittimazione sistematica delle istituzioni diventa metodo, quando il bersaglio non è l’avversario politico ma l’architettura stessa delle garanzie, il confine si assottiglia.

Ignorare l’appello del Capo dello Stato significa anche assumersi una responsabilità simbolica. Vuol dire suggerire che la funzione di garanzia sia irrilevante o, peggio, ostile. È un messaggio che incide sul rapporto tra cittadini e istituzioni, alimentando sfiducia e polarizzazione. In un contesto già attraversato da tensioni sociali, economiche e internazionali, la scelta di alzare ulteriormente il volume può apparire come un gesto di forza. Ma spesso è l’opposto: è il sintomo di una leadership che percepisce l’avvicinarsi di una sconfitta, personale prima ancora che politica.

La sconfitta personale è la perdita della misura. È l’incapacità di distinguere tra fermezza e aggressività, tra critica e delegittimazione. La sconfitta politica è l’isolamento progressivo, la riduzione dello spazio di mediazione, l’incapacità di costruire consenso oltre la propria cerchia.

Le democrazie mature si riconoscono anche da questo: dalla capacità di accogliere un richiamo istituzionale senza trasformarlo in un pretesto polemico. Abbassare i toni non significa arretrare sulle proprie posizioni. Significa riconoscere che il conflitto ha limiti, e che quei limiti sono il fondamento stesso della convivenza civile. Superarli può offrire un vantaggio immediato. Ma nel medio periodo espone a un prezzo che raramente resta confinato a chi ha scelto di pagarlo.

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A cura di Paolo Frosina
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