A Pechino, nella settimana tra il 18 e il 24 aprile, il volume delle vendite di frigoriferi è aumentato del 178% su base annua. Lo riporta la rivista Caijing. In alcuni negozi, l’aumento è stato del 400% e ai freezer si aggiungono altri prodotti “rinfrescanti”, come i condizionatori, tant’è che i maggiori produttori hanno dovuto veicolare verso la capitale parte del magazzino destinato ad altre province. I pechinesi sembrano prepararsi a una confortevole primavera-estate chiusi in casa.

In realtà, la politica dei lockdown per la nuova ondata pandemica varia da luogo a luogo. Posto che la politica nazionale dell’azzeramento dinamico è stata più volte ribadita, cambia di molto la sua applicazione. Se per esempio a Shanghai si è andati con la mano pesante e il 28 aprile si celebra un mese di lockdown generalizzato (per qualcuno, anche di più), a Pechino si cerca di calibrare l’intervento e solo poche comunità residenziali sono per ora poste in isolamento, mentre in alcuni distretti le scuole sono passate all’insegnamento online: i primi casi di Omicron hanno imposto il 22 aprile la decisione di fare tre round di test per l’intera popolazione da completare entro il 30 aprile. Il primo giro ha dato esiti incoraggianti, poco più di una decina di contagi. A giovedì 28, Pechino dichiara in tutto 164 positivi dall’inizio del nuovo focolaio, nulla in confronto alle migliaia registrati ogni giorno a Shanghai. Come mai?

È parere diffuso che fin dall’inizio della pandemia, Pechino e Shanghai abbiamo adottato stili diversi nella “lotta di popolo” contro il coronavirus (definizione ufficiale). Nella capitale, città dell’imperatore e città-vetrina ipercontrollata, il fattore “P” (politico) ha imposto un surplus di controlli, complici anche le recenti Olimpiadi invernali in cui tutto avrebbe dovuto filare liscio. Per esempio, le misure di quarantena precauzionale per chi arrivando dall’estero doveva recarsi a Pechino erano fin dall’anno scorso molto più rigide rispetto a quelle riservate a chi andava a Shanghai: tre settimane di isolamento in una stanza d’albergo (e non a Pechino) più una di test con invito a non frequentare luoghi affollati, contro due settimane in hotel più una di quarantena soft nella metropoli economico-finanziaria.

Pechino inoltre ha sempre avuto il potere di imporre ad altre municipalità e province dei controlli aggiuntivi su tutti coloro in procinto di recarsi nella capitale: filtro in uscita e non solo all’ingresso. Infine, con un florilegio di misure amministrative che cambiavano di continuo, il rientro nel territorio metropolitano, per chi ne fosse uscito, è stato reso a più riprese complicato e non certo: se esco poi riesco a tornare? Devo fare una quarantena? I miei figli dovranno restare chiusi in casa con me e non potranno andare a scuola? L’indeterminatezza genera incertezza e fa passare la voglia di andare troppo in giro.

In questi giorni di inquietudine crescente tra i pechinesi, che corrono a comprare cibo e frigoriferi, la municipalità cerca di comunicare quanto sia pronta ed efficiente (sottinteso: mica come quelli di Shanghai). Ed ecco che un volantino diffuso al pubblico fa sapere che al 27 aprile sono stati effettuati 19,81 milioni di test “in maniera ordinata”; a tutte le catene di supermercati è stato imposto di triplicare le scorte e i mercati all’ingrosso hanno aumentato dell’8,3% la propria disponibilità di frutta e verdura; sono state approntate 17 hotlines di sostegno psicologico e WeChat mette a disposizione un mini-programma per fare l’auto test della salute mentale. Test-cibo-psiche: tutto ciò che a Shanghai è andato storto.

Fino a qualche mese fa, si celebrava il moderato laissez-faire di Shanghai, città aperta al mondo e “smart”, rispetto all’austera città fortificata di nome Pechino. Oggi, molti di quelli che da un mese sono rinchiusi in casa o – peggio – nei centri di quarantena shanghaiesi, si chiedono se non sarebbe stata preferibile una gestione alla pechinese. Quale che sia la risposta, sembra che le autorità cinesi abbiano già fatto la loro scelta: da quando la plenipotenziaria anti-Covid Sun Chunlan – vicepremier e membro del Politburo – è stata spedita da Pechino a Shanghai per rimettere le cose a posto, le autorità locali sono state di fatto esautorate e la lotta al virus è rientrata negli schemi del dongtai qingling (azzeramento dinamico) duro e puro, anzi accentuato, perché nell’ottica del potere cinese si era perso fin troppo tempo.

Dato che però l’esasperazione degli shanghaiesi reclusi è ormai palpabile e visibile, negli ultimi giorni compaiono in rete articoli e video non censurati (o censurati con colpevole ritardo) che presi insieme tendono a gettare discredito sull’inefficienza con cui sono state applicate le politiche di azzeramento dinamico a Shanghai più che sulle politiche in sé. Sono di solito articoli che partono da una leggenda metropolitana che si è diffusa tra la gente esasperata, per prenderne ciò che è compatibile, ripulendola da ciò che compatibile non è. Per esempio, si era diffusa la voce che i tamponi collettivi e ripetuti nelle comunità residenziali favorissero la diffusione del virus e che molto probabilmente le aziende produttrici di test dell’acido nucleico traessero vantaggio da un allargamento dell’epidemia; ed ecco che compare l’articolo in cui si riconosce una certa inefficienza nella gestione dei test, ma lascia intendere che le autorità hanno tutto ben presente e stanno provvedendo. Zhang Wenhong, il medico shanghaiese che dice “pane al pane” e che era stato silenziato per mesi l’anno scorso in quanto favorevole a un rilassamento delle misure, è ricomparso anche in video per riconoscere tutte le inefficienze del sistema e denunciare ciò che la gente vive sulla propria pelle: la difficoltà a reperire cibo, medicine, il sistema sanitario che non riesce a curare chi ha patologie gravi. Questa denuncia si traduce nell’altro punto cardine della propaganda attuale: vaccinatevi. L’invito, quasi un ordine, è rivolto soprattutto agli anziani. Funzionerà? Non si sa, al momento è evidente che la narrazione di una Cina “isola felice” di fronte alle stragi che il Covid ha mietuto altrove, è in forte crisi.

In definitiva, mentre i contagi giornalieri a Shanghai sembrano calare, inizia la caccia la colpevole, l’identificazione di responsabili veri e capri espiatori prêt-à-porter. Tra questi, dovrebbe sicuramente esserci il segretario del partito locale, Li Qiang, destinato fino a pochi mesi fa come parecchi predecessori a salire ai vertici del potere e che ora, probabilmente, scomparirà di scena. Mancano infatti pochi mesi al ventesimo congresso del Partito comunista, l’evento politico più importante in una decade che dovrebbe svolgersi in una data ancora imprecisata dell’autunno. In quell’occasione, ci sarà un grande rimpasto della leadership e si prevede che Xi Jinping, segretario del partito nonché presidente della repubblica, riceverà un terzo mandato senza precedenti. La gestione della pandemia è considerata un parametro fondamentale nel bilancio sui primi dieci anni di Xi e sul partito sotto la sua gestione, la vicenda Shanghai è stata già un brutto colpo alla sua immagine, una situazione analoga a Pechino lo sarebbe ancora di più.

Si tenta nel frattempo di contenere le ricadute economico-sociali della paralisi a Shanghai e delle restrizioni in tutta la Cina. Il Fondo monetario internazionale ha recentemente abbassato le sue previsioni per la crescita del Pil cinese quest’anno, passando dal 4,8 al 4,4%, ben al di sotto rispetto all’obiettivo di crescita del 5,5 fissato da Pechino a inizio marzo. Tuttavia, il ministero delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale ha appena annunciato che il tasso di disoccupazione è rimasto al 5,5% nel primo trimestre (nelle previsioni) e che sono stati creati 2,85 milioni di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane, pari al 26 per cento dell’obiettivo che il governo cinese si è imposto per fine anno. Martedì 26, Xí Jìnping ha promesso di aumentare la spesa per le infrastrutture, definendole “la base per lo sviluppo economico e sociale”. Secondo Bloomberg, l’investimento previsto quest’anno per le grandi opere dei governi locali è di almeno 14,8 trilioni di yuan (oltre 2 trilioni di euro). Il ricorso alle infrastrutture è sia una costante della politica economica cinese, sia una scelta obbligata di fronte alle difficoltà dell’immobiliare, ai consumi domestici che non decollano, all’interruzione della filiera globale.

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