Almeno tre componenti della squadra che nel 2018 ha assassinato il giornalista saudita Jamal Khashoggi, vivono e lavorano “in alloggi a sette stelle” all’interno di un complesso di sicurezza gestito dal governo dell’Arabia Saudita dove ricevono regolari visite dei familiari. Questo nonostante i tre siano stati condannati per il delitto da un tribunale saudita. Ne dà notizia il quotidiano britannico The Guardian citando una fonte collegata a figure di primo piano dell’intelligence saudita.

L’assassinio di Khashoggi è avvenuto quasi quattro anni fa nell’ambasciata saudita ad Istanbul. Il giornalista, che scriveva per il Washington Post, aveva apertamente criticato le politiche e i metodi di governo adottati da Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita Matteo Renzi ha ripetutamente indicato come l’artefice di un presunto “Rinascimento saudita”. La Cia ha definito probabile l’ipotesi che l’omicidio sia avvenuto per decisione diretta di Mohammed bin Salman che avrebbe avuto piena conoscenza dell’operazione. Dopo essere stata uccisa la vittima è stata fatta a pezzi.

Secondo la testimonianza raccolta dal Guardian a risiedere nelle strutture di lusso governative sarebbero Tubaigy, il medico legale che ha smembrato il corpo del giornalista all’interno dei locali dell’ambasciata, Mustafa al-Madani, la controfigura impiegata per far credere che la vittima avesse lasciato la sede diplomatico e Mansour Abahussein, ritenuto il coordinatore dell’operazione. L’ eventuale appoggio del governo saudita spiega anche il trattamento di favore riservato agli uomini condannati per l’assassinio. Secondo molti osservatori quello a carico dei condannati è stato un processo farsa, teso a celare il ruolo degli esponenti della famiglia regnante nella vicenda.

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