“Abbiamo avviato una raccolta fondi per acquistare Fun2Go, una bici per due persone che permette di sedersi uno accanto all’altro e pedalare. In poco meno di due mesi, grazie alle donazioni da tutta Italia, siamo riusciti a raggiungere i 10mila euro che ci hanno permesso di donarla alle persone con disabilità”. Marco Scarponi è fratello di Michele, campione di ciclismo morto nel 2017, investito da un uomo alla guida di un furgone durante un allenamento vicino casa, a Filottrano. Da allora, Marco porta avanti il ricordo del fratello con la Fondazione Michele Scarponi. “Lavoriamo nel nome di Michele e finanziamo progetti per l’educazione al corretto comportamento stradale, una cultura del rispetto delle regole e dell’altro”, racconta. Le iniziative sono tante. Dalle attività in tandem per le persone con disabilità alle donazioni per integrare i progetti estivi per i disabili nella Vallesina, nelle Marche. Fino alla ciclofficina, uno spazio tra chiavi inglesi e a brugola, le catene e i tubolari.

“La legge del più forte è anacronistica, primitiva. Ha contribuito a creare generazioni di automobilisti che pensano che andare veloce, usare i lampeggianti o il clacson per far spostare chi è davanti, come fosse una prova di virilità – spiega Marco al fatto.it –. Ma noi non siamo automobilisti. La macchina è un mezzo di trasporto, non una categoria. Noi siamo padri, figli, mariti, mogli, fidanzati e la nostra priorità è e sarà sempre quella di tornare a casa la sera ad abbracciare i nostri cari”. Al momento la Fondazione è composta da un consiglio di amministrazione di 4 persone, “i miei genitori, io e mia sorella”, spiega Marco. Ci sono quasi 300 iscritti e partecipanti alle attività, più una ventina di volontari. “Ma soprattutto – aggiunge – c’è una rete di associazioni amiche che ci hanno insegnato tantissimo, insieme a collaboratori professionisti (architetti, avvocati) che ci sostengono e ci aiutano da tutta Italia”.

“Ogni giorno accogliamo Cristopher, un ragazzo con disabilità che partecipa alla gestione della ciclofficina creata a Filottrano”, sorride Marco. “Lavoriamo sui social cercando di informare e sensibilizzare sulla sicurezza stradale. Scriviamo progetti, rispondiamo alle numerose mail. Poi ci sono gli eventi a cui partecipiamo in tutta Italia. Insomma, la giornata della Fondazione è dedicata agli altri”. Marco non usa mezzi termini. “La mia vita è stata cambiata dalla morte di Michele. La nascita della Fondazione e il fatto che ogni giorno io mi dedichi a essa è il modo migliore che ho trovato per dare un senso a quello che è successo a mio fratello”. Michele Scarponi ha vinto un Giro d’Italia ed è ancora oggi nel cuore degli appassionati di ciclismo. Un esempio: ogni anno si celebra la giornata del “piede a terra”, in ricordo della tappa del Giro d’Italia del 27 maggio 2016, sul Colle dell’Agnello, quando Michele, per spirito di sacrificio, si fermò in cima alla salita più alta della competizione mentre era in testa per attendere il suo capitano Vincenzo Nibali e portarlo alla vittoria.

“Quando perdi un tuo familiare a seguito di un crimine sei a tua volta vittima”, continua Marco. Lo scopo di associazioni come la nostra è quello di favorire un’attività di prevenzione attraverso il coinvolgimento delle amministrazioni e dell’opinione pubblica sul dramma della violenza stradale, fornendo assistenza alle famiglie colpite da incidenti gravi”. Insomma, “provare a cambiare lo status quo, portando il problema della sicurezza stradale in cima alle priorità dell’agenda politica dei nostri amministratori”.

Da settembre l’associazione è ripartita con iniziative sulla mobilità sostenibile dedicate agli studenti, i corsi di meccanica della bicicletta aperti a tutti e il bike sharing per i più fragili. “Tutto che quello che faccio è opera di Michele. Raccolgo l’energia che lui ha seminato. Sono fiero di essere suo fratello”. Prima di concludere, quando gli viene chiesto del futuro, Marco sorride. “Fra dieci anni immagino una Fondazione composta da migliaia di persone che lavorano ogni giorno per la mobilità sostenibile e la sicurezza stradale, capace di aver salvato tantissime vite e di aver cambiato la cultura del nostro Paese in questo ambito. Una società dove si dà la priorità alla velocità delle auto piuttosto che ai bambini che giocano per strada, è una società che non ha futuro. La strada è di tutti – conclude – a partire dal più fragile”.

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