Dopo aver incassato la seconda assoluzione l’ex infermiera Daniela Poggiali, 49 anni, guarda avanti e pensa anche a tornare a lavorare. Scarcerata subito dopo il verdetto la donna – che in primo grado era stata condannata a 30 anni e all’ergastolo, in una intervista a La Stampa dice di aver avuto fede e sostegno dalla famiglia e dagli avvocati. Sulle immagini che la ritraevano accanto a pazienti morti spiega: “Non sono selfie, ma scatti fatti da un’ex collega che era lì, Sara Pausini. Non sono mai girate, ma la mia collega le ha mostrate a caposala e primario e da loro sono finite ai carabinieri quando il mio cellulare è stato sequestrato. Le avevo detto di cancellarle, invece le ha tenute. È stato un momento di leggerezza di cui mi sono pentita e per cui ho chiesto scusa, ma sotto stress puoi fare qualcosa di stupido. Me ne sono presa la responsabilità e sono stata licenziata, ma quelle due foto mi hanno dipinta come serial- killer”. Le indagini e le condanne hanno portata Poggiali alla radiazione, ma lei spera di poter tornare a lavorare come aveva fatto per 18 anni prima dell’esplosione dell’inchiesta.

Alla domanda crede che qualcuno debba scusarsi Poggiali – che ha passato 43 mesi in carcere – è netta: “Sì, mi piacerebbe avere le scuse di qualcuno, in particolare dei colleghi dell’Ipasvi, il nostro albo professionale, che si è costituito parte civile e non ha più preso posizione. E poi le scuse di una certa procura, quella di Ravenna, così come quelle dell’Asl che hanno cavalcato l’immagine di serial-killer, in base a indizi che se fossero stati gestiti in modo diverso forse non avrebbero portato neanche a un processo. Bisogna pensare alle persone che non devono stare in carcere ingiustamente, sennò fai vivere momenti d’inferno”. Dopo la sentenza della Cassazione valuterà se chiedere i danni oppure no. “È stato un processo kafkiano. Penso che sia difficile ammettere che si è sbagliato e che un serial killer non c’è mai stato. Hanno anche fatto una statistica per capire se durante i miei turni ci fossero più decessi (dato effettivamente rilevato, ndr), ma sono numeri che lasciano il tempo che trovano, se non sostenuti da prove. Le perizie invece danno ragione a me”.

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