Il 19 ottobre 1871 nasceva Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera dal 1900 al 1925, senz’altro il giornalista più influente del suo tempo, per quanto questa definizione ne oscuri i più vasti contributi nel campo editoriale.

Con il suo quasi coetaneo Alfredo Frassati (direttore de La Stampa dal 1900 al 1926) Albertini ha arricchito il giornale di notizie e corrispondenze, in controtendenza a un giornalismo fatto quasi esclusivamente di opinioni. Sia Albertini che Frassati guardano all’estero: il primo è attratto da The Times per la compostezza dello stile e l’autorevolezza, il secondo dalla stampa tedesca per la capacità di combinare notizie nazionali e quadri regionali.

I percorsi paralleli dei due direttori – elogiati da Benedetto Croce – proseguono nelle carriere: entrambi diventano senatori del Regno acquisendo un proprio peso politico, così come ciascuno di loro arriva a detenere (Albertini dal 1907) una quota di proprietà del giornale che dirige divenendo al contempo anche editore.

Quanto a piglio imprenditoriale, Luigi Albertini è stato senz’altro il più innovatore. Prima di lui il Corriere della Sera era una testata lombarda e non nazionale, e nemmeno la più venduta a Milano, dato che fino al 1907 è Il Secolo il quotidiano più diffuso.

All’alba del Novecento si aprono opportunità per apportare grandi cambiamenti. Albertini è un conoscitore delle macchine per la stampa e un osservatore delle novità tecnologiche. Il suo giornale è il primo a impiegare il telefono – soppiantando il più costoso telegrafo -, a distribuire le copie con i furgoni, a stampare con le grandi rotative Hoe, a introdurre il colore nelle testate collegate. In un’attività dove è importante arrivare per primi, il Corriere si struttura per stare davanti agli altri. Invia numerosi giornalisti all’estero e nel 1906 stipula un accordo con il londinese The Daily Telegraph, il quotidiano più ramificato nelle sue corrispondenze dal mondo.

Albertini allarga il pubblico non solo del Corriere ma attorno al Corriere, studiando progetti che negli organigrammi odierni sono assegnati ai project e ai product manager. Sfidando la diffidenza dei pubblicitari, Albertini crea il settimanale La Domenica del Corriere, pensato per un target popolare, con le sue numerose illustrazioni anche a colori, una sorta di diario arricchito da rubriche seguitissime. Voleva essere e diventò, specie tra gli anni Venti e Trenta, il settimanale degli italiani. Nel 1908, nasce, dopo due anni di studio, Il Corriere dei Piccoli (quasi a prefigurare il pubblico dei futuri lettori del quotidiano), un settimanale innovativo che importa i comics dagli Stati Uniti italianizzandoli: i Bibì e Bibò di Rudolph Dirks, il Fortunello (Happy Hooligan) di Frederik Burr Opper che spopolava nei giornali del magnate William Randolph Hearst. Fortunello ha ispirato Ettore Petrolini e il Charlot di Charlie Chaplin.

Albertini ha fatto tradurre Arthur Conan Doyle (Le avventure di Sherlock Holmes), ha ideato altri prodotti di successo come il mensile illustrato La Lettura, che punta a diffondere una narrativa accessibile così come, per prezzo e scelta dei pezzi, avvia un altro periodico, Romanzo mensile, una sorta di antenato degli Oscar Mondadori.

Come orientamento politico, Albertini è un liberale di destra, animato da un senso etico che lo rende ostile alle manovre di Giovanni Giolitti (quel “ministro della malavita” che Gaetano Salvemini nel 1910 attacca da sinistra). Il Corriere della Sera guadagna un crescente prestigio tanto da diventare un giornale-partito. Albertini profonde il suo appoggio alla guerra di Libia e alla Grande Guerra coordinando firme di diamante come Ugo Ojetti e Luigi Einaudi a sostegno del fronte interno.

Il suo patriottismo sconfina nel nazionalismo, al punto che nel primo dopoguerra il suo antisocialismo perdura ancora nel 1923 quando Mussolini è salito al potere, non senza il suo favore. Come larga parte della classe liberale, Albertini non valuta le conseguenze dello squadrismo e immagina il fascismo come una fiammata transitoria. Proprio nel 1923 Albertini comincerà a indirizzare le sue critiche al fascismo al potere, illudendosi che sia rimasto il regime liberale. Sarà più volte minacciato e sbeffeggiato dall’irridente arroganza di Mussolini. Il Corriere della Sera assume una posizione più antifascista dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti, nel giugno del 1924.

Albertini diventa un direttore scomodo e Mussolini fa in modo che la famiglia Crespi, che detiene la maggioranza delle quote del Corriere, gli liquidi le sue azioni e lo allontani dalla direzione del giornale. Nel maggio del 1925 Luigi Albertini firmerà, assieme a molti altri, il Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Giovanni Amendola e redatto da Benedetto Croce. Una testimonianza morale, ma un atto politico tardivo.

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