Un attacco informatico per mettere a tacere le denunce di abusi da parte di membri della Chiesa. Rete L’Abuso – il sito di Francesco Zanardi, con il più completo database di casi di pedofilia nelle diocesi e parrocchie italiane – da una settimana è stato colpito da un malware che cerca di oscurarlo. Ora il problema sembra risolto, ma non è il primo che l’organizzazione ha dovuto affrontare: “È una vita che vogliono farci chiudere – spiega il fondatore – Hanno capito che, nonostante le querele e le diffide, non togliamo i nostri contenuti“. Anche i più scomodi.

Con oltre mille testimoni e il supporto di 21 studi legali, Rete L’Abuso raccoglie storie, articoli, nomi e dati – con la mappa Abuse tracker – sulle violenze da parte di canonici e sacerdoti, oltre a offrire supporto alle vittime. È la sola realtà a farlo in Italia e per questo la sua attività è spesso sotto attacco. “Il nostro server è delicato. Gli altri siti con cui lo condividiamo però ieri erano a posto. Solo noi siamo andati per una settimana giù – racconta Zanardi – Ieri sera pensavamo di avere risolto e stamattina eravamo ancora offline. Poi ci siamo accorti che c’era un virus che replicava continuamente il backup, riempiendo lo spazio sul disco e facendolo funzionare a zero”. I controlli tecnici hanno rivelato una forzatura – tramite un file di login – per danneggiare il database: oltre a rendere la pagina invisibile, il malware ha cancellato diversi contenuti. “Siamo riusciti a ripristinarli fino al 27 settembre. Molti quindi sono andati perduti e li sto reinserendo manualmente – continua Zanardi, al lavoro per non lasciare i suoi utenti senza aggiornamenti – Capiremo però se ci sono tutti i file o alcuni mancano, solo quando dovremo cercare un dato effettivamente”.

La minaccia informatica è arrivata dopo la rivelazione dei 216mila casi da parte della Ciase, la Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa in Francia. Per il “cacciatore” di preti pedofili – come il fondatore di Rete L’Abuso è soprannominato – non c’è necessariamente una correlazione: “Siamo sempre stati una realtà scomoda. Come ai giornali anche a noi arrivano le querele, ma se loro spesso tolgono il contenuto, noi non lo facciamo“. Quando il server che ospita il sito si trovava in Europa – racconta – le diocesi denunciate inoltravano minacce e richieste di danni per diffamazione ai provider: “Così erano loro a chiederci di levare le cose. Per questo ci siamo spostati in Canada. Lì abbiamo molta più privacy“. Spesso Zanardi ha dovuto difendersi da provvedimenti legali ai suoi danni: “In 11 anni ne ho ricevute, fra querele e diffide, per una settantina di documenti. In tutto sono arrivato a 12 procedimenti penali a Ferrara, Savona o in altre città”. Non mancano però le vittorie, anche se amare: “Una volta un prete che avevamo accusato ci ha querelati per diffamazione. Noi lo abbiamo fatto condannare per calunnia, perché attraverso i documenti abbiamo provato il fatto” che lo vedeva coinvolto. Dagli utenti, in tutti i casi e anche in quest’ultimo, c’è stata solidarietà ma soprattutto voglia di non lasciare che la Rete non abbia più voce: “Ci hanno chiesto spiegazioni e hanno diffuso la notizia che non eravamo più online”.

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