“Quel che mi angoscia non è solo ciò che è successo allora, ma ciò che succede ancora: il depistaggio è ancora in corso”. Parla così Roberto Scarpinato – ex Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Palermo, e ancor prima membro del pool di cui fecero parte Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – di fronte alla Commissione antimafia siciliana presieduta da Claudio Fava, che indaga sugli aspetti politico-istituzionali del depistaggio di via D’Amelio. E dice la propria su Maurizio Avola, il pentito che si auto-accusa della strage in un libro firmato insieme al giornalista Michele Santoro e diventato un caso. “Avola, adesso, dice che via D’Amelio sta dentro Cosa nostra e nient’altro che Cosa nostra. Ho letto il libro di Santoro e sono rimasto molto colpito: Avola è quello che sin dall’inizio della sua collaborazione ha rivelato di Enna (dove avvenne nel 1991 l’incontro tra ‘ndrangheta, Cosa nostra, massoneria e servizi segreti deviati, in cui si deciderà, secondo Scarpinato, la strategia di destabilizzazione attraverso le stragi, ndr), mentre nel libro parla di un altro incontro. Com’è possibile che non racconti quello che ha messo a verbale da sempre? La sua versione fuga ogni dubbio di interventi al di fuori di Cosa nostra, compresa la presenza di infiltrati, perché lui era lì travestito da poliziotto, quindi il cerchio si chiude. C’è da chiedersi: è un’operazione ingenua o qualcuno ha deciso di far suicidare processualmente Avola? Quello che colpisce è che questa storia non è finita”.

“Graviano? Scrive sotto dettatura dei servizi” A portare avanti il depistaggio, secondo il magistrato, c’è anche il boss Giuseppe Graviano: “Capisco voglia difendersi, ma perché si fa carico di Aiello (ex agente dei Servizi deviati ritenuto killer di Stato, ndr) e indica come possibili esecutori delle stragi soggetti morti, o parla dell’agenda rossa che sarebbe stata trafugata da un magistrato? Questa sembra la riedizione del Corvo, Graviano sembra scriva sotto dettatura dei servizi“, accusa. Sono tanti gli interrogativi il magistrato solleva di fronte alla Commissione, ma ancor di più sono le informazioni che fornisce ripercorrendo il contesto storico e politico in cui avviene l’attentato del 19 luglio 1992. Iniziata alle 14, l’audizione di Scarpinato è durata poco più di tre ore: un fiume in piena fatto di dettagli, episodi, processi, intercettazioni. Il frutto di una lunga carriera alla procura di Palermo, dove rimase dopo il 19 luglio, nonostante avesse chiesto il trasferimento: “Ritirai la richiesta di trasferimento alla procura nazionale per restare lì dove si moriva”, dice.

La “supercosa” – L’intervento ripercorre nei particolari ciò che Scarpinato già aveva ipotizzato nell’inchiesta Sistemi criminali, archiviata nel 2001, la madre di tutte le indagini sulla Trattativa. Ricordando interrogatori, indagini e intercettazioni l’ex pm parte dalla caduta del muro di Berlino e quindi delle protezioni di cui alcuni apparati dello Stato avevano goduto fino ad allora. Venute meno quelle, un gruppo, una “supercosa” come l’ha chiamata Riina, composta da ‘ndrangheta, Cosa nostra, massoneria, destra eversiva e servizi segreti deviati avrebbe messo in campo un vero e proprio “War game”, all’interno del quale è rimasto risucchiato Paolo Borsellino. Lui come altri – Dalla Chiesa, Mattarella, La Torre, Falcone – ma la vicenda di Via d’Amelio più di altre mostra, nel contesto di un sistema che puntava a destabilizzare lo Stato per evitare il pericolo di un governo con la sinistra, come Cosa nostra si fosse fatta braccio armato di altri interessi. “Fino ad allora gli interessi di tutti convergevano, nel caso di Via D’Amelio manca invece l’allineamento degli interessi”, spiega Scarpinato.

“Borsellino ucciso perché aveva capito” – In quel momento, infatti, “in Parlamento era prevalente una maggioranza garantista contraria a convertire in legge quel decreto (il decreto antimafia voluto da Falcone che introdusse l’ergastolo ostativo, ndr) che scadeva il 7 agosto. Calò aveva comandato a tutti di stare ad aspettare, perché era probabile che il decreto non fosse convertito. Riina decide che non può attendere e che (Borsellino, ndr) deve essere ucciso prima”. Il progetto della strage di Via D’Amelio subisce un’accelerazione improvvisa, di cui Riina si assume la responsabilità ma che non riesce a spiegare: ed è qui, secondo Scarpinato, che è evidente come Cosa nostra si sia mossa per ordini altrui, di fatto contravvenendo ai propri interessi. Ma perché questa fretta di uccidere Borsellino prima del 7 agosto? “Perché Borsellino aveva capito. E se avesse messo uno dietro l’altro le cose che aveva capito, lì scoppiava la bomba. Aveva capito tante di quelle cose. Se (Borsellino, ndr) avesse detto, guardate che qui c’è un piano di destabilizzazione che non è stato voluto da Cosa nostra ma da altri”, cosa sarebbe successo in Italia? Doveva essere ucciso in fretta prima che rivelasse il piano eversivo. Falcone, invece, poteva essere ucciso con facilità a Roma, mentre si preferì una strage molto più complessa, sempre per creare un clima di destabilizzazione”.

Vittime del “War game” – L’omicidio di Falcone, poi, matura perché il giudice “indagava su Gladio: il suo ufficio era sotto sequestro dopo la strage di Capaci, nella sua stanza al Ministero si introducono ignoti che accendono pc e guardano file, solo alcuni però, che riguardavano Gladio e l’omicidio Mattarella: posso testimoniare in prima persona che Falcone aveva concentrato attenzione su Gladio e sull’assassinio del fratello del presidente della Repubblica, ma anche du quello di Pio La Torre”. La “supercosa” era fatta di “apparati dello Stato che si sono mossi in base a interesse non solo nazionali ma anche internazionali”, ha sottolineato il magistrato. Dopo la caduta del muro di Berlino “si tratta di una difficile mediazione, difficile governare tutto questo, aprendo scontro interno con armi di ricatto molto potenti. Credo che Borsellino e Falcone siano rimasti vittime di un gorgo grande, di un War game”. Un War game che il magistrato ucciso da un’autobomba aveva capito: “Sapeva ci fossero entità esterne a cosa nostra, pezzi deviati dello Stato dinnanzi ai quali capisce di non avere scampo e annota nell’agenda rossa”.

Il mistero delle due agende – A rivelare la consapevolezza di Borsellino è Leonardo Messina, “a conoscenza di tutto il piano di Enna, tra i primi che lo illustra nei dettagli. E Messina ammette di avere rivelato a Borsellino nelle linee essenziali il programma di Enna”. Per questo Borsellino chiederà alla moglie, di abbassare le tende “per non essere spiato da Castello Utveggio, sede dei servizi segreti, e come racconta Agnese avrà i conati di vomito, per avere saputo che Subranni (Antonio, ex comandante dei Ros, ndr) era ‘punciutu’ (affiliato a Cosa nostra, ndr)”. E ripercorre quel 19 luglio, poco dopo l’esplosione: “Il capitano Arcangioli (indagato e poi prosciolto per non avere commesso il fatto, ndr) prende la borsa e percorre 60 metri fino a via Autonomia siciliana, quello che è inspiegabile è che ritorna indietro con la borsa, dalla macchina arriva un ritorno di fiamma, e rimette la borsa dentro, una volta spento il fuoco. Di certo l’agenda viene sottratta nei pochi minuti dopo l’esplosione con un coordinamento perfetto, ma non è un’azione protocollare dei servizi: c’era l’agenda rossa e quella marrone, per esigenze di Stato si prende tutto e poi si vede, mentre l’agenda marrone resta al suo posto”.

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