Nell’ultima settimana i nuovi casi di coronavirus sono quasi raddoppiati rispetto alla precedente e sono passati da 15.459 a 29.621. Sono questi i dati che hanno spinto il governo a prendere provvedimenti per tentare di arginare l’impennata di contagi. “In un momento cruciale per l’evoluzione del quadro epidemico e, di fatto, per il futuro del Paese, la Fondazione Gimbe – commenta il presidente Nino Cartabellotta – impegnata nel monitoraggio indipendente della pandemia sin dal suo esordio, sente il dovere civico di analizzare numeri e dinamiche che indicano nell’insufficiente capacità di tracciamento dei nuovi casi una delle determinanti del progressivo incremento dei casi iniziato a fine luglio, che dopo un mese ha innescato l’aumento dei ricoveri e dopo circa due mesi quello dei decessi“.

I test un ‘collo di bottiglia’ – “Osservando il progressivo incremento dei nuovi casi, già da fine agosto la Fondazione Gimbe sollecitava le Regioni a potenziare le attività di testing&tracing, perché nella fase di lenta risalita della curva epidemica la battaglia con il virus si vince sul territorio“, scrive ancora Cartabellotta. “Purtroppo, i tamponi, per quanto modestamente potenziati, con l’impennata dei casi si sono rivelati un ‘collo di bottiglia’ troppo stretto che ha favorito la crescita dei nuovi contagi che negli ultimi 10 giorni da lineare è diventata esponenziale“, si sottolinea nella nota. Le attività di testing per il Covid-19 “non sono state potenziate in misura proporzionale all’aumentata circolazione del virus, determinando un netto incremento del rapporto positivi/casi testati a livello nazionale che da metà luglio a metà agosto è salito dallo 0,8% all’1,9%, per raggiungere nella settimana 5-11 ottobre il 6,2% con notevoli variazioni regionali: dall’1,7% della Calabria al 14% della Valle d’Aosta“, segnala la Fondazione Gimbe. Dopo la Regione autonoma, le percentuali più alte si registrano in Liguria, Campania e Piemonte (vedi grafico). Le Regioni, rispetto ai laboratori accreditati elencati nella circolare del ministero della Salute del 3 aprile 2020, ne hanno quasi raddoppiato il numero (da 152 a 270), anche con l’accreditamento di laboratori privati. “In ogni caso siamo molto lontani dai numeri del cosiddetto ‘Piano Crisanti‘ elaborato la scorsa estate, che prevedeva 300mila tamponi al giorno, sulla scia di quanto già proposto dalla Fondazione Gimbe il 7 maggio: 200-250 casi testati per 100mila abitanti”, chiarisce la Fondazione di Bologna.

I numeri sui tamponi- In Italia, dall’inizio della pandemia all’11 ottobre sono stati effettuati 12.564.713 tamponi. “Tuttavia solo dal 19 aprile è possibile scorporare dal totale il numero dei casi testati, ovvero i soggetti sottoposti al test per confermare/escludere l’infezione da SARS-CoV-2, escludendo i tamponi ripetuti sulla stessa persona per confermare la guarigione virologica (almeno 2 finora) o per altre motivazioni”, fa sapere ancora la Fondazione Gimbe. Fino alle riaperture del 3 giugno il numero medio dei casi testati si è mantenuto stabile intorno ai 35mila al giorno, per poi scendere successivamente intorno ai 25mila. Solo a partire dalla metà di agosto, a seguito della risalita dei casi, “è stato incrementato sino a raggiungere i 67mila al giorno nella settimana 5-11 ottobre”, segnala la Fondazione guidata da Cartabellotta. “Tale incremento presenta differenze regionali molto evidenti, se parametrato alla popolazione residente: nel periodo 12 agosto-11 ottobre, rispetto ad una media nazionale di 5.360 casi testati per 100.000 abitanti, il range varia dai 3.232 della Sicilia ai agli 8.002 del Lazio”. Dopo la regione insulare, sono Marche, Piemonte, Puglia, Abruzzo, Valle d’Aosta, Campania, Calabria, Liguria e Sardegna.

Le nuove restrizioni – “L’impennata dei nuovi casi dell’ultima settimana, quasi raddoppiati rispetto alla precedente (29.621 vs 15.459), ha spinto il governo a prendere provvedimenti per tentare di arginare la nuova ondata di contagi. Da un lato le misure restrittive previste dal nuovo Dpcm, dall’altro quelle sanitarie incluse nell’ultima circolare del ministero della Salute. Si tratta di un piano molto articolato che delinea quattro scenari di evoluzione dell’epidemia in relazione a diversi livelli di rischio e le conseguenti misure, che nello scenario peggiore prevedono un nuovo lockdown nazionale”, scrive la Fondazione Gimbe. “Considerato che i numeri riflettono comportamenti sociali e azioni di contenimento relativi a 2-3 settimane precedenti, gli effetti delle misure restrittive del nuovo Dpcm non potranno essere immediate”, sottolinea ancora Cartabellotta. “In ogni caso – aggiunge – l’entità delle restrizioni stride con il mancato potenziamento dei servizi territoriali deputati al tracciamento, nonostante le risorse già assegnate dal decreto Rilancio. Ancora una volta, i ritardi burocratici e i conflitti tra governo e Regioni scaricano sui cittadini la responsabilità del controllo epidemico attraverso restrizioni delle libertà personali”.

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