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Trump chiede al Vaticano di rompere i rapporti con la Cina: una pretesa senza ragioni. Anzi, una ce n’è

Donald Trump vuole arruolare il Vaticano nella nuova guerra fredda contro la Cina. Atteso per la fine del mese a Roma, dove dovrebbe incontrare papa Francesco, il segretario di Stato americano si è fatto precedere da una minaccia. “Due anni fa, la Santa Sede ha raggiunto un accordo con il Partito comunista cinese, sperando di aiutare i cattolici cinesi – ha twittato il braccio destro geopolitico di Trump – Ma l’abuso del Pcc sui fedeli è solo peggiorato. Il Vaticano metterebbe a rischio la sua autorità morale, se rinnovasse l’accordo”. In altre parole, la Santa Sede deve rompere i rapporti con la Cina.

Pensare di intimidire la Santa Sede con un tweet significa non capire niente della diplomazia vaticana e della politica dei pontefici. Ma sarebbe fare torto a Mike Pompeo attribuendogli un errore. La sua dichiarazione è il riflesso del delirio narcisistico che caratterizza la politica di Trump e che gli ha fatto perdere la fiducia di una serie di partner occidentali.

Pochi giorni fa gli Stati Uniti si sono trovati totalmente isolati al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, quando hanno tentato di imporre sanzioni all’Iran. Di più, il tentativo maldestro di utilizzare l’accordo sul nucleare (firmato a suo tempo da Usa, Francia, Inghilterra, Germania e Cina con Teheran) per colpire l’Iran con nuove sanzioni si è scontrato con un secco no di Londra, Parigi e Berlino: Washington, infatti, nel 2018 si era ufficialmente ritirata dall’accordo.

Il tentativo di Trump di spingere papa Francesco a seguirlo nello scontro totale con Pechino è destinato ugualmente a fallire. Papa Francesco è perfettamente consapevole del carattere autoritario del regime cinese e non si nasconde che l’accordo con Pechino è un accordo diseguale, in cui Xi Jinping occupa una posizione di forza. Ma è il primo passo per normalizzare finalmente i rapporti tra Santa Sede e Cina e perciò il papa argentino è determinato a rinnovare l’accordo sulla nomina dei vescovi, che sta per scadere, e proseguire il cammino intrapreso.

La pretesa di Trump è d’altronde destituita di ogni fondamento. Gli Stati Uniti non hanno interrotto i rapporti con Mosca nemmeno durante la guerra fredda quando imperavano Stalin e Brezhnev. Né a Washington nessuno penserebbe di richiamare il proprio ambasciatore da Pechino.

Quando Trump nel 1917 è venuto in visita da Francesco, il pontefice disse che voleva soprattutto “ascoltare”. Per tre anni il Papa ha ascoltato e visto quale linea l’amministrazione Trump ha seguito a livello internazionale. Un sistematico scardinamento del multilateralismo. Trump si è ritirato dall’accordo nucleare sull’Iran, ha disdetto l’accordo sul clima, non ha votato la convenzione Onu sui migranti, ha ritirato gli Stati Uniti dall’Unesco e dalla Commissione diritti umani dell’Onu. Ha disdetto l’accordo Inf sui missili nucleari con la Russia, non è intenzionato a prolungare il trattato Open Skies che consente a Usa e Russia un reciproco controllo aereo sulle attività militari dell’altro.

A questi calci selvaggi contro l’architettura istituzionale, che ha garantito per decenni l’equilibrio mondiale seppure in maniera imperfetta o lacunosa o a tratti criticabile, il presidente americano ha aggiunto in piena pandemia Coronavirus il ritiro dall’Organizzazione mondiale della sanità con la ridicola accusa che sarebbe stata succube della Cina.

Così si è creato tra l’America di Trump e il Vaticano un fossato senza precedenti e al momento incolmabile. Da Giovanni XXIII a Ratzinger, da Paolo VI a Giovanni Paolo II a papa Bergoglio, i pontefici hanno sempre incoraggiato il multilateralismo come strumento per garantire pace e sviluppo alla “famiglia umana”. Perciò dalla prima volta dal dopoguerra Washington ha perso per la Santa Sede il ruolo di punto di riferimento con cui confrontarsi (a volte d’accordo o in disaccordo come durante il pontificato di Giovanni Paolo II, ma comunque sempre nel dialogo).
La pandemia ha aggravato la distanza per l’incosciente sottovalutazione del fenomeno da parte di Trump e per la chiara non disponibilità della sua amministrazione di lavorare per un progetto comune di “vaccino per tutti” a livello mondiale.

Politici e diplomatici sanno da tempo che la favola delle trame di Pechino che “ci avrebbe impedito di capire in tempo” la pericolosità del virus è semplicemente ridicola. Bob Woodward, nel suo ultimo libro di interviste con lo stesso presidente americano, documenta che Trump era già stato esaurientemente informato sul pericolo enorme del virus. Ma invece ha preferito parlare per settimane di “bufale” diffuse dai democratici e di influenza che “arriva…e poi un giorno passa”. Non è esattamente il migliore biglietto da visita per presentarsi di fronte a papa Francesco e incitarlo pubblicamente a entrare a fare parte di una crociata contro la Cina.

Ma c’è un motivo recondito nella spacconata del tweet di Pompeo, accompagnato da un articolo dello stesso segretario di Stato americano sulla rivista First Things, in cui mette in guardia il Vaticano dal chiudere gli occhi sulle persecuzioni delle autorità cinesi contro la Chiesa cattolica, sull’oppressione della popolazione uigura, sul disprezzo dei diritti umani da parte di Pechino.

Trump si sta preparando alla battaglia decisiva delle elezioni ed è intenzionato a mobilitare i cattolici più tradizionalisti e conservatori, che sono in opposizione al riformismo di Francesco, presentandosi come vero difensore della cristianità e radunando intorno a se l’elettorato cattolico ed evangelical-fondamentalista.

L’ex nunzio Viganò, che chiese le dimissioni di Francesco, si è già mosso. Nei mesi scorsi si è posizionato tra gli estremisti di destra statunitensi, promuovendo un appello per denunciare la pandemia come strumento per conculcare le libertà fondamentali e la libertà di culto. Poi, con l’esplodere in America delle dimostrazioni contro il razzismo della polizia, si è schierato con Trump con una lettera in cui proclamava che era in corso un “battaglia fra i figli della luce e i figli delle tenebre”. Adesso ha promosso un rosario nazionale perché la volontà del Signore si faccia sentire nelle elezioni presidenziali di novembre: “Preghiamo per gli Stati Uniti d’America; preghiamo per il nostro Presidente; preghiamo per la sua vittoria”.

Non sono le credenziali migliori per presentarsi di fronte al papa gesuita Jorge Mario Bergoglio, che sta per pubblicare la sua enciclica Fratelli tutti sulla fratellanza e la solidarietà planetaria.