“Siamo da quattro mesi in lockdown e ora siamo nel picco dei contagi con 7mila casi al giorno”. Parla dalla sua casa di Bogotà Jessica Congionti, 29 anni, romana e da gennaio cooperante di una organizzazione internazionale che sviluppa progetti agricoli in Colombia. Laureata in mediazione linguistica a Roma, arriva la prima volta nel 2018 grazie a una borsa di studio vinta con la Regione Lazio e dopo un periodo in Cina e Inghilterra. A Bogotà resta inizialmente sei mesi, giusto il tempo di innamorarsi. Poi ritorna a gennaio.

Racconta questi giorni di luglio in uno dei Paesi dell’America Latina più colpiti dalla pandemia, con oltre 218mila contagi e 7mila morti. “A preoccupare ora è il sistema sanitario – spiega Jessica –. I posti in terapia intensiva a Bogotà sono pieni al 92% e partivamo già da un numero di posti letto molto basso: 1.100 in una città con circa 8 milioni di abitanti”. Il primo caso accertato in Colombia è stato registrato il 6 marzo. Pochi giorni dopo il presidente Iván Duque Márquez ha deciso di chiudere tutto nonostante i contagi fossero molto bassi, con la promessa di prendere tempo per fornire gli ospedali di un numero adeguato di respiratori e posti letto. “Promessa che non è stata mantenuta e ora ne subiamo le conseguenze”, precisa Jessica. Dopo cinque mesi di isolamento, arriva la vera emergenza. Tutto resta chiuso: bar, ristoranti, teatri e al supermercato si può andare a giorni alterni in base all’ultimo numero del documento di identità, se è pari o dispari.

Jessica lavora in smartworking, in ufficio ci va due volte a settimana mantenendo sempre la distanza di sicurezza e indossando la mascherina, cosa che fa anche quando si concede un po’ di jogging nel weekend e un giro in bicicletta nel quartiere. La vera emergenza resta fuori dal centro città, è nelle periferie e nella zona dell’Amazzonia dove le comunità indigene non possono contare su adeguate condizioni igieniche e su strutture ospedaliere con reparti di terapia intensiva. “La città di Bogotà – spiega Jessica – è divisa in ‘strati’ in base alla condizione sociale ed economica. Lo strato 6 è il più ricco, il primo il più povero. Da strato a strato cambia anche la sicurezza, molto bassa nelle zone più povere. Contando che il 45% dei lavoratori colombiani sono ambulanti, il coronavirus non ha fatto altro che ampliare il divario sociale e per le strade vedo sempre più senzatetto che mi fermano. Vedono una ragazza straniera con i capelli biondi e chiedono aiuto”. E aggiunge: “Per le famiglie in difficoltà il governo ha stanziato dei contributi per la spesa di un valore corrispettivo di circa 40 euro. Nulla per chi è in povertà“.

Questo stato di emergenza si inserisce in un problema di sicurezza interna. A quattro anni dall’accordo di pace siglato il 24 novembre 2016 tra governo e il gruppo guerrigliero delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), che ha messo fine a più di 50 anni di conflitto, un’ala in disaccordo con la direzione della Farc, ormai diventato anche partito politico, ha annunciato la ripresa alla lotta armata lo scorso settembre e oggi pare disponga già di un esercito di quasi 5mila uomini, il cui numero è destinato a crescere. “Molti degli obiettivi previsti nell’accordo di pace – precisa Jessica – non sono ancora stati raggiunti, come denunciano diverse associazioni. Inoltre, lo scorso gennaio il governo Duque ha interrotto i negoziati con l’Eln, l’altro maggiore gruppo guerrigliero nel paese, a seguito di un attentato ad una scuola di polizia rivendicato dal gruppo stesso”. La situazione, dice Jessica, preoccupa soprattutto le aree rurali del Paese dove il governo è quasi completamente assente e dove gruppi armati gestiscono ampie aree di coltivazioni illegali, costringendo le popolazioni rurali, spesso indigene, ad abbandonare la propria terra. E il coronavirus non aiuta.

La pandemia e le tensioni interne però non la preoccupano. “Per ora resto a Bogotà. Amo quello che faccio e posso farlo solo in posti lontani da casa”. Per lei Bogotà “è una capitale allegra, piena di artisti e di teatri. Un difetto? È la città più trafficata al mondo”. Il suo futuro a lungo termine però se lo immagina in Italia o il più possibile vicino a casa, anche se non prima di qualche anno. Perché prima, dice, “vorrei lavorare, sempre come cooperante, in un altro Paese. Magari in Asia“.

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