“Mamma, la visiera no. La visiera in aula proprio no”. “Come no?” rispondo io. Perché per me la visiera dovrebbe essere più comoda rispetto alla mascherina. E forse lo sarà pure. Ma il punto è che quando si parla del ritorno tra i banchi a settembre, non si parla di me e di mio marito, delle mamme e degli altri papà. Si parla dei bambini. E allora, forse, è giunta l’ora di chiedere qualcosina anche a loro, che finora hanno solo subìto le conseguenze delle scelte di altri.

Ed è questa, per me, una delle tre priorità da affrontare quando si parla di linee guida per le scuole che accoglieranno i nostri figli da settembre. Prima: chiedere la loro opinione. Secondo: avere (tutti) subito un quadro della situazione delle scuole italiane per capire quante e quali aule possano accogliere l’intera classe. Perché è inutile che questi bambini si scrivano messaggi e si salutino davanti al computer dicendo “ci vediamo tutti in classe a settembre”. Se non sarà così, almeno evitiamo di raccontare frottole e di prenderli in giro. Terzo: evitare di fare scelte che possano portare a nuovi traumi, come dividere le classi, con il conseguente distacco degli studenti dalle maestre. Ritengo che per il 2020 abbiano già dato.

Chiedere la loro opinione

Le opzioni al vaglio sono tante. In questi giorni ho letto e visto di tutto: mascherine variopinte, ma anche visiere di plastica per andare incontro alle esigenze di studenti con difficoltà respiratorie e ipoacusici, barriere di plexiglass. Bastano cinque minuti di conversazione sul tema con un bambino, per capire che loro hanno esigenze e percezioni diverse rispetto a noi. Anche su questo tema. Quindi, fatta salva la priorità assoluta di tutelare la loro salute e dato per scontato che per i nostri figli qualsiasi privazione di libertà rappresenterà una piccola tortura, a parità di sicurezza lascerei che fossero i diretti interessati a dirci con cosa dovranno essere torturati. Nonostante i limiti digitali del nostro Paese, un’indagine non dovrebbe essere uno scoglio insormontabile. Eppure, chissà perché, quando si tratta di decidere i bambini non sono neppure consultati. Così si taglia la testa al toro, mai sia ci scompiglino i piani.

Avere il quadro della situazione

Occorre capire subito, per ogni scuola, se le aule possano o meno accogliere le classi nella loro interezza. E qui mi riaggancio al discorso dei plexiglass. Verrebbero posizionati sui banchi. Non ci vuole un ingegnere per comprendere che il normale contatto fisico tra studenti avviene non all’altezza del banco, ma della sedia. Ergo: è necessario comunque il distanziamento tra i banchi. Per questa ragione sono d’accordo con il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli che li ha definiti una “misura estrema”, sottolineando che l’uso di mascherine e il rispetto delle distanze e delle misure di igiene sono già precauzioni sufficienti.

E arriviamo al vero bandolo della matassa. Perché si può fare tutto, triage, ingressi scaglionati, divieto di alcune attività, ma la questione principale resta lo spazio nell’aula. Se è sufficiente dipende da due fattori: il numero di alunni e le dimensioni dei locali nelle scuole italiane. Non è un caso se una delle richieste dei sindacati della scuola, che hanno indetto lo sciopero, è “il rispetto rigoroso del tetto massimo di venti alunni per classe in presenza di bambini con disabilità”. È chiaro che vanno evitate le classi pollaio.

Evitare nuovi traumi

Eppure la situazione è diversa da istituto a istituto e bisogna tenerne conto. Ci sono scuole dove le aule sono davvero piccole e dove sarà impossibile rispettare il distanziamento con lo stesso numero di alunni, ma ci sono anche istituti dove la classe può (e deve) restare unita. A riguardo non è chiaro che fine farà il piano di cancellazione delle 20mila classi con 30 e più alunni iscritti di cui si è parlato nei giorni scorsi. Le classi pollaio non sono più accettabili, ma mi terrei lontana da regole troppo stringenti rispetto al numero di alunni per aula.

Non si può dare un limite unico per tutta Italia, sono i dirigenti che devono comunicare quanti studenti possono sedere tra i banchi distanziati delle loro aule, sperando che si possa arrivare a tutto il gruppo della classe nel numero maggiore di casi possibile. I doppi turni? In alcune scuole già si applicano (quindi sono impensabili) e la ministra Lucia Azzolina si è già mostrata contraria, non accogliendo i suggerimenti del Comitato ministeriale per la ripartenza, che hanno destato allarme in molti presidi, preoccupati soprattutto dall’ipotesi di smembramenti delle classi. Credo fermamente che sia, infatti, quanto di peggio possa accadere. Le insegnanti non potrebbero seguire entrambi i gruppi. Chi continuerà, allora, il ciclo con le maestre e chi, invece, affronterà l’ennesimo distacco? Come si sceglierà: ordine alfabetico, cronologico rispetto alla domanda o si dovrà pescare il numero fortunato?

Ricordo che alla fine del ginnasio ero convinta che sarei arrivata al diploma con la mia fantastica IV E. Invece a settembre, a poche settimane dall’inizio della scuola, ci dissero che la classe non raggiungeva il numero minimo di alunni e che andava divisa. Eravamo tutti già adolescenti e ancora oggi ne parliamo come di un trauma. Se c’è questo rischio, credo che i nostri figli vadano preparati in tempo.

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