L’effetto “profilassi” dell’idrossiclorochina sul Sars-Cov-2 è al centro delle attenzioni della comunità scientifica. La questione potrebbe avere un impatto sostanziale nella strategia di confinamento-contenimento del virus. Il tema è molto sentito tra i sanitari, soprattutto da chi, ogni giorno, è esposto e a rischio contagio. Sulla materia è intervenuta l’Aifa, l’Agenzia del farmaco, che per fare chiarezza ha approvato una sperimentazione su 2.500 pazienti. Il progetto è coordinato da Giovanni Martinelli, direttore scientifico dell’Irst Irccs (Istituto Scientifico per lo Studio e la Cura dei Tumori della Romagna), e da Pierluigi Viale, direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna e disegnato dalla dottoressa Oriana Nanni (Direttore Unità di Biostatistica e Sperimentazioni cliniche Irst) con la collaborazione del professor Annibale Biggeri, consulente epidemiologo Irst.

“Protect”, questo il nome dello studio, intende valutare l’efficacia di un trattamento di profilassi farmacologica in una popolazione non affetta da Covid-19, ma ad alto rischio di infezione perché strettamente a contatto con una persona positiva, quindi conviventi del nucleo familiare e/o operatori sanitari. “Lo studio, è monocentrico, randomizzato e con gruppo di controllo – esordisce Martinelli -, la sperimentazione partirà da venerdì. Potrebbe arrivare a dare le prime risposte già nel giro di 12-16 settimane”. La tesi da dimostrare è se l’assunzione preventiva del farmaco diminuisca la probabilità di contrarre Covid-19, in caso di contatti con persone positive.

L’intenzione è quella di poter disporre di una strategia di profilassi realmente capace di ridurre la diffusione dei contagi e di introdurre una possibilità terapeutica efficace. Allo stato attuale, alcune pubblicazioni confermerebbero l’effetto “profilassi”, come lo studio apparso sull’International Journal of Antimicrobial Agents, l’organo ufficiale della Società Internazionale di Chemioterapia Antimicrobica, dove viene riportato il risultato del farmaco in profilassi su 211 persone venute a contatto con persone positive. Dopo il trattamento nessuno è rimasto contagiato.

Il campione arruolato era ristretto. Un buon punto di partenza, certo, ma è utile ampliare il reclutamento per ridurre le variabili di rischio e di errore. Anche a Oxford è partita una ricerca sulla “profilassi”. La sperimentazione sta coinvolgendo 40mila persone, soprattuto sanitari, distribuiti in quasi 100 ospedali su 3 continenti. Questa ricerca darà i primi risultati solamente tra un anno. Va detto, inoltre, che in alcune corsie italiane l’idrossiclorochina viene già usata come “schermatura” dal virus per prevenire i potenziali contagi degli operatori sanitari più a rischio, come riportato da Repubblica.

In questa fase della ricerca, è vitale individuare i meccanismi d’azione del farmaco per comprenderne l’attività di contrasto al Sars-Cov2. Partiamo dalle questioni note, ovvero come agisce l’idrossiclorochina nel nostro organismo. I meccanismi noti, i principali almeno, sono due. Il primo, è quello antivirale, il secondo è la sua azione immuno-modulante. Nel primo caso, la funzione antivirale consiste, semplificando, nell’alterare il Ph dei lisosomi così da impedire l’opportunismo parassitario del virus nelle cellule, colpendo la replicazione virale. Nel secondo caso, il meccanismo immuno-modulante va a sfiammare la tempesta citochinica (interleuchina L6) scatenata dal sistema immunitario, quell’abnorme reazione delle nostre difese che porta alla sindrome respiratoria acuta, e alla trombosi.

A questi due meccanismi se ne assocerebbe un terzo, intuito da una studiosa di farmacologia, Annalisa Chiusolo, e che, se confermato, proporrebbe un’ulteriore arma di contrasto contro Covid-19. Questo meccanismo prevede che il farmaco anti-malarico impedisca al virus il legame con la ferriporfirina (il gruppo responsabile dell’ossigenazione del nostro organismo) e quindi ne bloccherebbe la capacità di interferire con il trasporto dell’ossigeno (a livello di emoglobine), che è poi la causa che porta al quadro di infezione acuta respiratoria. Questa ipotesi potrebbe individuare nella catena Beta dell’emoglobina il target di studio per una strategia farmacologica contro Covid-19.

Per capire se questa intuizione possa aver colto un principio d’azione significativo, Ilfattoquotidiano.it ha chiesto chiarimenti al Direttore Scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani, Giuseppe Ippolito: “L’ipotesi è suggestiva, ma è necessario approfondire e ricercare”. La comprensione più intima di tali funzionamenti è proprio alla base della sperimentazione di Martinelli e Viale che su questa ipotesi aggiunge una nota significativa, ovvero che “gran parte degli effetti della fame di ossigeno nei pazienti Covid-19 può essere dovuta allo spostamento della protoporfirina di Hb”.

Dall’inizio della Pandemia qualcosa in più si è capita su Sars-Cov-2. Si è compreso, ad esempio, che l’evoluzione della malattia attraversa tre stadi, generando per ogni fase una sorta di “malattia” diversa: infezione precoce, polmonite ed iper-infiammazione (con deriva trombotica). La prima e la seconda sono causate dal virus, la seconda e soprattutto la terza dalla risposta iper-immunitaria. Ma restano ancora molte, troppe, incognite. La sperimentazione emiliano-romagnola, da qui ai prossimi 3 mesi, darà risposte a questioni dirimenti sul virus.

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