“Lo sa che il primo professionista sanitario non medico in Italia a morire di coronavirus è stata una collega ostetrica? Ad oggi sono decedute due ostetriche e tante altre sono state contagiate, casistica elevata se si considera che in Italia siamo circa 22mila ostetriche, un numero piccolo in confronto ad altri professionisti sanitari. E questo perché le ostetriche hanno continuato a garantire una assistenza qualificata alle donne, sia asintomatiche che con diagnosi di COVID-19, in tutte le fasi del percorso nascita”. La dottoressa ostetrica Nadia Rovelli è Presidente dell’Ordine della professione ostetrica/o interprovinciale di Bergamo, Cremona, Lodi, Milano, Monza Brianza, l’area più colpita dalla pandemia. In occasione della Giornata Mondiale dell’Ostetrica, oggi 5 maggio, racconta a ilfattoquotidiano.it la situazione per molti versi critica in cui versa la sua categoria. “Il governo nel decreto Cura Italia, ci ha dimenticato, e i familiari delle ostetriche decedute da coronavirus, se non ci sono rettifiche, non potranno accedere al fondo di solidarietà previsto solo per alcuni professionisti sanitari. Non ci è stato riconosciuto neanche il bonus baby sitter maggiorato e tanti altri riconoscimenti economici o facilitazioni previste per i professionisti sul fronte Codiv-19”.

A denunciare questa situazione è la stessa Federazione degli Ordini della Professione di Ostetricia che proprio oggi ha lanciato il “Manifesto per la professione ostetrica e per la tutela della salute della donna e della famiglia”: “La nostra professionalità”, spiega Silvia Vaccari, vicepresidente della Federazione, “ha una resilienza fortissima rispetto a questa pandemia, ha lavorato con pochissimi presidi, è sempre stata in servizio, ha dato il massimo, a volte anche svolgendo attività non specifiche e rischiando la vita e quella dei propri congiunti. Per questo la Federazione si è schierata a sostegno della categoria, per riaffermare il ruolo dell’ostetrica e il valore di questa professione che è stata disconosciuta con grande miopia politica in un momento di massima criticità sanitaria”.

E la pandemia non ha colpito solo le ostetriche, ma anche le donne. “Il virus”, continua Revelli, “ha fatto emergere una carenza di risorse ostetriche e servizi alla maternità che tutelano la salute materno neonatale. È emerso quanto sono stati deficitari e limitati gli investimenti per lo sviluppo dell’assistenza territoriale del percorso nascita con la presenza e presa in carico della donna dall’ostetrica di famiglia, come definito da numerose delibere regionali e raccomandazioni nazionali dell’Istituto Superiore della Sanità”.

Mai in posizioni dirigenziali
Nell’ambito del percorso nascita e della tutela della salute materno neonatale, infatti, il problema di fondo è soprattutto il contrasto tra le normative e quanto concretizzato nella realtà. Vi sono infatti delibere e decreti attuativi, ad esempio quello della Regione Lombardia (Delibera n. 268 del 28 giugno 2018), in cui la scelta socio-sanitaria è stata quella di un nuovo modello organizzativo/assistenziale del Percorso Nascita fisiologico che si basa sulla figura professionale dell’ostetrica di riferimento. Inoltre ci sono le linee di indirizzo del Comitato Percorso Nascita Nazionale, che integrano le raccomandazioni delle Linee guida dell’Istituto superiore di sanità e dell’Oms, in cui è raccomandato che alle donne con gravidanza fisiologica deve essere offerto il modello assistenziale basato sulla presa in carico da parte dell’ostetrica/o ed assicurati i migliori esiti di salute materno neonatali anche in termini di soddisfazione. Ma la realtà, appunto, è diversa, come si riscontra attraverso l’interpretazione dei dati del rapporto CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto, ministero della Salute), che mostrano l’elevata disomogeneità a livello regionale e nazionale nell’implementazione delle normative e linee guida: ne sono indicatori, ad esempio, le differenti percentuali nazionali di parti cesarei, tassi di allattamento, e i troppi e diversi modelli organizzativi adottati sul territorio nazionale.

Sarebbe dunque sempre più necessario individuare per la professione ostetrica posizioni dirigenziali e organizzative dell’area propria di attività. E invece, continua Rovelli, “siamo di fronte a un paradosso, visto che, nonostante l’importanza che riveste la salute materna neonatale, in Lombardia nessuna ostetrica ha una posizione dirigenziale, pochissime altrove, eppure sono centinaia le ostetriche che hanno conseguito la laurea specialistica in Scienze infermieristiche e ostetriche, necessaria appunto per tale riconoscimento professionale”.

Un’ostetrica per ogni donna, un diritto ignorato
L’altro problema è che le ostetriche sono poche, molte meno di quelle che servirebbero. In teoria, infatti, nelle sale travaglio e parto le donne avrebbero diritto ad avere un’ostetrica dedicata. “In realtà in alcuni reparti di ostetricia vi è un numero di ostetriche insufficiente o addirittura assente, e la donna non riceve una assistenza ostetrica appropriata. La dotazione organica delle ostetriche è sottodimensionata, nei periodi estivi e anche in questo momento di emergenza sanitaria, tale criticità ha determinato la chiusura dei servizi alla maternità soprattutto territoriali’’, spiega sempre Rovelli.

Altra indicazione del Comitato Percorso Nascita nazionale, che è ancora disattesa, è la suddivisione dei percorsi assistenziali ostetrici per le donne con normale evoluzione della gravidanza e del parto e le donne che presentano dei fattori di rischio, attraverso l’istituzione di aree funzionali a gestione ostetrica distinte dalla ‘sala parto’ tradizionale. Questa realtà in Lombardia ad oggi è presente solo nell’ASST di Brescia.

Ma il problema della presenza delle ostetriche non esiste solo durante l’evento nascita. Ciò che rivendicano da tempo è, infatti, che si rispetti anche il diritto della donna, come deliberato anche da Lombardia sempre dalla delibera 268/2018, di avere un’assistenza ostetrica offerta dall’ostetrica di Famiglia e di comunità di riferimento che inizia già nella fase preconcezionale e continua per tutto il periodo gravidanza sino alle prime otto settimane dopo parto. “Oggi è noto che gli interventi di prevenzione dei rischi ostetrici spesso associati a scorretti stili di vita devono essere attuati prima che inizi la gravidanza, ad esempio l’assunzione di acido folico”, precisa Rovelli. Eppure dai dati raccolti si evidenzia che solo il 30 per cento delle donne assume correttamente l’acido folico, il che significa che il 70% delle donne non ha l’opportunità di accedere ad un ambulatorio ostetrico per ricevere un counseling ostetrico adeguato fornito appunto da un ostetrica. “Le donne ne hanno diritto, ma non lo chiedono, ecco perché è importante che comincino a segnalare le lacune dei servizi deputati alle cure primarie, alla maternità e alla tutela della salute di genere, unendosi alla nostra voce di ostetriche”.

La voce delle libere professioniste
Non va dimenticata, infine, la situazione delle libere professioniste, che accompagnano la donna durante la gravidanza e che la assistono al parto in ospedale o, spesso, a domicilio. Queste ostetriche chiedono che ci sia un’equiparazione economica tra parto in ospedale e parto a domicilio. “Non è giusto”, dice Ivana Arena, romana, “che una donna debba pagarselo, invece bisognerebbe andare verso l’equiparazione che oggi c’è solo in alcune regioni”. “Vorremmo anche”, continua Arena, “che le donne possano smettere di doversi nascondere o di essere additate come folli, se scelgono il parto extraospedaliero, tanti studi indicano che il parto in casa è sicuro. Infine, vorremmo anche noi che ogni donna avesse un’ostetrica al suo fianco per tutto il percorso e per questo vorremmo essere ammesse anche in ospedale, a seguire la donna che abbiamo accompagnato per nove mesi, mentre spesso non ci fanno accedere”. Tra precarietà e tasse, però, queste libere professioniste vivono spesso sulla soglia della sopravvivenza. “Io ci ho messo dieci anni per guadagnare abbastanza per poter pagare quello che ci chiedono in tasse e contributi, solo di Inps sono 3000 euro all’anno, per chi inizia è durissima e ormai sempre di più le ostetriche aprono la partita Iva, visto che non ci sono assunzioni. E poi l’altro assurdo è che siamo assimilate alla casse commercianti, senza alcun riconoscimento della nostra specificità professionale”, conclude Arena.

E proprio in occasione della celebrazione della professione ostetrica in tutto il mondo, sul gruppo Facebook “Ostetriche per le donne” l’ostetrica Daiana Foppa ha lanciato una campagna social per “festeggiare” le ostetriche e gli ostetrici maschi (sono circa 300) italiani. L’invito è a tutti, ed è quello di postare una foto, magari con i propri bimbi, con gli hashtag #ostetricheperledonneorapiuchemai, #IDM2020 e #ioringraziolamiaostetrica (tag con il nome dell’ostetrica). “Il momento attuale ci dimostra che l’assistenza ospedaliera è insufficiente e che è da implementare, non solo in tale ambito, ma anche attraverso un servizio territoriale che porti l’ostetrica sin dentro le case delle donne che assistono e dei loro neonati”, si legge nella pagina. “Vogliamo così cogliere l’occasione della Giornata Internazionale dell’Ostetrica, proprio per promuovere tale implementazione, al fine di offrire una migliore qualità di cure, come chiede l’OMS e come auspicano società scientifiche come SYRIO e SISOGN, nonché associazioni quali OVO Italia, Ciao Lapo e La Goccia Magica.

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