Il giornale indipendente russo Novaja Gazeta e la sua giornalista Elena Milashina sono stati minacciati per l’ennesima volta dal leader ceceno Ramzan Kadyrov. Stavolta il pretesto è stata l’inchiesta sul clima di terrore creato dalle autorità con il pretesto di combattere il Covid-19. In Cecenia i malati di coronavirus hanno paura a chiedere aiuto medico perché il capo della Repubblica li ha apertamente equiparati ai terroristi, ha scritto l’inviata speciale della Novaja nel suo articolo pubblicato il 12 aprile. All’indomani dell’uscita del pezzo, Kadyrov, sui suoi account social, ha accusato il giornale di “persecuzione anti-cecena” e ha minacciato di morte Milashina. Qualche giorno dopo l’autorità russa per le telecomunicazioni, Roskomnadzor, ha intimato al giornale di rimuovere l’articolo, citando la richiesta della Procura generale russa. Secondo la Procura, il pezzo contiene informazioni false; quali siano non è stato specificato.

Non è la prima volta che Milashina, insignita di numerosi premi internazionali per le sue inchieste sulla violazione dei diritti umani in Cecenia, riceve minacce dalle autorità della Repubblica caucasica. Il 6 febbraio scorso la giornalista, insieme all’avvocato Marina Dubrovina, è stata picchiata da alcuni sconosciuti nella hall di un albergo della capitale cecena Groznyj, dove si trovava per lavoro, ma, secondo Kadyrov, non ci sono prove di questo attacco. E nell’aprile del 2017, dopo l’inchiesta sulle torture contro persone LGBT in Cecenia, migliaia di fedeli e alti chierici riunitisi nella principale moschea hanno dichiarato la jihad contro il giornale e la sua inviata.

Anche se tra il leader ceceno e il Cremlino vige un “contratto” che gli dà poteri illimitati nella regione caucasica in cambio della soppressione del terrorismo, le sue misure anti-Covid hanno provocato uno scontro frontale con il premier russo Mikhail Mishustin, quando il 5 aprile Kadyrov ha chiuso le frontiere tra la Repubblica e il resto della Russia. In Cecenia è stato inoltre dichiarato un coprifuoco come parte delle misure contro il coronavirus.

Le nuove minacce contro Elena Milashina hanno suscitato una forte reazione non solo in Russia, ma anche fuori dai confini. Più di 100 difensori dei diritti umani e personaggi pubblici russi hanno firmato il 21 aprile una lettera indirizzata al Cremlino in cui chiedono di aprire un’inchiesta contro Kadyrov e di fornire alla giornalista una scorta. Il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, Dmitrij Peskov, ha glissato, dicendo che le decisioni sulla scorta non spettano al Cremlino. Precedentemente aveva detto che non trova nelle dichiarazioni di Kadyrov niente di “vietato o illegale”.

I commissari per i diritti umani di Francia e Germania, François Croquette e Bärbel Kofler, hanno rilasciato il 22 aprile una dichiarazione congiunta pubblicata dal sito del Ministero degli esteri tedesco, nella quale esortano le autorità russe a investigare sulle minacce di morte alla cronista, mentre le Federazioni internazionale e europea dei giornalisti (IFJ e EFJ) hanno segnalato il caso alla piattaforma per la protezione dei giornalisti del Consiglio d’Europa. Anche l’Ue condanna le minacce e chiede alla Russia di avviare un’inchiesta per assicurare la sicurezza della giornalista, come si legge nella dichiarazione del portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna Peter Stano pubblicata il 24 aprile.

I mandanti degli omicidi della giornalista della Novaja Gazeta Anna Politkovskaja nel 2006 e dell’attivista per i diritti umani Natalja Estemirova nel 2009 non sono stati ancora individuati. Così come quelli per l’assassinio nel 2015 dell’oppositore Boris Nemtsov. Gli avvocati e colleghi delle vittime puntano alle autorità cecene.

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