Strutture isolate, casi quotidiani di contagio, dispositivi sanitari che latitano. Ma anche accuse per controlli partiti troppo tardi e denunce di ‘abusivismo tollerato’ nel settore. Ormai anche nel Lazio, così come nel resto d’Italia, l’epidemia di Coronavirus ha messo in ginocchio le strutture per gli anziani. Tanto che, dai sindacati ai lavoratori, passando per i familiari dei degenti, fino alle imprese, l’appello lanciato al governo e alle istituzioni è ormai unanime: servono sforzi immediati per mettere in salvo chi vive e lavora nei centri dedicati alla terza età. Ma non solo. Perché, denuncia la Spi Cgil, il sindacato dei pensionati, serve anche “fare luce sul fenomeno delle case famiglia“. Perché se le strutture certificate sono circa 7mila in tutta Italia, per un totale che supera i 300mila ospiti, questo dato non comprende invece altri centri che, di fatto, non rispettano le norme: “Esistono centinaia e centinaia di strutture fantasma, che non dovrebbero ospitare anziani non autosufficienti. Ma spesso la realtà è ben diversa. Non sappiamo in che condizioni si trovano gli ospiti di queste strutture. Le pubbliche amministrazioni devono fare chiarezza e verificare come stanno”, denuncia al Fatto.it Ivan Pedretti, segretario della Spi Cgil.
Ma, sul fronte sindacale, c’è chi chiede maggiori sforzi: “I controlli? Si dovevano fare molto prima. Ora i prefetti smettano di essere i rappresentanti della burocrazia del Paese e lavorino per soluzioni condivise con enti locali e sindacati”, attacca però la stessa Spi Cgil. Invocando per il futuro un cambio di rotta: “Serve costruire un welfare socio-sanitario: sono necessari più medici, maggiore personale nei centri”. Perché, al momento, secondo la Cgil “le strutture sono in gran parte inadeguate“. I sindacati denunciano la difficoltà a raccogliere informazioni, soprattutto tra le strutture private. Una situazione che rischia di far aumentare i contagi: “C’è un fenomeno di abusivismo per troppo tempo tollerato”, ha denunciato anche Sebastiano Capurso, vicepresidente nazionale di Anaste, associazione che rappresenta le imprese private di assistenza socio-sanitaria residenziale e territoriale per la terza età. “Esistono strutture che non rispettano le norme, case famiglia, comunità alloggio e comunità residenziali, che sfuggono ai controlli e alle statistiche. E una mappatura di queste strutture manca a livello regionale”, chiarisce.
E le misure per frenare l’epidemia? Non sempre sono state rispettate, anzi: “Abbiamo invitato i nostri associati a utilizzare criteri molto restrittivi. Molti ci hanno ascoltato. Altri, invece, meno. Questo può essere alla base di quelle situazioni di contagio avvenute in strutture sanitarie che avrebbero dovuto essere molto più rigorose”, ammette Capurso, di fronte al quadro nazionale e regionale. Certo, ora la priorità è frenare i contagi: “I tamponi sono essenziali: vanno fatti per rintracciare i positivi asintomatici e isolare i focolai. Poi, serve mettere i lavoratori in condizione di lavorare senza rischi. E separare gli ospiti colpiti dal virus o meno. Non c’è più tempo da perdere”
Nel Lazio i dati sui contagi non sono differenti dal resto della penisola. Se l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato e il vicepresidente Daniele Leodori hanno annunciato di aver dato vita a una ‘task force regionale’, con l’aiuto di Comuni e prefetti, rivendicando di voler “effettuare controlli a tappeto”, i numeri, forniti dalla stessa Regione, restano però al momento allarmanti. Secondo l’ultimo bollettino regionale di sabato 28 marzo, i numeri restano preoccupanti: “Registriamo 210 casi, con un trend sotto al 10% per il secondo giorno consecutivo. Più del 40% dei casi di oggi sono concentrati nelle province di Frosinone e Rieti (88) e la maggioranza di questi casi è legata ai cluster delle case di riposo e residenze per anziani”, ha chiarito lo stesso assessore D’Amato. Circa un terzo del totale dei contagi riguarda ospiti di strutture per la terza età. “Bisogna mantenere altissima l’attenzione, ma le verifiche sono già partite”, assicurano però dalla Regione. Certo, i timori restano, a partire dalle situazioni più complesse, tra Fiuggi, Cassino e Veroli, così come a Rieti. E fronti sono aperti anche nella stessa Capitale: svuotata la casa di riposo Giovanni XXIII dopo numerosi casi, altri 18 positivi si sono registrati nella RSA Villa Giulia, due alla casa di riposo di San Polo dei Cavalieri. “Questi numero sono l’effetto di mancate azioni da parte delle residenze per anziani, in ottemperanza delle prescrizioni date dal servizio sanitario regionale già dal febbraio scorso”, sottolinea la Regione
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