Giulia ha 40 anni, fa il medico ed è mamma di due bambini. Il suo ospedale nelle ultime 24 ore è stato integralmente adibito all’emergenza Covid-19. Lei, come molti suoi colleghi, lavora incessantemente in una trincea, perché è vero che noi non siamo in guerra ma gli ospedali e gli operatori sanitari sì. Ha lavorato fino a qualche giorno fa con colleghi e pazienti che hanno poi mostrato i sintomi della malattia e quindi ha deciso di andare via da casa. Di giorno lavora senza sosta, di notte dorme da sola, in una casa in affitto di cui si è dovuta sobbarcare le spese integralmente così come per i costi della baby sitter che la dovrà sostituire. Non sa quando rivedrà i figli, a lei come a tutti i medici, non praticano i tamponi. Gli viene detto di misurarsi la febbre ogni sera, di mettere una mascherina e di andare a lavoro comunque. Tutti i costi emotivi ed economici di questo disastro sono sulle sue spalle, di medico, cittadina e madre.

Paola ha 32 anni, fa l’ostetrica. Anche lei lavorava in un ospedale che nel corso dell’emergenza è stato interamente destinato a Covid-19. E’ entrata in contatto con colleghi e pazienti positivi, ma è dovuta andare lo stesso a lavoro fino a quando ha accusato sintomi febbrili e mal di gola molto forte. Le hanno detto così di isolarsi, ma che non le avrebbero fatto il tampone. Paola, che vive con una madre con problemi polmonari, nel frattempo ha dovuto cercare una casa dove vivere la malattia da sola, di giorno e di notte, senza avere nessuno al suo fianco in caso di un eventuale crisi. A distanza di una settimana, con evidenti sintomi in crescita, forse le faranno un tampone. Come lei stanno cadendo le sue colleghe.

Francesca fa l’infermiera specializzata. Ha tre figli che al momento non riesce più a seguire. Sta in ospedale tutti i giorni e poi si ritira altrove per non infettarli. Anche lei sta cercando una casa dove vivere ma non può permettersi un affitto.

Al personale sanitario daranno 3,99 euro al giorno in più in busta paga.

Ho raccolto queste storie vere dal Nord al Sud Italia dove i medici e il personale sanitario stanno pagando il prezzo più alto. Fino a qualche giorno fa erano 4824 gli operatori sanitari contagiati, il doppio della Cina, ma il numero dei contagiati reali non lo conosciamo semplicemente perché ai medici non praticano i tamponi. Ai calciatori sì, ai medici no. Alle lobby sì, ai medici no.

Sul potenziamento dei presidi sanitari si sta facendo becera propaganda. Ai medici non è arrivata nessuna comunicazione della possibilità di somministragli il tampone, quindi i camici bianchi in trincea valgono meno delle lobby a cui invece vengono praticati.

Gli ospedali stanno collassando ovunque: in Lombardia, ovviamente, ma anche anche nel Lazio dove alcuni presìdi sanitari devono far sostare i malati in ambulanza perché i reparti /trincee sono pieni (qui un video postato dal Policlinico Gemelli dove ieri sono arrivate 80 ambulanze ferme nel piazzale con pazienti Covid da monitorare in attesa del ricovero).

Nella giornata di ieri, presso il nostro pronto soccorso, sono giunte concentrate nell’arco di poche ore, soprattutto serali, 82 ambulanze del 118 con pazienti sospetti Covid-19. L’iper afflusso di ambulanze con questi pazienti ad alta contagiosità a bordo prevede un protocollo rigoroso di isolamento. In caso di affolamento, in attesa che si renda disponibile la postazione di isolamento risulta più sicuro e prudente far permanere il paziente all’interno dell’ambulanza. Scopri di più leggendo la nostra news https://bit.ly/2UFkUad

Gepostet von Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS am Mittwoch, 25. März 2020

Alcuni ospedali, inaugurati in pompa magna, non hanno la terapia intensiva e quindi non possono essere destinati ai malati gravi. I medici sono infetti ma vanno a lavorare lo stesso in un girone infernale di trasmissione paziente-medico. Per questo molti si sono messi in quarantena “familiare”, vanno a lavoro, tutto il giorno e poi si chiudono in seconde case o in case in affitto, in completa solitudine. Pagando un costo altissimo: in termini emotivi, per il rischio paradossale di far ammalare chi invece dovrebbero curare e per quello altrettanto grave di portare le conseguenze delle loro scelte in casa sotto forma di virus; il termini economici, perché, lasciando le proprie abitazioni, hanno dovuto prendere in affitto un’altra casa e magari assumere una babysitter per tutto il giorno.

Nessuno di loro, tuttavia, vuole essere chiamato eroe: “La Sanità non è una missione che ha bisogno di martiri. La sanità è uno strumento che deve garantire la salute. Chi vi lavora non è un eroe, un martire o un missionario: è un lavoratore che ha competenze in quel settore e ha diritto ad ogni tutela perché non deve morire di lavoro. Deve poter ritornare in famiglia senza paura di portare un’ecatombe virale in casa”.

E’ così che abbiamo cura di chi ci cura?

Memoriale Coronavirus

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