Partorire con la Covid 19. È stato il destino che ha accomunato diverse neomamme lombarde, risultate positive al Sars Cov2. In 20 giorni nella rete degli ospedali regionali individuati per seguire queste donne sono arrivati ben 42 casi. Diventati protagonisti anche di uno studio inviato per la pubblicazione su una rivista internazionale.

Lo tsunami Covid è esploso all’improvviso e in poco tempo le strutture si sono dovute organizzare. Reparti dedicati, parti con tute e bardature, camici, guanti e mascherine in corsia, percorsi protetti, assistenza specifica. Da Milano con l’ospedale Sacco, il Buzzi, la Mangiagalli fino a Bergamo, i centri in prima linea sono diversi e hanno messo insieme una certa esperienza.”Da questi casi stiamo imparando tante cose – spiega all’AdnKronos Salute Enrico Ferrazzi, direttore di Unità operativa complessa al Policlinico di Milano e responsabile del Mangiagalli Center, professore ordinario di Ginecologia e ostetricia dell’università degli Studi di Milano -È vero che la maggior parte delle donne Covid positive hanno un decorso in gravidanza con sintomi medio-lievi, ma sia noi che Bergamo per esempio abbiamo avuto casi in cui si è dovuti intervenire con supporti respiratori importanti. È successo in 4 casi su 42, ma vuol dire che la mamma di fronte ai primi sintomi deve venire in ospedale dove – assicura il primario – siamo in grado di intervenire subito”.

Raccogliere dati è importante, vedere come si comporta l’infezione in queste donne, aggiunge Ferrazzi. “Io ho avuto una paziente che semplicemente non sentiva sapori e odori ed era positiva. A livello nazionale c’è una rete più ampia gestita dall’Istituto superiore di sanità che diventerà un registro nazionale. Nella nostra casistica, molto ampia essendo la regione più colpita, su 42 mamme solo 2 hanno avuto parti prematuri. Il decorso della malattia sembra suggerire che la gravidanza, con l’effetto degli estrogeni, possa forse essere protettiva dalle forme gravi“. L’altra faccia della medaglia è che possano non essere riconosciuti i casi di Covid asintomatici. “D’ora in poi, infatti, le linee guida sottoposte a livello regionale, indicano in generale la necessità di garantire una protezione maggiore del personale che segue i parti”.

La Mangiagalli ha 12 letti Covid e tre sale parto completamente separate. Il percorso è diverso da subito, a partire dal pronto soccorso. “Il problema è che, quando le donne hanno scarsi sintomi o nessuno rischiano di essere portatrici involontarie e quindi è consigliabile per le mamme in attesa che stiano attente, evitino i contatti con gli anziani di casa“. Anche il Sacco di Milano si è in brevissimo organizzato. È l’ospedale che ha seguito la moglie del paziente uno Mattia, poi dimessa dopo alcuni giorni.

La struttura, polo di riferimento nazionale per le bioemergenze, ha tutto un reparto Covid che si occupa esclusivamente di donne positive incinte, prossime al parto o puerpere. E in Pediatria c’è un altro reparto dedicato dove si accolgono anche mamme con bimbi più grandi. “Le mamme sono ovviamente preoccupate e noi teniamo a rassicurarle spiegando che siamo pronti ad accoglierle e assisterle nel migliore dei modi e in sicurezza”, evidenzia Valeria Savasi, professore associato Clinica ostetrica e ginecologica, università di Milano e direttore di Unità dipartimentale nell’Asst Fatebenefratelli-Sacco-Melloni. “Le notizie scientifiche sul nuovo coronavirus e la gravidanza sono poche, c’è solo uno studio cinese“, trattandosi di un patogeno sconosciuto fino a qualche mese fa. “Abbiamo quindi cercato di riunire l’esperienza che abbiamo accumulato in regione. Ovviamente le donne seguite continuano ad aumentare”. Il cluster delle mamme lombarde sarà una fonte preziosa di dati. La gravidanza è un momento delicato, e anche il numero di farmaci che si possono utilizzare si restringe.

“Per esempio l’anti-artrite che si è usato contro la Covid non è assolutamente indicato in gravidanza. Il tentativo è quello di far star bene queste donne prima di tutto – sottolinea Savasi – Occorre fare ricerca. È importante poter capire, cosa assolutamente non chiara, se c’è una trasmissione verticale mamma-bebè. Gli studi sono anche sul latte materno, sul canale del parto sulla placenta. Sui meccanismi di trasmissione, se ci sono. EÈanche interessante da un punto di vista biologico, perché poi i neonati sembrerebbero andare bene, anche quelli infetti. I dati cinesi su 2 mila bimbi parlano di pochi casi severi, sarà da capire se magari un sistema immunitario immaturo fa sì che non si scateni una reazione infiammatoria importante”

“Va approfondito poi quale modalità di parto è adeguata. Al momento – dice Savasi – noi abbiamo avuto in prevalenza parti per via vaginale e tagli cesarei solo su indicazione ostetrica, non per l’infezione. Certo il momento del parto si è trasformato in un momento più complesso, con gli operatori tutti bardati, con visiere, mascherine, e tute o camici idrorepellenti. Tutto quello che abbiamo fatto per umanizzare questo momento si complica. Le donne sono evidentemente spaventate e scioccate dalla situazione, ma sono state tutte comprensive e mai nessuna si è lamentata”.

Il nuovo coronavirus ha un effetto in primo luogo: quello di separare i neogenitori. I papà non possono stare in puerperio, né fare compagnia alla quasi mamma nei momenti che precedono il parto. La Mangiagalli li fa entrare durante il travaglio, il Sacco nella fase appena prima della nascita. Off-limits il taglio cesareo, come del resto già avviene normalmente. “È importante però tranquillizzare le mamme, farle sentire accolte, far sapere loro che c’è ricerca, e tutta l’assistenza che serve con infettivologi e rianimatori – dice Savasi – Il fattore solitudine ha un suo peso. Anche se sono ben accetti tutti i mezzi elettronici che avvicinano i neogenitori: tablet, smartphone eccetera. Spesso queste donne hanno anche i mariti positivi, talvolta ricoverati anche loro, oppure in quarantena. È una patologia che si trasmette tanto in famiglia e colpisce magari tutti i componenti, figli compresi. Sono incredibili i problemi logistici che crea”.

“I parti, guardando alla nostra casistica, vanno poi bene, pur se diverse mamme nella mia esperienza hanno avuto bisogno di assistenza ventilatoria (nessuna intubata però) – prosegue la specialista – Diverse altre però erano addirittura asintomatiche. Noi abbiamo fatto un grande sforzo come Asst. E abbiamo completamente chiuso la maternità dedicandola solo alle paziente Covid e dirottando le altre donne al Buzzi e alla Melloni. Abbiamo creato percorsi stabiliti, i tempi di degenza sono più lunghi. E poiché poi c’è tutta la procedura dei tamponi abbiamo anche creato un ambulatorio dove vederle a 14 e a 28 giorni dal parto”.

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