Aumentare il numero dei tamponi, da fare anche agli asintomatici, e proteggere Milano per “evitare il peggio in una zona di grande concentrazione di popolo come l’area metropolitana. Su questo va fatto il massimo sforzo”. Massimo Galli, responsabile di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, in prima linea contro l’emergenza Covid-19, e ordinario dell’università Statale del capoluogo lombardo, in un’intervista a Repubblica insiste: bisogna fare più tanponi. E concorda con la strategia adottata dal Veneto che ha deciso di fare test anche sugli asintomatici. Una scelta che ha portato il comune di Vo’ Euganeo in provincia di Padova, dove c’è stata la prima vittima da coronavirus in Italia, a registrare da venerdì zero casi di positività. Per questo Andrea Crisanti, direttore dell’Unità complessa diagnostica di microbiologia della Asl di Padova, ma soprattutto coordinatore dell’indagine epidemiologica su Vò, ha annunciato che la Regione farà la diagnosi a tutte le persone che hanno avuto molti contatti umani con potenziali infetti. Cioè, oltre a quelle che lamentano una sintomatologia compatibile con l’infezione, anche al personale ospedaliero, alle forze di polizia e ai lavoratori più esposti. Si chiama sorveglianza attiva massiva. L’obiettivo è scovare gli asintomatici perché sono una straordinaria fonte di malattia“. La stessa indicazione arrivata peraltro anche dalla squadra di Wuhan arrivata allo Spallanzani per individuare tutti i contagiati.

La Lombardia, prosegue Galli, dovrebbe seguire la stessa linea del Veneto e “trovare il modo di fare i tamponi. O abbiamo un problema con il denominatore, il numero totale dei positivi. Se facciamo il tampone solo a chi ha sintomi importanti selezioniamo solo la parte più severa dei colpiti, ci troviamo con una percentuale di letalità tra i ricoverati più alta della Cina, dove è stata del 10-15%. È meglio il modello veneto, se perseguibile. È simile a quello della Corea del Sud, che infatti ha avuto l’1% di decessi“.

Come fare però ad aumentare i tamponi disponibili e a processarli più rapidamente? Il Messaggero scrive che allo Spallanzani stanno lavorando su un test che dia risultato dopo 10 minuti e non dopo 24 ore come accade adesso. Una procedura che, se ritenuta affidabile e otterrà il via libera, consentirà ti ampliare notevolmente il numero delle persone sottoposte al test. Velocizzare l’analisi dei test significa anche coinvolgere strutture private: al quotidiano romano Fernando Patrizi della Bios, gruppo privato di analisi, spiega che nel decreto del governo e nei provvedimenti regionali ci sono indicazioni per affidare le verifiche sui tamponi anche ai privati ma al momento è tutto fermo. Sono esami, dice, che costano meno di cento euro. L’alto tasso di letalità dell’epidemia in Italia, legato certamente anche all’età delle vittime, è però anche riconducibile all’alto numero di contagiati asintomatici (Il Messaggero scrive che c’è chi ne ipotizza 100mila). E come ha detto l’Oms, la tracciabilità dei positivi – dunque anche degli asintomatici – è cruciale per fermare l’epidemia.

Il caso Milano – “Sono un medico di un grande ospedale, non sono nella stanza dei bottoni, i dati arrivano in Regione – prosegue Galli -. Noi però di pazienti che vengono da Milano città ne stiamo vedendo. Ci troviamo nella situazione in cui l’estensione dell’epidemia è importante. Capiamo che qua e là le persone la malattia ce l’hanno e il punto adesso è arginare, arginare, arginare”. Per il responsabile del reparto di Malattie infettive del Sacco “gran parte delle misure di contenimento devono proprio servire a evitare il peggio in una zona di grande concentrazione di popolo come l’area metropolitana milanese. Su questo va fatto il massimo sforzo”. Anche perché gli ospedali sono sempre più sotto stress. “Continuiamo a dirlo: il limite è vicino. Nel frattempo comunque credo che saranno approntate soluzioni. È chiaro che l’ospedale si deve preparare a crescere ancora, ma la battaglia si vince sul campo e gli ospedali qui sono la retrovia. Se sul campo di battaglia va male, gli ospedali vengono massacrati”. E il campo di battaglia è “il territorio. Dobbiamo fare in modo che tutti lavoriamo assieme per evitare il dilagare del problema. Oltre al distanziamento sociale va trovata una vicinanza assistenziale, per seguire davvero la gente in quarantena. Bisogna sfruttare ad esempio la telemedicina, finalmente”.

Il caso di Vo’ Euganeo – Dopo tre settimane di quarantena, da venerdì Vo’ non vede crescere il numero dei positivi al Coronavirus. Lo dicono i dati diffusi oggi dalla Regione Veneto: la località dei Colli Euganei che registrò il primo morto ufficiale da Covid-19, il 78enne Adriano Trevisan, sembra dimostrare che il contagio si può frenare. Il comune focolaio del virus in Veneto è passato da un tasso di positività superiore al 2,5% nel primo screening di tamponi di massa effettuato, a dati inferiori a poche unità per mille, con il secondo test alla popolazione. Nelle ultime ore nessun nome si è aggiunto all’elenco dei contagiati.

Tanto che il governatore Luca Zaia ha avanzato una proposta “rivoluzionaria”: “Sui tamponi non accettiamo lezioni da nessuno: sono quello che ha voluto tamponare tutti i cittadini di Vò e oggi è un case history. Abbiamo un progetto che presenteremo la prossima settimana, li eseguiremo anche on the road, fuori dai supermercati, al personale dei supermercati e ad altri perché più positivi troviamo, più ne isoliamo e meno diffusione abbiamo”.

Zaia si dice soddisfatto del lavoro fatto nella regione. “Abbiamo fatto 29 mila tamponi, siamo la comunità che ne ha fatti di più per milione di abitanti, a livello mondiale La Corea, di cui tanto si parla, viene dopo i veneti per numero tamponi”. Intanto il “successo” di Vò: “Abbiamo applicato la quarantena – dice cauto il sindaco Giuliano Martini – con grande senso di responsabilità e fatto due screening a cui ha aderito il 95% della popolazione“. Zaia non parla esplicitamente di Vo’ ma per la prima volta fa capire che il Veneto potrebbe smentire i grafici più allarmistici sull’estensione del virus. “Non nego che c’è una timida risposta che potrebbe anche diventare positiva”, rileva, grazie “all’atteggiamento che i cittadini hanno saputo tenere in relazioni alle restrizioni”.

Non tutti sono però convinti che il virus si appresti veramente ad abbandonare la cittadina padovana. “Oggi il contagio si sarà anche fermato, ma il secondo tampone a cui siamo stati sottoposti una settimana fa ha dato 11 positivi, e quindi nei prossimi giorni usciranno sicuramente altre persone infettate” pronostica Erik Granzon, titolare di un’azienda pirotecnica e portavoce degli imprenditori di Vo’ Euganeo. Granzon accoglie lo stop dei contagi con scetticismo e chiede alla Regione di ripristinare il blocco totale delle attività. “Considerando che ogni positivo contagia almeno 2,5 contatti, tra qualche giorno avremo almeno una trentina di nuovi casi – osserva – Dopo la fine della quarantena sono entrati in paese molti curiosi, tutte le attività sono ripartite e in giro c’è molta gente che non ha fatto tamponi. Alcuni clienti cinesi ci hanno consigliato di fermare tutto per 40 giorni, perché loro il problema l’hanno risolto così; abbiamo chiesto alla Regione di chiudere completamente le attività come quando eravamo in quarantena, ma finora abbiamo ricevuto solo risposte di cortesia”.

L’imprenditore annuncia di voler pubblicare un video in cui invita tutti gli italiani a fermarsi come ha fatto Vò nella scorse settimane. “Molti di noi avrebbero preferito continuare la quarantena, e infatti avevamo chiesto di aprire i varchi solo per consentire lo scambio delle merci, non per far entrare e uscire la gente. Così – conclude – rischiamo solo di trascinare il problema fino a quest’estate e di allungare l’agonia delle nostre aziende”.

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